mercoledì 13 luglio 2016

Ma l'emergente come fa? Interviste a soci SEU: Elisa Rolfo


Dopo qualche settimana di “pausa”, o meglio di lavoro disperatissimo che non mi ha dato tregua e non mi ha lasciato molto tempo per il blog, riprendiamo il filo: ecco oggi l’intervista alla seconda autrice S.E.U., Elisa Rolfo.

1) Ciao Elisa. Vuoi presentarti (come autore e come essere umano) ai lettori del blog?
Sono nata a Torino nel 1980. Nel 2004 mi sono laureata al DAMS della mia città. Mi sono dedicata al teatro e ho collaborato con diverse associazioni culturali all’organizzazione di eventi e festival. In alcuni casi è stato proficuo, in altri ho dovuto fare i conti con avvoltoi; neanche il mondo dell’arte si salva da questi. Da otto anni gestisco una cartolibreria e tento per quel che posso di portare un po’ di cultura nel lavoro quotidiano. Da poco ho dato vita a un progetto dedicato a tutti gli scrittori che cercano di far sentire la loro voce nonostante l’egemonia delle grandi case editrici.

2) Quando hai cominciato a scrivere? E quando hai pubblicato il primo testo?
Non da molto, i primi tentativi, sporadici, risalgono al 2009. Il primo racconto pubblicato si intitola Lucifero ed è del 2011.

3) Cosa ti spinge a scrivere, quali sono le tue motivazioni più segrete?
Nulla di segreto, scrivo per comunicare idee attraverso il racconto.

4) Perché hai deciso di pubblicare?
La scrittura per me non è mai stata uno sfogo, ho sempre scritto per essere letta.

5) Hai pubblicato con una casa editrice o con il self-publishing?
Mi stavo informando sul self-publishing, quando ho ricevuto una proposta di pubblicazione da Officine Editoriali.

6) Perché hai fatto questa scelta?
Ritengo sia meglio pubblicare con la guida di un editor esperto, soprattutto all’inizio.

7) Sei stato soddisfatta dei risultati, continuerai così o intendi in futuro prendere una strada diversa?
È presto per parlare di risultati, anche tenendo conto del fatto che la mia casa editrice pubblica solo in digitale, quindi c’è ancora bisogno di uno step in più. Penso che continuerò a scrivere, altre strade al momento non ne vedo.

8) Cosa dovrebbe dare un buon libro ai suoi lettori?
Non limitarsi a raccontare una storia, ma esprimere idee. Certo, ci vuole anche l’azione, qualcosa deve succedere, il lettore si deve domandare a ogni pagina cosa accadrà dopo.

9) Come mai, secondo te, in Italia ci sono pochi lettori?
Abbiamo poteri forti a cui conviene tenere le masse nell’ignoranza. E ci riescono benissimo.

10) Cosa si potrebbe fare, secondo te, per motivare gli italiani che non leggono?
L’unica cosa che si può fare è stimolare la curiosità, attirare l’attenzione. Una buona pubblicità fa vendere qualsiasi prodotto, la difficoltà è realizzarla senza mezzi economici. Bisogna farsi venire delle idee.

11) A cosa serve oggi, secondo te, la narrativa?
La cultura, quale che sia la forma con cui si rivela, serve sempre ad aprire la mente, a imparare a pensare e a porsi domande.

12) Cos’è, secondo te, il “successo” per uno scrittore?
Ottenere popolarità con testi qualitativamente alti, due elementi quasi sempre inconciliabili.

13) Quali sono gli ostacoli più seri che un autore deve affrontare sulla via dell’affermazione personale?
L’essere nato con un cognome insignificante, non far parte della casta. E dover svolgere un altro lavoro per vivere, porta via tempo e impedisce la concentrazione.

14) Cosa dovrebbe fare, secondo te, uno scrittore che non riuscisse a raggiungere questo tipo di “successo”?
Non bisogna mollare, almeno provarci, sempre.

15) Ora ti spetta il tuo piccolo-spazio-pubblicità autogestito: parlaci dei tuoi libri, dei tuoi progetti, di un evento in programma… insomma di quello che vuoi gridare al mondo là fuori. 

Progetti ne ho troppi, in gran parte nella testa. Purtroppo bisogna fare i conti col tempo che il lavoro porta via. Comunque, il mio sogno è scrivere su internet. Tra lo Strega e un sito con migliaia di visitatori al giorno, sceglierei senz’altro il secondo. Vi lascio una presentazione del mio romanzo, Displaced, pubblicato in formato digitale da Officine Editoriali.
Il termine “displaced person” fu coniato alla fine della Seconda Guerra Mondiale per indicare coloro che, sopravvissuti al conflitto, si trovarono senza una collocazione sociale, né riferimenti, né un luogo dove tornare. È qui ripreso per indicare chi, in una società organizzata in gruppi distinti, ciascuno dei quali segue un determinato idolo, non si inserisce in alcuna categoria. Gli idoli sono personalità che per talento, intelligenza e carisma si distinguono dalla massa. Sono più o meno importanti, a seconda del merito e del numero di seguaci. Ogni comunità di sostenitori ha un leader e porta un simbolo di riconoscimento. Alex è un displaced, uno sfigato, non ha un idolo e vive relegato ai margini, costretto a svolgere un impiego che detesta come cassiere in un centro commerciale di periferia. Tra giornate monotone e sere trascorse in solitudine al bar, sogna di poter un giorno far parte della comunità dei seguaci di Norman Zarco, l’unico idolo che vorrebbe, famoso giornalista e reporter di guerra, morto in circostanze misteriose molti anni prima. L’incontro fortuito con il professor Xavier Randall, leader degli Zarconiani, offre ad Alex l’occasione di cambiare vita: può finalmente inserirsi in un gruppo forte e goderne i privilegi di appartenenza. Ma un nuovo idolo sta nascendo: si tratta del violinista Alan Fox, che con il suo comportamento ribelle e il rifiuto di una società divisa in rigidi schemi infastidisce le autorità e il Governo. Combattuto tra il fascino della musica del violinista e la fedeltà al suo idolo Norman Zarco, Alex si ritrova diviso tra due mondi solo apparentemente lontani. Il sistema, con le sue regole imperturbabili, viene violentemente scosso e, mentre il cambiamento si insinua, lento ma inesorabile, il protagonista vive situazioni che lo porteranno a una nuova sicurezza di sé, ma anche alla progressiva messa in discussione delle proprie convinzioni e certezze. Quando anche la credibilità di Norman Zarco, figura fino a quel momento intoccabile, vacilla a causa di una verità scomoda, Alex e il suo gruppo si trovano improvvisamente senza riferimenti e rischiano di vedere il loro mondo spazzato via. L’unica soluzione è mettere in discussione i principi sulla cui base hanno vissuto fino a quel momento e ripartire da valori differenti, primi fra tutti l’importanza dello scambio di idee e della libertà di pensiero. Alex, asociale prima, privilegiato poi, compie un percorso che lo porta a divenire gradualmente libero e capace di rapportarsi agli altri forte della propria individualità, senza la perenne ricerca di uno status. Qualcuno ha ritenuto che il romanzo possa inserirsi nel filone fantascientifico, collocandolo temporalmente in un futuro non troppo lontano. In realtà, non vi è alcun elemento futuristico, la società è inventata, simile alla nostra, ma “altra”, e senza una precisa posizione geografica. 



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