domenica 26 giugno 2016

Il ritorno di Jan


Agnes lo rivide per la prima volta la terza domenica di maggio, durante la funzione, in fondo alla chiesa, appoggiato alla porta. Mentre tutti cantavano, Jan se ne stava lì, zitto, e la osservava. Agnes si girò solo un attimo verso il pastore, simulando un’attenzione che ormai non poteva più avere, poi tornò a guardare verso la porta, ma Jan non c’era più. Quando la funzione finì, chiese a sua sorella se lo aveva visto anche lei, ma Astrid disse di no, e intanto cercava di proteggerla con tutta la compassione dei suoi occhi buoni e insulsi.
Lo rivide per la seconda volta da lontano, davanti alla casa dello zio Emil, mentre andava a riportargli la biancheria che sua madre aveva aiutato a rammendare. Jan aveva un’aria smunta, la camicia bianca strappata, stava appoggiato alla porta di legno, e la guardava. Lei allungò il passo, malgrado il peso che portava sulle spalle, perché questa volta voleva assolutamente parlargli, chiedergli perché era tornato e non si era più fatto vivo con lei. Aveva forse un’altra donna? Si era sposato magari laggiù, a Moskenes, durante l’ultimo dei suoi viaggi per mare?
Vide che Jan, man mano che lei si avvicinava, si staccava dalla casa e faceva qualche passo all’indietro, verso la strada, senza toglierle però gli occhi di dosso. Agnes cominciò a correre verso di lui, trascinandosi con fatica appresso il sacco con i panni, ma anche lui accelerò verso il bosco. Poiché correva molto più forte di lei, dopo pochi secondi fu dietro la curva e Agnes non lo vide più.
La terza volta Agnes se lo ritrovò in casa, seduto vicino al fuoco. Era pallidissimo e, come al solito, in silenzio la fissava con occhi lucenti. Lei gli chiese come fosse entrato, ma poi, senza aspettare la risposta, gli disse ciò che più le stava a cuore, scoppiando a piangere di rabbia e di vergogna: “Jan Hansen, perché non vuoi più parlarmi? Vedo che tu non provi più per me alcun tenero affetto: hai già dimenticato?” Poiché neppure queste parole misero fine al silenzio del suo amante, Agnes, guardandolo con disprezzo e sussurrando, perché nessuno della sua famiglia sentisse, gli disse: “Tu ora devi sapere, uomo senza onore, che in questo ventre cresce un figlio tuo.” Lui la guardò tristemente, per un tempo che ad Agnes parve infinito, poi si portò una mano alla gola, come se volesse urlare ma non potesse, e in quell’inutile sforzo la sua immagine si dissolse, luce dentro la luce del fuoco. 
Agnes ormai nel suo cuore sapeva bene che ciò che vedeva di Jan non era più Jan, ma non voleva crederlo ancora, per amore del figlio che portava in grembo. Reggendosi lo scialle, nell’alba gelata, andò al porto e, come una donna che ha perso il giudizio, si mise a chiedere a tutti gli uomini che si preparavano a uscire per la pesca: 
“E’ tornato il marito di Elise, che stava sulla barca di Jan Hansen?” 
“ No, donna, non è tornato.” 
“ E’ forse tornato allora il fratello della piccola Hanne, che era partito con Jan Hansen? 
“No, non è ancora tornato.”
“E Joakim, che pesca insieme a Jan Hansen, è tornato?” 
Nessuno più le rispose, ma la guardavano come si guarda un’essere degno di pietà. 
Le disse infine il pescatore più anziano, che aveva ascoltato le sue disperate domande: 
“Jan e i suoi compagni, per avidità, sono andati infine a pescare maledizioni. Eppure anche loro sapevano le storie di quelli che sono stati presi dal vortice, e non sono più tornati. Agnes, mettiti il cuore in pace, ragazza.” 
La quarta volta Agnes lo rivide proprio sulla banchina del porto. La aspettava. Le tendeva la mano. Agnes voleva e non voleva, era sola e disperata, ma aveva paura. Aveva solo 16 anni, e un figlio in grembo. Infine l’amore, o la disperazione, fu più forte del terrore. Si lasciò toccare da quella mano fredda e decisa come l’acciaio, si lasciò circondare, abbracciare, trascinare da un vortice gelido, giù, anche lei insieme a Jan Hansen, in fondo al mare.


(Il ritorno di Jan è un racconto del 2012)

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