venerdì 29 luglio 2016

Recensioni in 10 righe: "La notte delle falene" di Riccardo Bruni




Diversi personaggi ricostruiscono un fatto di sangue accaduto nel passato, da molteplici punti di vista (uno dei quali è quello della ragazza uccisa): narrazione abbastanza complicata, indiretta e multiforme che aumenta la suspense, obbligandoci a vari e contorti giri di avvicinamento ai fatti. La trama regge e tiene sospesi fino alla fine, lo stesso scioglimento non è affatto prevedibile come ormai accade troppo spesso nei thriller, anche quelli di autori blasonati. Lo stile è quello rapido e diretto dei romanzi di genere. La struttura narrativa non banale mantiene incatenati e non annoia.  Devo dire però che, avendo avuto occasione di leggere un racconto* dello stesso autore, ho trovato in quella storia breve un'ironia e un'originalità che mi hanno colpito ancor più di questo romanzo best seller (e perfino candidato allo Strega). Comunque, un thriller che salvo assolutamente e una lettura intrigante, che consiglio.

Voto *** e 1/2

* Se siete curiosi: il racconto di cui sopra si intitola "Kappa & Pepito" e fa parte della raccolta "Sette racconti”; se volete prima un assaggio, lo trovate gratis qui

giovedì 28 luglio 2016

Io sono umana




Non voglio una sola patria, voglio tutto il mondo. Non ho nessuna verità, ma voglio essere libera di esprimere le mie idee e la mia spiritualità. Rifiuto la violenza, il razzismo, la guerra e la paura. Voglio che i miei figli e i figli di tutti vivano in un mondo accogliente e pacifico, che possano viaggiare, conoscere e amare ogni diversità, che abbiano acqua, cibo, salute e istruzione. So che ogni singolo uomo è frutto di infiniti incroci e mescolanze, di amore, casualità e fortuna che lo fanno com’è: diverso da ogni altro, unico e prezioso. Per questo piango ogni morte e ogni assassinio e per questo voglio ricordare a me stessa, prima di tutto, che io sono umana e tale voglio restare.

mercoledì 27 luglio 2016

Ma l'emergente come fa? Interviste a soci SEU: Monica Schianchi




Continuiamo con le interviste agli autori dell'associazione SEU. Oggi risponde alle mie domande Monica Schianchi.

1) Ciao Monica. Vuoi presentarti (come autore e come essere umano) ai lettori del blog?

Ciao e grazie per lo spazio che mi stai concedendo. Ho quasi 22 anni e sono nata a La Spezia, dove mi sono diplomata al Liceo Classico. Al momento studio Lettere Antiche a Torino, sono prossima alla Laurea. Sono sempre stata una grande lettrice e una studiosa compulsiva, anche se al momento il tempo da dedicare alla lettura è poco. Adoro i gatti e trascorrere il tempo libero con il mio ragazzo e infinite maratone di serie TV. Leggo quasi ogni genere, ma il mio preferito è il romanzo storico; uno degli autori che preferisco è Andrea Frediani, ma sono anche una grandissima fan di Harry Potter.

2) Quando hai cominciato a scrivere? E quando hai pubblicato il primo testo? 

Più o meno quando ho iniziato a leggere, il mio primo libriccino l’ho scritto a 8 anni, ne ho una memoria molto vivida. Il mio primo romanzo l’ho invece scritto a 13 anni, ma col tempo ho apportato delle modifiche fino alla pubblicazione, che è avvenuta l’ultimo anno delle superiori. Non ne vado molto fiera, ho pubblicato con il Gruppo Albatros credendo che fosse una CE seria, che valutasse i romanzi e che pagare fosse normale: adesso so che non è così. 

3) Cosa ti spinge a scrivere, quali sono le tue motivazioni più segrete? 

Ho sempre pensato di voler lasciare una traccia di me, di voler essere ricordata alla greca, nella memoria. È assolutamente un pensiero supponente, ma non essendo neanche maggiorenne sognare in grande è normale. Al momento attuale scrivo perché è quello che voglio fare dal più profondo dell’anima, è l’unica certezza che ho nella vita, a parte il mio ragazzo. Scrivo. Scriverò. 

4) Perché hai deciso di pubblicare? 

Ritengo che scrivere senza pubblicare sia un vero peccato. A meno che non si tratti di un diario segreto, si scrive per farsi leggere e per ottenere un parere, per condividere ciò che si pensa e suscitare un’emozione. Lasciare ciò che si scrive nel cassetto per me è uno spreco, a meno che non lo si faccia con lo scopo di rivederlo e sistemarlo meglio per pubblicarlo in futuro. 

5) Hai pubblicato con una casa editrice o con il self-publishing? 

La prima esperienza è stata con una casa editrice a pagamento a cui ho già accennato e che ovviamente non consiglio. In ogni caso adesso ho provato il selfpublishing, in particolare su Amazon. 

6) Perché hai fatto questa scelta?

Credo che il self sia la scelta. Nel senso che secondo me è molto meglio autopubblicarsi, a meno che non si possa pubblicare con case editrici molto grosse. Credo che il ruolo di una c.e. sia davvero sopravvalutato: non è sempre una garanzia di qualità, anzi a volte nel self ci sono dei lavori migliori, le royalty sono più alte e almeno si sa bene a cosa si va incontro e si può fare marcia indietro quando si vuole. 

7) Sei stato soddisfatto dei risultati, continuerai così o intendi in futuro prendere una strada diversa?

Piuttosto soddisfatta, al momento penso resterò nel self, perché mi trovo davvero molto bene, però non è escluso che in futuro provi di nuovo con una casa editrice, ancora non lo so. 

8) Cosa dovrebbe dare un buon libro ai suoi lettori?

Uhm, bella domanda, soprattutto perché credo che la concezione di “buon libro” sia soggettiva, in ogni caso posso considerare buono un libro che lasci un insegnamento o veicoli un messaggio tangibile, che scuota o faccia riflettere. 

9) Come mai, secondo te, in Italia ci sono pochi lettori?

Leggere da tante persone non viene considerato uno svago, anche perché a volte da piccoli viene imposto. Non so davvero capire per quale motivo l’hobby della lettura non sia troppo diffuso, dal momento che lo trovo bellissimo. Potremmo parlare dell’intelligenza dell’italiano medio, ma credo che questo esuli dallo scopo di questa nostra conversazione. 

10) Cosa si potrebbe fare, secondo te, per motivare gli italiani che non leggono?

Non ricordo più chi ha detto che una persona a cui non piace leggere non ha semplicemente trovato il libro giusto. Sono d’accordo. Credo che noi lettori non dovremmo aspettarci che tutti leggano il nostro stesso quantitativo di libri, ma non sarebbe male se leggessero almeno un po’, in modo consono ai loro gusti. 

11) A cosa serve oggi, secondo te, la narrativa?

Diciamo che i libri che vanno per la maggiore hanno uno scopo quasi esclusivamente legato all’intrattenimento. I grandi classici vengono letti da un numero limitato di lettori, e io credo che noi scrittori dobbiamo adeguarci. D’altronde anche un libro di intrattenimento può comunque veicolare un messaggio o un’idea. 

12) Cos’è, secondo te, il “successo” per uno scrittore?

È davvero difficile rispondere, credo che nel corso della mia vita cambierò idea molte volte e anche adesso ne ho una molto fumosa. Quando ero più piccola ero convinta che pubblicare fosse l’ostacolo maggiore, superato quello il successo sarebbe stato automatico. Ora so che mi sbagliavo. Il successo dovrebbe essere un lettore che ci scrive che gli siamo entrati dentro, ma purtroppo credo che anche questo sia per tutti una magra consolazione, dopo un po’. Quando succede è una soddisfazione bellissima, ma credo che in realtà tutti sogniamo di trovare il nostro libro in libreria, di essere riconosciuti come succede a Jessica Fletcher, di fare presentazioni per le quali non dover pregare i parenti di venire. Per me ora il successo è quello, ma poi basterà? 

13) Quali sono gli ostacoli più seri che un autore deve affrontare sulla via dell’affermazione personale?

Gli ostacoli da affrontare sono mille, il primo è mettersi in discussione. Accettare le critiche negative e farne tesoro, con la consapevolezza che non si è dio. Altri ostacoli sono la frustrazione nel vedere che in libreria le schifezze di Barbara D’Urso vendono più di quanto tu possa sognare. Oppure nel vedere che centinaia di persone hanno letto il tuo libro (KDP è anche questo), ma nessuno capisce l’importanza di lasciare il proprio parere. Altra cosa è il fatto che magari veniamo meno a quello che siamo o vorremmo essere, adeguandoci seppur di mala voglia a certe cose o adattando il nostro stile di scrittura o la trama ai gusti del pubblico. Sono compromessi probabilmente necessari, però non oso pensare a quelli che devono accettare, per esempio, gli scrittori che vedono i loro libri diventare trasposizioni cinematografiche (anche se per me sarebbe comunque un bel sogno). 

14) Cosa dovrebbe fare, secondo te, uno scrittore che non riuscisse a raggiungere questo tipo di “successo”?

Continuare a fare quello che fa, se lo fa stare bene, ovviamente magari con un altro lavoro, sennò difficilmente potrà mangiare. Arrivare al tipo di successo che desidero io, al momento è praticamente impossibile. Credo che nella vita bisogna accontentarsi: per me il successo è un bel sogno, ma sono anche cinica e tale resto. Bisogna convincersi che il successo sono le parole gentili di chi legge il nostro libro e lo apprezza. Sorridere e andare avanti. 

15) Ora ti spetta il tuo piccolo-spazio-pubblicità autogestito: parlaci dei tuoi libri, dei tuoi progetti, di un evento in programma… insomma di quello che vuoi gridare al mondo là fuori.

I miei libri attualmente editi sono Il Potere dell’Amore, un paranormal romance dai tratti adolescenziali, e due romance/erotici che costituiscono una duologia: Incontri in maschera e La propria strada. Presentano il primo un PDV femminile e il secondo uno maschile, ma le storie sono indipendenti l’una dall'altra e autoconclusive. In entrambe si verifica una sorta di rinascita per il protagonista, una crescita interiore che in Incontri in maschera porta finalmente a “privare della maschera” e aprire il proprio cuore (forse) e ne La propria strada a trovare un sogno, un modo per realizzarsi nella vita. 
Ho moltissimi progetti e zero tempo causa università. Al momento mi dedicherò, penso, ad un romanzo psicologico/drammatico, in realtà non so bene in che genere inserirlo. Ma è solo uno dei tanti, purtroppo per la mia mente iperattiva e le mie giornate troppo corte. 
Uhm cosa voglio urlare al mondo? Amate e parlate, parlate tanto e di tutto, è l’unico modo per capire e capirsi.
Questo è il link alla pagina Amazon in cui ci sono tutti I miei libri: http://amzn.to/2ateTrZ

mercoledì 20 luglio 2016

Recensioni in 10 righe: "Ti amo ma posso spiegarti" di Guido Catalano


Continua la serie delle mie scoperte (tutte in nettissimo ritardo) su yeerida [con cui, sia chiaro, non ho nessun contratto pubblicitario]. Quest'oggi tocca a "Ti amo ma posso spiegarti" di Guido Catalano.
Allora, vi dico subito che si tratta di un libro impossibile da recensire, anche in 10 righe. E' un oggetto curioso, dovete aprirlo e studiarvelo da soli, piaccia o non piaccia. Probabilmente vi farà ridere o almeno sorridere, se siete di quelli sempre con la piva. Ma cos'è, insomma? chiederete voi. Giusto perché mi sono impegolata in questa storia delle recensioni, qualcosa mi tocca dirvela. Ecco: si tratta di poesie ma non proprio, più un andare a capo a cazzo dentro una serie di pensieri surreali, tra il senso e il non senso della vita. Soprattutto senza prendersi per niente sul serio, e già questo da solo vale le quattro stelline.

Voto: ****

lunedì 18 luglio 2016

Recensioni in 10 righe: "Luglio, agosto, settembre nero" di Gianluca Morozzi





Una raccolta di racconti (legati tra loro) del lontano 2002, ritrovata ora per un caso fortunato: è presente su yeerida.com, sito in cui è possibile leggere in streaming, e gratuitamente, autori e case editrici (ad esempio Miraggi, Las Vegas, Fernandel, Graphe.it) molto interessanti.
Un gruppo di giovani squinternati di Bologna si ritrova, assolutamente impreparato, davanti e in mezzo ad alcuni dei peggiori incubi della nostra storia recente: le violenze del G8 di Genova, gli attacchi terroristici dell' 11 settembre 2001, la guerra in Afghanistan. Purtroppo, malgrado siano passati parecchi anni, le stragi e gli eventi di questi ultimi mesi ci costringono a rivivere lo stesso orribile stupore, la stessa inquietudine impotente.
Tra il comico e il tragico, con personaggi che facevano già parte del mondo "morozziano", si legge con piacere come tutti i libri di Gianluca Morozzi, solo che questa volta non c'è la leggerezza di altri testi. Piuttosto uno sguardo amaro, rabbioso e spaventato sul mondo malato e inconsulto in cui ci tocca vivere. Da allora, ancora oggi e adesso.

Voto *** e 1/2

mercoledì 13 luglio 2016

Ma l'emergente come fa? Interviste a soci SEU: Elisa Rolfo


Dopo qualche settimana di “pausa”, o meglio di lavoro disperatissimo che non mi ha dato tregua e non mi ha lasciato molto tempo per il blog, riprendiamo il filo: ecco oggi l’intervista alla seconda autrice S.E.U., Elisa Rolfo.

1) Ciao Elisa. Vuoi presentarti (come autore e come essere umano) ai lettori del blog?
Sono nata a Torino nel 1980. Nel 2004 mi sono laureata al DAMS della mia città. Mi sono dedicata al teatro e ho collaborato con diverse associazioni culturali all’organizzazione di eventi e festival. In alcuni casi è stato proficuo, in altri ho dovuto fare i conti con avvoltoi; neanche il mondo dell’arte si salva da questi. Da otto anni gestisco una cartolibreria e tento per quel che posso di portare un po’ di cultura nel lavoro quotidiano. Da poco ho dato vita a un progetto dedicato a tutti gli scrittori che cercano di far sentire la loro voce nonostante l’egemonia delle grandi case editrici.

2) Quando hai cominciato a scrivere? E quando hai pubblicato il primo testo?
Non da molto, i primi tentativi, sporadici, risalgono al 2009. Il primo racconto pubblicato si intitola Lucifero ed è del 2011.

3) Cosa ti spinge a scrivere, quali sono le tue motivazioni più segrete?
Nulla di segreto, scrivo per comunicare idee attraverso il racconto.

4) Perché hai deciso di pubblicare?
La scrittura per me non è mai stata uno sfogo, ho sempre scritto per essere letta.

5) Hai pubblicato con una casa editrice o con il self-publishing?
Mi stavo informando sul self-publishing, quando ho ricevuto una proposta di pubblicazione da Officine Editoriali.

6) Perché hai fatto questa scelta?
Ritengo sia meglio pubblicare con la guida di un editor esperto, soprattutto all’inizio.

7) Sei stato soddisfatta dei risultati, continuerai così o intendi in futuro prendere una strada diversa?
È presto per parlare di risultati, anche tenendo conto del fatto che la mia casa editrice pubblica solo in digitale, quindi c’è ancora bisogno di uno step in più. Penso che continuerò a scrivere, altre strade al momento non ne vedo.

8) Cosa dovrebbe dare un buon libro ai suoi lettori?
Non limitarsi a raccontare una storia, ma esprimere idee. Certo, ci vuole anche l’azione, qualcosa deve succedere, il lettore si deve domandare a ogni pagina cosa accadrà dopo.

9) Come mai, secondo te, in Italia ci sono pochi lettori?
Abbiamo poteri forti a cui conviene tenere le masse nell’ignoranza. E ci riescono benissimo.

10) Cosa si potrebbe fare, secondo te, per motivare gli italiani che non leggono?
L’unica cosa che si può fare è stimolare la curiosità, attirare l’attenzione. Una buona pubblicità fa vendere qualsiasi prodotto, la difficoltà è realizzarla senza mezzi economici. Bisogna farsi venire delle idee.

11) A cosa serve oggi, secondo te, la narrativa?
La cultura, quale che sia la forma con cui si rivela, serve sempre ad aprire la mente, a imparare a pensare e a porsi domande.

12) Cos’è, secondo te, il “successo” per uno scrittore?
Ottenere popolarità con testi qualitativamente alti, due elementi quasi sempre inconciliabili.

13) Quali sono gli ostacoli più seri che un autore deve affrontare sulla via dell’affermazione personale?
L’essere nato con un cognome insignificante, non far parte della casta. E dover svolgere un altro lavoro per vivere, porta via tempo e impedisce la concentrazione.

14) Cosa dovrebbe fare, secondo te, uno scrittore che non riuscisse a raggiungere questo tipo di “successo”?
Non bisogna mollare, almeno provarci, sempre.

15) Ora ti spetta il tuo piccolo-spazio-pubblicità autogestito: parlaci dei tuoi libri, dei tuoi progetti, di un evento in programma… insomma di quello che vuoi gridare al mondo là fuori. 

Progetti ne ho troppi, in gran parte nella testa. Purtroppo bisogna fare i conti col tempo che il lavoro porta via. Comunque, il mio sogno è scrivere su internet. Tra lo Strega e un sito con migliaia di visitatori al giorno, sceglierei senz’altro il secondo. Vi lascio una presentazione del mio romanzo, Displaced, pubblicato in formato digitale da Officine Editoriali.
Il termine “displaced person” fu coniato alla fine della Seconda Guerra Mondiale per indicare coloro che, sopravvissuti al conflitto, si trovarono senza una collocazione sociale, né riferimenti, né un luogo dove tornare. È qui ripreso per indicare chi, in una società organizzata in gruppi distinti, ciascuno dei quali segue un determinato idolo, non si inserisce in alcuna categoria. Gli idoli sono personalità che per talento, intelligenza e carisma si distinguono dalla massa. Sono più o meno importanti, a seconda del merito e del numero di seguaci. Ogni comunità di sostenitori ha un leader e porta un simbolo di riconoscimento. Alex è un displaced, uno sfigato, non ha un idolo e vive relegato ai margini, costretto a svolgere un impiego che detesta come cassiere in un centro commerciale di periferia. Tra giornate monotone e sere trascorse in solitudine al bar, sogna di poter un giorno far parte della comunità dei seguaci di Norman Zarco, l’unico idolo che vorrebbe, famoso giornalista e reporter di guerra, morto in circostanze misteriose molti anni prima. L’incontro fortuito con il professor Xavier Randall, leader degli Zarconiani, offre ad Alex l’occasione di cambiare vita: può finalmente inserirsi in un gruppo forte e goderne i privilegi di appartenenza. Ma un nuovo idolo sta nascendo: si tratta del violinista Alan Fox, che con il suo comportamento ribelle e il rifiuto di una società divisa in rigidi schemi infastidisce le autorità e il Governo. Combattuto tra il fascino della musica del violinista e la fedeltà al suo idolo Norman Zarco, Alex si ritrova diviso tra due mondi solo apparentemente lontani. Il sistema, con le sue regole imperturbabili, viene violentemente scosso e, mentre il cambiamento si insinua, lento ma inesorabile, il protagonista vive situazioni che lo porteranno a una nuova sicurezza di sé, ma anche alla progressiva messa in discussione delle proprie convinzioni e certezze. Quando anche la credibilità di Norman Zarco, figura fino a quel momento intoccabile, vacilla a causa di una verità scomoda, Alex e il suo gruppo si trovano improvvisamente senza riferimenti e rischiano di vedere il loro mondo spazzato via. L’unica soluzione è mettere in discussione i principi sulla cui base hanno vissuto fino a quel momento e ripartire da valori differenti, primi fra tutti l’importanza dello scambio di idee e della libertà di pensiero. Alex, asociale prima, privilegiato poi, compie un percorso che lo porta a divenire gradualmente libero e capace di rapportarsi agli altri forte della propria individualità, senza la perenne ricerca di uno status. Qualcuno ha ritenuto che il romanzo possa inserirsi nel filone fantascientifico, collocandolo temporalmente in un futuro non troppo lontano. In realtà, non vi è alcun elemento futuristico, la società è inventata, simile alla nostra, ma “altra”, e senza una precisa posizione geografica. 



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mercoledì 6 luglio 2016

Recensioni in 10 righe: "Mariotta la quarta bambina" di Nadia Bertolani



Fiammetta, una donna fragile e tormentata, sposata con uno scrittore di storie per bambini, deve tornare, per una cerimonia in onore del marito, nel paese d'origine, dove dovrà fare i conti con molti aspetti irrisolti del suo passato e in particolare col ricordo di Mariotta, bambina morta misteriosamente che nessun altro in paese sembra voler nominare. La costruzione narrativa regge benissimo, la tensione per il mistero della bambina scomparsa attraversa tutto il romanzo e cattura l'attenzione del lettore. Lo stile è elegante, capace di suggerire e di evocare ambienti e atmosfere, piacevole e mai banale. Insomma un ottimo romanzo, che ci lascia l'impressione di una realtà molto più ricca e misteriosa di quella che crediamo di conoscere, una realtà di cui fanno parte anche i nostri sogni, i nostri desideri e le nostre paure. Una lettura consigliata.

Voto *** e 1/2


Link per l'acquisto su Ilmiolibro

lunedì 4 luglio 2016

Recensioni in 10 righe: "Cattive compagnie" di Ruth Newman





Ma che 10 righe, per questo romanzo mi serve molto meno spazio. Dunque. Si tratta di un altro romanzo uscito qualche anno fa. Thriller psicologico, per tutta la prima parte discretamente avvincente. Una giovane vedova crede di intravedere, in una foto scattata da altri durante le vacanze, il marito redivivo (o mai morto?). Contro ogni logica e contro il parere dei suoi più cari amici, parte alla ricerca della verità, prima a Miami, poi in Sicilia, poi a Las Vegas, ripercorrendo intanto, nella memoria, la sua storia d'amore e la morte prematura dell'adorato marito. Ovviamente niente è come sembra. Buon ritmo e tensione, almeno fino a metà romanzo, poi purtroppo si confonde un po' e diventa una spy story al limite dell'inverosimile. Finale niente di che. 

Voto ** e mezzo.

sabato 2 luglio 2016

Consigli per scrittori sommersi: circa 10 cose che ho imparato su premi e concorsi letterari (e che ora potete imparare pure voi).


Scrittori emergenti
1)   Non partecipate mai alla prima edizione di un concorso letterario: capita che si facciano mandare le quote di iscrizione e poi semplicemente scappino con il bottino, e voi scopriate di non sapere dove rintracciarli perché la sedicente associazione culturale organizzatrice in realtà non esiste. Adorabili questi, nel loro genere. 

2) Sappiate che vincono per lo più racconti piagnoni e commoventi. Mo’ ve l’ho detto, fate un po’ voi. 

3) Vincono per lo più poesie brutte cuore-ammore-mareggabbianelle, nei concorsi con giuria alla buona, oppure poesie che fanno finta di essere complesse ma in verità non ci si capisce niente perché l’autore sta con sé e si basta. Insomma, grosso modo vincono sempre le stesse poesie, capito il genere siete a cavallo. Posto che voi scriviate poesie solo per vincere i concorsi. 

4) Non partecipate mai a concorsi dove si vincono targhe e opere d’arte (pregevoli), il perché è inutile che ve lo spieghi. 

5) Non partecipate mai a concorsi organizzati da case editrici a pagamento, perché cercheranno in qualche modo di pubblicarvi (dietro vostro lauto compenso) qualunque cosa, che vinciate o no. 

6) Se vi telefonano gli organizzatori di qualche concorso, magari sponsorizzato dal Presidente della Repubblica e da tutti i corazzieri schierati, dicendovi di essere rimasti colpiti dai vostri testi e che vogliono inserirvi in un’antologia dei meglio scrittori del secolo, di cui ovviamente dovete condividere le spese di pubblicazione (esose, ma il tomo è in pergamena pregiata e miniata), non ci credete. Se foste i migliori scrittori del secolo ve ne sareste accorti, per lo più gratuitamente. 

7) Sappiate che i bandi di concorso sono peggio delle gride manzoniane, bisogna saperli leggere. Ad esempio, esistono 50 sfumature di inediti: c’è l’inedito su carta, ma edito come ebook, o edito sul web, o edito in antologia senza contratto di edizione (quindi inedito, dal punto di vista legale). Insomma, se avete un bel racconto piagnone da iscrivere, ma esso non è rimasto finora del tutto inattivo nel vostro archivio, non disperate: cercate di leggere tra le righe del bando a quale tipo di inediti fa riferimento quel premio e, se non si capisce, scrivete agli organizzatori e chiedete informazioni. Il più delle volte c’è una sfumatura di inedito che fa al caso vostro. 

8) Non iscrivetevi a concorsi dove il premio è essere pubblicati, senza ricevere una lira di diritti d’autore, in un’antologia che poi, ovviamente, cercheranno di vendere a voi stessi medesimi la sera della premiazione. Con tante congratulazioni. 

9) Non iscrivetevi a concorsi dove la giuria è composta da gente che, a occhio e croce, di letteratura ne capisce molto meno di voi. A meno che non abbiate un bel racconto piagnone, di cui volete saggiare la presa emotiva sulla suddetta giuria nazional-popolare. 

10) Non pagate quote di iscrizione ridicolmente alte, a fronte di premi inconsistenti (vedi i punti 4 e 8); in questi casi viene meno l’effetto casinò e resta solo l’effetto volatile spiumato (con dolore). 

11) E soprattutto: non iscrivetevi a concorsi che vi impongono una premiazione all’altro capo della penisola, a meno che il premio non sia considerevole, anche per gli eventuali finalisti, e vi consenta di coprire in scioltezza le spese di aereo-treno-soggiorno-ristorazione. Quelli che poi, se vincete o siete finalisti, vi ospitano gratis e vi offrono la cena di gala sono i miei premi letterari preferiti. Peccato che non ne ho ancora mai vinto uno, dei miei preferiti. Anche perché oggettivamente sono pochissimi. Purtroppo. 

12) Un’altra cosa che vi consiglio è di partecipare ai premi letterari come giurati (a pagamento): vero che vi tocca leggervi migliaia di racconti tendenzialmente piagnoni e altrettante poesie bruttissime o incomprensibili (o, Dio vi scampi, tutte e due le cose insieme); ma alla fine non pagate quote di iscrizione, non vi tocca comprare niente che sia stato scritto da voi, vi offrono la cena e, poco o tanto, qualcosa vi mettete in tasca di sicuro. Anzi, se qualche associazione culturale vera o sedicente, o il Presidente della Repubblica o i corazzieri, avessero bisogno nei mesi estivi di una giurata scrittrice, poetessa, blogger e prof, per un concorso prestigioso in un luogo fresco e ameno, io mi candido. Fatemi sapere.

Scrittori sommersi