sabato 18 giugno 2016

L'ultima notte


Anno 1567 dell’Autorità Centrale

Sto qua, seduto su una roccia, sull’orlo di un burrone, in bilico sulla fine, e guardo per l’ultima volta queste mie stelle. Già si vede nel cielo e arriverà stanotte, ormai non ci sono più ne’ dubbi ne’ speranze: quella enorme palla di fuoco distruggerà la terra su cui sono cresciuto e che mi ha nutrito. Ma nessuno di noi sarà qui a vedere la catastrofe. L’asteroide ridurrà in polvere e deserto un pianeta già vuoto.
Stamattina ho salutato i miei genitori, troppo vecchi per imbarcarsi e per provare a ricominciare in un'altra parte dell’universo. Li ho visti allontanarsi sereni, seguendo le istruzioni degli incaricati che li invitavano a unirsi al loro gruppo, il numero 403 della nostra area. Come tutti gli individui in età non ancora o non più riproduttiva, sono stati convogliati verso gli appositi centri allestiti dall’Autorità centrale, dove è stato loro somministrato il Farmaco Pietoso, che li ha spinti nel nulla senza angoscia e senza sofferenze. Sia lode ancora una volta all’Autorità Centrale, che mai ci abbandona nel bisogno e a noi generosamente provvede.
Mi chiamano, è tempo. L’obbedienza è dovuta e mi incammino come gli altri verso la vicina Stazione TT.
Prima di tele-imbarcarci, i funzionari governativi che presiedono alla procedura di invio ci ripetono per l’ennesima e ultima volta le istruzioni: una volta sbarcati dovremo cercare di localizzare la più vicina comunità di alieni, e prepararci a ripulire la terra nuova nel modo più rapido possibile. Non è detto che il tele- sbarco riesca al 100%, data la distanza e le interferenze: potremmo ritrovarci da soli o senza le armi necessarie. In tal caso agiremo senza scoprirci e senza mettere inutilmente a rischio la nostra vita, preziosa per ripopolare il nostro nuovo pianeta. Cercheremo di ricollegarci al più vicino gruppo di conspecifici e, nel frattempo, se dovessimo essere scoperti e attaccati dagli alieni ci difenderemo utilizzando le nostre armi biologiche, comunque letali per i nemici.
Entriamo nell’astroTT, per me è la prima volta. Alla mia nascita fu deciso che il mio contributo alla comunità fosse di tipo 0-alfa, dunque finora non ho mai avuto bisogno di avventurarmi nello spazio: sia lode all’ Autorità Centrale che saggiamente concede a ognuno di contribuire secondo le sue bio-psico-dinamiche alla felicità collettiva.
L’astroTT è una sala vasta, in cui trovano posto cento individui di medio peso. Ci fanno disporre lungo le pareti, ognuno nella sua tele-cabina, poi i funzionari escono e si chiude il portone metallico centrale. Il mio corpo è costretto da migliaia di micro-cinture ad aderire perfettamente alla superficie attiva della tele-cabina. La mia mente, resa sgradevolmente ingovernabile dalle emozioni del momento, si placa all’istante, quando una siringa mi inietta una dose di Farmaco Materno e mi consegna al sonno profondo, premessa necessaria all’inizio della procedura di tele-invio.

Riprendo coscienza. La prima sensazione è quella di non essere uno, ma di essere milioni di volte me. Poi sento il pensiero da tutte le mie menti armonicamente tornare a convergere in un unico flusso. Non so spiegarmi meglio di così ciò che mi accade, sono un essere semplice.
Mi guardo intorno e vedo che sono solo: nessun compagno è arrivato qui, e non ho con me armi di nessun tipo. Dovrò seguire la procedura adatta e che ricordo bene: nascondermi e cercare di riunirmi alla mia comunità. Non sarà difficile, siamo arrivati a milioni e altri ne arriveranno.
Con stupore mi accorgo che il pianeta somiglia non poco al mio: le rocce e la terra rossa, le montagne in lontananza. Il respiro è un poco affannoso, vista la composizione non ottimale dell’atmosfera, ma ci hanno spiegato che, nel tempo, ci adatteremo. È buio e il cielo è pieno di stelle, che mi commuovono ancora, anche se sono tanto diverse dalle mie. Un astro bianchissimo e luminoso, talmente vicino da sembrare enorme, mi affascina per la sua sconosciuta bellezza e nello stesso tempo mi rattrista e mi agita, perché mi ricorda con evidenza che questo non è il mio cielo e che sono solo in una terra misteriosa, di cui non conosco le leggi, ne’ i pericoli.
In lontananza vedo una piccola luce. L’Autorità centrale, con somma intelligenza e materna sollecitudine, ha predisposto per noi un pacchetto-informazioni da portare con noi nel tele-sbarco: i nostri scienziati hanno trovato il modo di spiegare anche a un semplice 0-alfa come me le caratteristiche essenziali del pianeta e i tratti bio-psico-dinamici degli alieni, e le loro abitudini di vita. Quella luce, lo vedo meglio avvicinandomi, viene da uno dei fori delle loro cubo-abitazioni: dunque c’è qualcuno all’interno, e non sta ancora dormendo. Mi avvicino ancora un po’, incerto: sto eseguendo l’ordine di esplorare il territorio circostante in cerca dei miei conspecifici o sto disubbidendo all’ordine che mi impone di restare nascosto e di non mettermi in situazioni rischiose? Decido che il mio comportamento è compatibile con le istruzioni ricevute dai funzionari e dunque continuo a muovermi in direzione della cubo-abitazione illuminata.
Quando arrivo nelle immediate vicinanze dell’edificio, sento un verso ripetitivo e rabbioso, che mi segnala la presenza di qualche essere vivente sconosciuto e, ritengo, aggressivo. Mi abbasso e, riparato dietro un ciuffo della stravagante vegetazione locale, aspetto. Dopo un po’ torna il silenzio, ma mi accorgo da un leggerissimo fruscio che qualcuno si sta avvicinando. Nella mia mente si agitano indicazioni di comportamento contraddittorie, e alla fine è il mio corpo a decidere: scatto in piedi e mi ritrovo quasi faccia a faccia con un alieno, che appare non meno stupito e spaventato di me. Restiamo a fronteggiarci immobili per un tempo che mi pare lunghissimo, poi, sia sempre lodata l’Autorità Centrale che ci istruisce, mi sovviene che per gli alieni le nostre armi biologiche sono letali, dunque mi rassicuro. 
L’essere sembra accorgersi che sono più rilassato, e fa un altro passo nella mia direzione; mi guarda fisso, dilata le pupille e scopre minacciosamente i piccoli denti rialzando gli angoli della bocca. Quell’espressione non mi piace, così mi rimetto in guardia. L’alieno allora emette alcuni suoni incomprensibili, continua a mostrare il suo ghigno minaccioso e allunga una zampa verso di me. Apre le sue cinque dita quasi senza unghie, continua a guardarmi e a fare versi lamentosi e si avvicina senza paura: è il momento di eseguire gli ordini. Allungo la mia mano verso la sua zampa e in meno di un secondo faccio scattare l’unghia-difesa: gli inoculo tutto il veleno disponibile e lo vedo in pochi attimi stramazzare al suolo ululando, e contorcersi fino alla morte. Quando è ormai immobile, mi avvicino per guardarlo meglio e mi accorgo che ha ancora sul muso quel ghigno orribile. Lo rivolto con un calcio e mi allontano rapidamente, prima che dalla cubo-abitazione arrivi qualche altro pericolo. 
Cammino a lungo, senza incontrare nessuno: né i miei compagni, ne’ altri alieni. Mi siedo a riposare un po’ e a calmare la mente. Dopo aver ucciso col veleno si resta sempre un po’ agitati, e malinconici.
Guardo le stelle, così belle, così diverse. Il grosso pianeta bianco è ora più alto. Penso al mio pianeta: ormai sarà polvere, non sarà che un relitto solitario perso in chissà quale parte invisibile dello spazio.
Penso ai miei compagni e alle mie compagne, che saranno già tutti in assetto di guerra, pronti a sterminare con la prima luce che si aprirà in cielo gli abitanti della nuova terra, e a prendere il loro posto.
Penso agli alieni, chiusi nelle loro cubo-abitazioni, con i loro piccoli, i loro vecchi; li immagino dormire tranquilli, mentre la luce bianca del grosso astro misterioso dall’alto li illumina, e falsamente li rassicura. Sognano forse, del tutto ignari che anche per loro e per la loro terra questa è l’ultima notte.

["L'ultima notte" è un racconto di qualche anno fa]

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