lunedì 27 giugno 2016

Ma l'emergente come fa? Interviste a soci SEU: Elena Genero Santoro

Comincio oggi a proporvi una serie di interviste a soci S.E.U. (Scrittori Emergenti Uniti). L’intento, come vedrete, non è affatto celebrativo o autocelebrativo: lo spazio “promozionale” è molto ridotto e autogestito, e ringrazio gli autori di aver accettato lo stesso, molto cortesemente, di rispondere alle mie domande. Volevo infatti sfruttare l'occasione per dare un'occhiata senza filtri al mondo degli autori cosiddetti “emergenti”, su cui circolano molti pregiudizi, soprattutto relativi alla loro presunta ambizione scellerata e acritica. Così ho fatto domande su punti "sensibili" per l’autore ancora a inizio carriera (se mai esistesse una “carriera” per chi scrive): più o meno l’equivalente del “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?”. Mi pare di aver ottenuto risposte dirette e sincere, che spero, alla fine, ci consentiranno, oltre che di conoscere individualmente alcuni autori, anche di tirare le somme e fare un piccolo ritratto collettivo.

La nostra prima ospite è Elena Genero Santoro. 



1) Ciao Elena. Vuoi presentarti (come autore e come essere umano) ai lettori del blog?

Ciao Tina e grazie di questo spazio. Vivo vicino a Torino, dove sono nata nel 1975, ho un marito e due figli. Di giorno lavoro full time in un’azienda che fa auto e nel week end, potendo, scrivo. 

2) Quando hai cominciato a scrivere? E quando hai pubblicato il primo testo?

In verità ho iniziato a disegnare intere storie a fumetti alle elementari, solo che poi mi scocciavo a colorarle tutte. A me interessava la storia, non tanto la sua grafica. All’epoca prediligevo di gran lunga i fumetti ai romanzi. In seconda media ho scritto a mano e su un taccuino il mio primo romanzo sentimentale, che, ovviamente, a guardarlo col senno di poi, è poco più che un lungo racconto. Oggi direi che è impubblicabile per molti motivi, eppure conserva una sua dignità. La produzione di romanzi taccuineschi è durata fino alla fine del liceo ed è ancora tutta nel mio cassetto. Nel mezzo c’è stata la vita, la laurea, il lavoro e non ho più scritto fiction. È stato all’età di trentasei anni che, in un periodo di quiete forzata (ero incinta e non potevo muovermi) ho buttato giù il mio primo vero romanzo, “Perché ne sono innamorata”, che è stato pubblicato un paio di anni dopo. 

3) Cosa ti spinge a scrivere, quali sono le tue motivazioni più segrete?

Le motivazioni sono tante e me le sono chieste a lungo anche io, ma credo che di base ci sia la voglia di capire, analizzare la realtà che mi circonda e alla fine cambiarla in modo da renderla migliore. Quando scrivo dipano i pensieri, do un senso alle cose e trovo le soluzioni che mi mancavano.

4) Perché hai deciso di pubblicare? 

Sai che non lo so ricordo più? Potrei dirti che qualche amico e parente mi ha letta e incoraggiata, ma la molla che mi ha fatto desiderare di passare dal manoscritto al libro vero e proprio è forse stato il bisogno di dare una dignità a ciò che avevo fatto e la speranza che il mio lavoro potesse diffondersi tra gli interessati. 

5) Hai pubblicato con una casa editrice o con il self-publishing? 

Ho iniziato (drammaticamente) con un self solo cartaceo ed è stato un bagno di sangue! Quante scemenze fa fare l’inesperienza. Non ho venduto nulla e giustamente. Nessuno spende 16 euro per un libro dalla copertina orrenda, scritto da un’emerita sconosciuta che si è auto pubblicata. Al limite uno può correre il rischio di sprecare qualche centesimo per un ebook self, non certo per qualcosa che supera i 10 euro. 

6) Perché hai fatto questa scelta? 

Dopo l’esperienza fallimentare del self cartaceo, ho cercato degli editori. Un editore non a pagamento, per quanto piccolo, prima di investire su di te opera una selezione e quindi l’essere stata scelta è stato il primo modo per acquistare un minimo di credibilità. E anche le mie copertine ne hanno tratto giovamento…

7) Sei stato soddisfatto dei risultati, continuerai così o intendi in futuro prendere una strada diversa?

Ovviamente non guasterebbe una visibilità maggiore, un numero di vendite superiore, e quant’altro. Però sono soddisfatta di quanto fin qui ottenuto. Sono riuscita a legare il mio nome a un certo tipo di narrativa orientata verso i temi sociali. Mi sto creando una reputazione. Qualcuno mi conosce e mi apprezza, anche grazie alla mia presenza nel blog “Gli Scrittori della Porta Accanto” di cui sono caporedattrice. Direi che va bene così.

8) Cosa dovrebbe dare un buon libro ai suoi lettori?

È una bella domanda e me lo chiedo spesso per cercare di migliorare il mio prodotto. Io personalmente credo che ci debbano essere alcuni ingredienti fondamentali: una buona storia, originale, che invogli alla lettura, e una scrittura piacevole. Non importano tanto il genere o lo stile. Se la storia è interessante, non scontata, e la scrittura è gradevole, il libro può essere apprezzato. Credo poco nei romanzi senza una trama, meditativi, magari autocelebrativi che raccontano flussi di pensieri. Anche perché, diciamolo, non siamo tutti James Joyce! Un buon libro deve consentire un momento di evasione al lettore, non deve essere un peso. Se poi in una trama ritmata ci sono momenti di introspezione e messaggi formativi, meglio ancora. 

9) Come mai, secondo te, in Italia ci sono pochi lettori? 

La lettura è qualcosa in cui ci si deve mettere in gioco attivamente, scegliendo il testo giusto, applicandocisi e lavorando di fantasia. È sicuramente più impegnativo che accendere la televisione e spegnere il cervello davanti a programmi spazzatura. C’è anche da dire che la lettura ha un costo e non tutti vogliono spendere. Non importa che gli ebook siano venduti a prezzi irrisori e che esistano pure le biblioteche. La pigrizia è imperante. E non tutti amano gli e-reader.

10) Cosa si potrebbe fare, secondo te, per motivare gli italiani che non leggono?

Se lo sapessi avrei già convinto molte persone a leggere e invece non è accaduto! 

11) A cosa serve oggi, secondo te, la narrativa?

Serve a evadere, serve a trovare risposte, serve a incrementare la propria conoscenza. Oggi come in passato, per chi la sa apprezzare.

12) Cos'è, secondo te, il “successo” per uno scrittore? 

Il successo di uno scrittore, nel bene o nel male, è decretato dalle vendite. Se non vende e non riesce a farsi conoscere, il successo non può arrivare, anche se magari è molto bravo. Senza vendite si parla solo di buona reputazione e pubblico di nicchia.

13) Quali sono gli ostacoli più seri che un autore deve affrontare sulla via dell’affermazione personale?

Il primo ostacolo è farsi conoscere, informare il mondo della propria esistenza, ed è difficilissimo. La concorrenza è vasta e il nostro romanzo, seppur meraviglioso, rischia di non uscire dalla cerchia delle nostre amicizie. Poi, ovviamente, bisogna farsi apprezzare, bisogna lavorare su ciò che si vuole proporre, bisogna confezionare un prodotto di qualità. Uno dei grossi ostacoli con cui un autore si scontra è l’orgoglio, la difficoltà di mettersi in discussione e anche l’arroganza di voler propinare al lettore il primo canovaccio, magari scritto di getto, senza una struttura e per nulla rifinito.

14) Cosa dovrebbe fare, secondo te, uno scrittore che non riuscisse a raggiungere questo tipo di “successo”?

Se c’è la passione ma il successo non arriva, e nella maggior parte dei casi non arriverà, si deve comunque perseverare coltivando il proprio pubblico affezionato e cercare ugualmente di migliorarsi. Lavorare su se stessi, sempre, e chissà che in futuro qualcosa non cambi. 

15) Ora ti spetta il tuo piccolo-spazio-pubblicità autogestito: parlaci dei tuoi libri, dei tuoi progetti, di un evento in programma… insomma di quello che vuoi gridare al mondo là fuori. 

Ho scritto una serie di dieci libri che ha per protagonisti una coppia: Futura e Patrick, attorno alla quale ruotano una miriade di altri personaggi. I libri pubblicati al momento sono solo tre: il primo, “Perché ne sono innamorata”, edito da Montag; il secondo, “L’occasione di una vita”, con Lettere Animate, e il nono, a cui ho dato la priorità per un motivo affettivo, che è uscito con 0111 edizioni (“Un errore di gioventù”, che tratta l’argomento della pena di morte. L’ho scritto dopo l’esecuzione del mio penfriend in Florida). Prossimamente, con Lettere Animate, usciranno gli altri titoli della serie. 
Sono romanzi contemporanei che mettono al primo posto sentimenti, amore e relazioni umane, e che affrontano anche temi sociali. Il leitmotiv è la violenza di genere, che compare in varie forme, ma ci sono anche altre situazioni: l’aborto, la perdita di un congiunto, l’anoressia, la transessualità.
Poi ho pubblicato altri due libri indipendenti con 0111 Edizioni: “Gli Angeli del Bar di Fronte”, che parla dell’immigrazione da ambo i punti di vista, quello dei nativi e quello dei nuovi arrivati, e “Il tesoro dentro”, che affronta la malattia mentale e la vedovanza.
“Gli Angeli del Bar di Fronte”, ultimamente, mi ha dato qualche bella soddisfazione.

Link al blog Gli scrittori della porta accanto: http://www.gliscrittoridellaportaaccanto.com/p/elena-genero-santoro.html

Grazie Elena!

domenica 26 giugno 2016

Il ritorno di Jan


Agnes lo rivide per la prima volta la terza domenica di maggio, durante la funzione, in fondo alla chiesa, appoggiato alla porta. Mentre tutti cantavano, Jan se ne stava lì, zitto, e la osservava. Agnes si girò solo un attimo verso il pastore, simulando un’attenzione che ormai non poteva più avere, poi tornò a guardare verso la porta, ma Jan non c’era più. Quando la funzione finì, chiese a sua sorella se lo aveva visto anche lei, ma Astrid disse di no, e intanto cercava di proteggerla con tutta la compassione dei suoi occhi buoni e insulsi.
Lo rivide per la seconda volta da lontano, davanti alla casa dello zio Emil, mentre andava a riportargli la biancheria che sua madre aveva aiutato a rammendare. Jan aveva un’aria smunta, la camicia bianca strappata, stava appoggiato alla porta di legno, e la guardava. Lei allungò il passo, malgrado il peso che portava sulle spalle, perché questa volta voleva assolutamente parlargli, chiedergli perché era tornato e non si era più fatto vivo con lei. Aveva forse un’altra donna? Si era sposato magari laggiù, a Moskenes, durante l’ultimo dei suoi viaggi per mare?
Vide che Jan, man mano che lei si avvicinava, si staccava dalla casa e faceva qualche passo all’indietro, verso la strada, senza toglierle però gli occhi di dosso. Agnes cominciò a correre verso di lui, trascinandosi con fatica appresso il sacco con i panni, ma anche lui accelerò verso il bosco. Poiché correva molto più forte di lei, dopo pochi secondi fu dietro la curva e Agnes non lo vide più.
La terza volta Agnes se lo ritrovò in casa, seduto vicino al fuoco. Era pallidissimo e, come al solito, in silenzio la fissava con occhi lucenti. Lei gli chiese come fosse entrato, ma poi, senza aspettare la risposta, gli disse ciò che più le stava a cuore, scoppiando a piangere di rabbia e di vergogna: “Jan Hansen, perché non vuoi più parlarmi? Vedo che tu non provi più per me alcun tenero affetto: hai già dimenticato?” Poiché neppure queste parole misero fine al silenzio del suo amante, Agnes, guardandolo con disprezzo e sussurrando, perché nessuno della sua famiglia sentisse, gli disse: “Tu ora devi sapere, uomo senza onore, che in questo ventre cresce un figlio tuo.” Lui la guardò tristemente, per un tempo che ad Agnes parve infinito, poi si portò una mano alla gola, come se volesse urlare ma non potesse, e in quell’inutile sforzo la sua immagine si dissolse, luce dentro la luce del fuoco. 
Agnes ormai nel suo cuore sapeva bene che ciò che vedeva di Jan non era più Jan, ma non voleva crederlo ancora, per amore del figlio che portava in grembo. Reggendosi lo scialle, nell’alba gelata, andò al porto e, come una donna che ha perso il giudizio, si mise a chiedere a tutti gli uomini che si preparavano a uscire per la pesca: 
“E’ tornato il marito di Elise, che stava sulla barca di Jan Hansen?” 
“ No, donna, non è tornato.” 
“ E’ forse tornato allora il fratello della piccola Hanne, che era partito con Jan Hansen? 
“No, non è ancora tornato.”
“E Joakim, che pesca insieme a Jan Hansen, è tornato?” 
Nessuno più le rispose, ma la guardavano come si guarda un’essere degno di pietà. 
Le disse infine il pescatore più anziano, che aveva ascoltato le sue disperate domande: 
“Jan e i suoi compagni, per avidità, sono andati infine a pescare maledizioni. Eppure anche loro sapevano le storie di quelli che sono stati presi dal vortice, e non sono più tornati. Agnes, mettiti il cuore in pace, ragazza.” 
La quarta volta Agnes lo rivide proprio sulla banchina del porto. La aspettava. Le tendeva la mano. Agnes voleva e non voleva, era sola e disperata, ma aveva paura. Aveva solo 16 anni, e un figlio in grembo. Infine l’amore, o la disperazione, fu più forte del terrore. Si lasciò toccare da quella mano fredda e decisa come l’acciaio, si lasciò circondare, abbracciare, trascinare da un vortice gelido, giù, anche lei insieme a Jan Hansen, in fondo al mare.


(Il ritorno di Jan è un racconto del 2012)

sabato 25 giugno 2016

Recensioni in 10 righe: "La ragazza di Scampia" di Francesco Mari



Franco "lavora" in un ufficio pubblico, dove è costretto a passare lunghe e inutili giornate senza fare nulla, e ha scritto un romanzo, che riesce a suscitare l'interesse di un grande editore del Nord solo perché viene scambiato per una storia vera: per non sprecare l'occasione della sua vita, Franco deve dare un volto e una collocazione "reali" alla "ragazza di Scampia" del suo romanzo e fornire all'editore materiale per un documentario come si deve, con tutto quello che a Napoli e a Scampia ci deve essere, secondo l'immaginario collettivo. Le bugie si sommano così alle bugie e ne viene fuori un'esilarante e folle satira delle ambizioni letterarie, dei luoghi comuni su Napoli, degli intellettuali o pseudo tali, del giornalismo. Peccato solo che alla Fazi siano convinti che (egli) "va" si scriva "và" (con l'accento).

Voto ****

giovedì 23 giugno 2016

Intervista a Laura Santella (fondatrice e presidente di S.E.U.)





Cosa può fare un autore ancora poco conosciuto, che ha pubblicato uno o più libri con una piccola o piccolissima casa editrice oppure che ha utilizzato il self-publishing, per presentare le proprie opere al di fuori della solita cerchia di amici e conoscenti? Come può partecipare a eventi e fiere? Come può far conoscere quello che ha scritto?
Esiste un’associazione, S.E.U., che mettendo insieme le forze dei soci e l’impegno della presidente, riesce a costruire per gli autori occasioni di visibilità a cui, da soli, difficilmente potrebbero aspirare. 
Oggi chiedo alla Presidente dell’associazione, Laura Santella, di spiegarci un po’ meglio di che si tratta e di raccontarci quali sono le attività (presenti e future) di S.E.U. 

1) Ciao Laura. Ti presenti e ci presenti S.E.U.?

Ciao Tina. Grazie dell'ospitalità innanzi tutto.
Io sono Laura Santella, Presidente di S.E.U. e autrice di tre romanzi (quasi quattro). 
S.E.U. (ovvero "Scrittori Emergenti Uniti") è un'associazione culturale composta principalmente da scrittori, ma anche da soci professionisti e soci lettori. L'obbiettivo di S.E.U. è aiutare gli autori a promuovere i loro scritti, sia con fiere che con presentazioni e interviste. I soci professionisti invece (correttori di bozze, illustratori, grafici, traduttori) sono un "servizio" in più, poiché offrono un listino agevolato per gli autori S.E.U. Per quanto riguarda i soci lettori invece, abbiamo pensato a una sorta di “raccolta punti”: ogni volta che un socio lettore legge e recensisce un libro di un autore S.E.U., acquisisce una "penna d'oro" virtuale; alla fine dell'anno, queste penne vengono conteggiate e al socio lettore spetta un premio (uno sconto, una copia omaggio, un gadget). Insomma, la nostra associazione cerca di favorire anche un rapporto tra le varie figure dell'editoria che spesso vengono trattate come isole, come se una non avesse niente a che fare con l'altra. Invece gli scrittori scrivono libri per i lettori, i lettori sono interessati alle storie che gli autori creano, i soci professionisti lavorano per costruire un buon prodotto finale e gli scrittori hanno spesso bisogno di uno o più professionisti del settore perché la propria opera risulti professionale. Siamo tutti rami dello stesso albero, tanto vale collaborare. 

2) Come ti è venuta l’idea dell’associazione?

All’inizio avevo in mente principalmente la partecipazione alle fiere, quindi il mio scopo era riunire scrittori che, come me, volevano far conoscere il proprio libro a più persone possibili, ma non potevano permettersi da soli di pagare stand costosi e soggiorni in grandi città per diversi giorni. Poi però molti volevano consigli su come pubblicare, come impaginare, mi chiedevano se conoscevo un traduttore o un illustratore. E così ho pensato ai soci professionisti. Poi via via altri erano interessati a fare presentazioni o interviste e abbiamo iniziato a occuparci anche di questo. E poi si sono fatti avanti i lettori, e infine abbiamo capito che anche il web fornisce infinite possibilità di promozione così come i video, le radio, i giornali... Insomma, un pezzo alla volta stiamo diventando sempre più grandi e completi.

3) Quanti soci ha attualmente SEU?

Attualmente abbiamo un'ottantina circa di soci (tra autori, professionisti e lettori), ma arrivano iscrizioni quasi ogni giorno, quindi il numero è in crescita.

4) Raccontami un paio di successi nella storia dell’associazione.

Di certo poter partecipare al Salone di Torino con un nostro stand è un successo innegabile. Il 2016 è stato il nostro secondo anno a Torino, ma è stato il primo “ufficiale”, poiché nel 2015 non eravamo ancora un'associazione al momento dell'iscrizione alla fiera e così abbiamo partecipato con un'altra associazione che ci ha fatto da "garante", per così dire. Inoltre stiamo instaurando delle collaborazioni molto preziose a livello nazionale con altre associazioni che, sul territorio, ci aiuteranno a realizzare eventi in locali e librerie del luogo e anche questo mi sembra un ottimo traguardo.

5) Quali progetti ha S.E.U. per il futuro?

Ne abbiamo fin troppi di progetti per il futuro! Ovviamente aumentare il numero di eventi, che siano fiere o presentazioni, ma soprattutto mi piacerebbe poter "mordere" anche il Sud Italia. Infatti per ora abbiamo fatto fiere solo nel Centro e nel Nord; quest'anno dovevamo partecipare al Catania Buk, ma l'evento è stato annullato, quindi abbiamo dovuto abbandonare l'idea, ma stiamo già cercando altre occasioni sempre nel Mezzogiorno. 

6) Oltre che Presidente dell’associazione sei un’autrice, quindi ora ti spetta il tuo piccolo-spazio-pubblicità autogestito: parlaci dei tuoi libri, dei tuoi progetti, di un evento in programma… insomma di quello che vuoi gridare al mondo là fuori.

Sì, esatto, sono anch’io un’autrice. Al momento ho scritto tre romanzi epic fantasy, tutti appartenenti alla stessa saga (conclusa con il terzo volume). La serie si intitola "Il cavaliere di Eron" e i tre volumi sono "L'avvento", "Il ritorno" e "Le origini".
Anche se dal titolo può sembrarlo, il terzo volume non è un prequel, ma un viaggio in un passato non passato. Non voglio svelarvi di più in proposito...
Si tratta di tre avventure distinte che hanno come protagonista il cavaliere di Eron: una figura mitica, misteriosa. Il guerriero dovrebbe intervenire ogni volta che il regno di Eron si trova in pericolo, ma, malgrado un assedio che tormenta il suo popolo già da dieci anni, il cavaliere non accenna a farsi vedere. Così egli viene evocato dal mago di Eron su richiesta del re e, forse proprio per questa forzatura, di fronte ai reali appare una persona che non riflette esattamente l'ideale del guerriero invincibile. Inoltre la persona evocata non ha idea di dove si trova, non ha familiarità con la magia e non sa minimamente chi sia questo cavaliere di Eron. Presi dalla disperazione, i reali nominano comunque la persona apparsa "cavaliere di Eron" e, dopo un brevissimo addestramento, lanciano il nuovo eroe nella mischia di una guerra sanguinosa e apparentemente senza senso.
In tutti e tre i libri è essenziale prestare attenzione a tutti i dettagli, poiché niente è come sembra. Fino all'ultima pagina non sarà ben chiaro chi in realtà combatte per il bene e chi per il male e, soprattutto, chi dice la verità e chi mente fin dall'inizio. Persone del tutto anonime si riveleranno di un'importanza vitale ai fini della battaglia e solo chi riuscirà a vedere oltre le apparenze potrà capire i segreti che si nascondono dietro la figura del cavaliere di Eron.


mercoledì 22 giugno 2016

Recensioni in 10 righe: "Lasciati guardare" di Silvia Andreoli




Uno dei romanzi selezionati dal torneo Io scrittore di qualche anno fa (2011) e pubblicato come ebook. Impaginato malissimo, senza nessuna formattazione, divisione di riga, di paragrafo o di pagina: diciamo che mi aspettavo di meglio. Trovato anche un orribile refuso ("ha" invece di "a"). 
Ho voluto leggerlo comunque, perché le prime righe mi hanno fatto sperare in una bella storia, ben scritta. La trama è piuttosto semplice: una figlia, nata miracolosamente viva dopo che sua madre è stata uccisa dal padre, ha modo di incontrare il genitore amato e odiato dopo 35 anni di una vita comunque segnata da lui, anche se assente. Attorno a questi personaggi e ai loro sentimenti complessi, morbosi, ruota tutto il romanzo. Non si legge certo per l'intreccio o la suspense, ma per la buona scrittura. Malgrado una certa eleganza stilistica, manca però un quid che entusiasmi davvero o che faccia innamorare dei personaggi. 
Comunque un romanzo più che dignitoso. 

Voto: *** meno  

sabato 18 giugno 2016

L'ultima notte


Anno 1567 dell’Autorità Centrale

Sto qua, seduto su una roccia, sull’orlo di un burrone, in bilico sulla fine, e guardo per l’ultima volta queste mie stelle. Già si vede nel cielo e arriverà stanotte, ormai non ci sono più ne’ dubbi ne’ speranze: quella enorme palla di fuoco distruggerà la terra su cui sono cresciuto e che mi ha nutrito. Ma nessuno di noi sarà qui a vedere la catastrofe. L’asteroide ridurrà in polvere e deserto un pianeta già vuoto.
Stamattina ho salutato i miei genitori, troppo vecchi per imbarcarsi e per provare a ricominciare in un'altra parte dell’universo. Li ho visti allontanarsi sereni, seguendo le istruzioni degli incaricati che li invitavano a unirsi al loro gruppo, il numero 403 della nostra area. Come tutti gli individui in età non ancora o non più riproduttiva, sono stati convogliati verso gli appositi centri allestiti dall’Autorità centrale, dove è stato loro somministrato il Farmaco Pietoso, che li ha spinti nel nulla senza angoscia e senza sofferenze. Sia lode ancora una volta all’Autorità Centrale, che mai ci abbandona nel bisogno e a noi generosamente provvede.
Mi chiamano, è tempo. L’obbedienza è dovuta e mi incammino come gli altri verso la vicina Stazione TT.
Prima di tele-imbarcarci, i funzionari governativi che presiedono alla procedura di invio ci ripetono per l’ennesima e ultima volta le istruzioni: una volta sbarcati dovremo cercare di localizzare la più vicina comunità di alieni, e prepararci a ripulire la terra nuova nel modo più rapido possibile. Non è detto che il tele- sbarco riesca al 100%, data la distanza e le interferenze: potremmo ritrovarci da soli o senza le armi necessarie. In tal caso agiremo senza scoprirci e senza mettere inutilmente a rischio la nostra vita, preziosa per ripopolare il nostro nuovo pianeta. Cercheremo di ricollegarci al più vicino gruppo di conspecifici e, nel frattempo, se dovessimo essere scoperti e attaccati dagli alieni ci difenderemo utilizzando le nostre armi biologiche, comunque letali per i nemici.
Entriamo nell’astroTT, per me è la prima volta. Alla mia nascita fu deciso che il mio contributo alla comunità fosse di tipo 0-alfa, dunque finora non ho mai avuto bisogno di avventurarmi nello spazio: sia lode all’ Autorità Centrale che saggiamente concede a ognuno di contribuire secondo le sue bio-psico-dinamiche alla felicità collettiva.
L’astroTT è una sala vasta, in cui trovano posto cento individui di medio peso. Ci fanno disporre lungo le pareti, ognuno nella sua tele-cabina, poi i funzionari escono e si chiude il portone metallico centrale. Il mio corpo è costretto da migliaia di micro-cinture ad aderire perfettamente alla superficie attiva della tele-cabina. La mia mente, resa sgradevolmente ingovernabile dalle emozioni del momento, si placa all’istante, quando una siringa mi inietta una dose di Farmaco Materno e mi consegna al sonno profondo, premessa necessaria all’inizio della procedura di tele-invio.

Riprendo coscienza. La prima sensazione è quella di non essere uno, ma di essere milioni di volte me. Poi sento il pensiero da tutte le mie menti armonicamente tornare a convergere in un unico flusso. Non so spiegarmi meglio di così ciò che mi accade, sono un essere semplice.
Mi guardo intorno e vedo che sono solo: nessun compagno è arrivato qui, e non ho con me armi di nessun tipo. Dovrò seguire la procedura adatta e che ricordo bene: nascondermi e cercare di riunirmi alla mia comunità. Non sarà difficile, siamo arrivati a milioni e altri ne arriveranno.
Con stupore mi accorgo che il pianeta somiglia non poco al mio: le rocce e la terra rossa, le montagne in lontananza. Il respiro è un poco affannoso, vista la composizione non ottimale dell’atmosfera, ma ci hanno spiegato che, nel tempo, ci adatteremo. È buio e il cielo è pieno di stelle, che mi commuovono ancora, anche se sono tanto diverse dalle mie. Un astro bianchissimo e luminoso, talmente vicino da sembrare enorme, mi affascina per la sua sconosciuta bellezza e nello stesso tempo mi rattrista e mi agita, perché mi ricorda con evidenza che questo non è il mio cielo e che sono solo in una terra misteriosa, di cui non conosco le leggi, ne’ i pericoli.
In lontananza vedo una piccola luce. L’Autorità centrale, con somma intelligenza e materna sollecitudine, ha predisposto per noi un pacchetto-informazioni da portare con noi nel tele-sbarco: i nostri scienziati hanno trovato il modo di spiegare anche a un semplice 0-alfa come me le caratteristiche essenziali del pianeta e i tratti bio-psico-dinamici degli alieni, e le loro abitudini di vita. Quella luce, lo vedo meglio avvicinandomi, viene da uno dei fori delle loro cubo-abitazioni: dunque c’è qualcuno all’interno, e non sta ancora dormendo. Mi avvicino ancora un po’, incerto: sto eseguendo l’ordine di esplorare il territorio circostante in cerca dei miei conspecifici o sto disubbidendo all’ordine che mi impone di restare nascosto e di non mettermi in situazioni rischiose? Decido che il mio comportamento è compatibile con le istruzioni ricevute dai funzionari e dunque continuo a muovermi in direzione della cubo-abitazione illuminata.
Quando arrivo nelle immediate vicinanze dell’edificio, sento un verso ripetitivo e rabbioso, che mi segnala la presenza di qualche essere vivente sconosciuto e, ritengo, aggressivo. Mi abbasso e, riparato dietro un ciuffo della stravagante vegetazione locale, aspetto. Dopo un po’ torna il silenzio, ma mi accorgo da un leggerissimo fruscio che qualcuno si sta avvicinando. Nella mia mente si agitano indicazioni di comportamento contraddittorie, e alla fine è il mio corpo a decidere: scatto in piedi e mi ritrovo quasi faccia a faccia con un alieno, che appare non meno stupito e spaventato di me. Restiamo a fronteggiarci immobili per un tempo che mi pare lunghissimo, poi, sia sempre lodata l’Autorità Centrale che ci istruisce, mi sovviene che per gli alieni le nostre armi biologiche sono letali, dunque mi rassicuro. 
L’essere sembra accorgersi che sono più rilassato, e fa un altro passo nella mia direzione; mi guarda fisso, dilata le pupille e scopre minacciosamente i piccoli denti rialzando gli angoli della bocca. Quell’espressione non mi piace, così mi rimetto in guardia. L’alieno allora emette alcuni suoni incomprensibili, continua a mostrare il suo ghigno minaccioso e allunga una zampa verso di me. Apre le sue cinque dita quasi senza unghie, continua a guardarmi e a fare versi lamentosi e si avvicina senza paura: è il momento di eseguire gli ordini. Allungo la mia mano verso la sua zampa e in meno di un secondo faccio scattare l’unghia-difesa: gli inoculo tutto il veleno disponibile e lo vedo in pochi attimi stramazzare al suolo ululando, e contorcersi fino alla morte. Quando è ormai immobile, mi avvicino per guardarlo meglio e mi accorgo che ha ancora sul muso quel ghigno orribile. Lo rivolto con un calcio e mi allontano rapidamente, prima che dalla cubo-abitazione arrivi qualche altro pericolo. 
Cammino a lungo, senza incontrare nessuno: né i miei compagni, ne’ altri alieni. Mi siedo a riposare un po’ e a calmare la mente. Dopo aver ucciso col veleno si resta sempre un po’ agitati, e malinconici.
Guardo le stelle, così belle, così diverse. Il grosso pianeta bianco è ora più alto. Penso al mio pianeta: ormai sarà polvere, non sarà che un relitto solitario perso in chissà quale parte invisibile dello spazio.
Penso ai miei compagni e alle mie compagne, che saranno già tutti in assetto di guerra, pronti a sterminare con la prima luce che si aprirà in cielo gli abitanti della nuova terra, e a prendere il loro posto.
Penso agli alieni, chiusi nelle loro cubo-abitazioni, con i loro piccoli, i loro vecchi; li immagino dormire tranquilli, mentre la luce bianca del grosso astro misterioso dall’alto li illumina, e falsamente li rassicura. Sognano forse, del tutto ignari che anche per loro e per la loro terra questa è l’ultima notte.

["L'ultima notte" è un racconto di qualche anno fa]

venerdì 17 giugno 2016

Recensioni in 10 righe: "L'estate del cane nero" di Francesco Carofiglio




Non è un romanzo appena uscito (quasi mai quelli che leggo lo sono), però è di stagione.
La trama non è originalissima: un'estate dell'adolescenza, un gruppo di ragazzini, le corse in bicicletta, gli amori incerti, la vita e la morte che incombono e costringono a crescere. La prima parte è perfino eccessivamente lunga: si gira e si rigira nell'anticipazione e nell'attesa della tragedia imminente, che però si concretizza solo verso la fine del romanzo. Per due/tre capitoli la cosa aumenta la suspense, poi il lettore comincia a sbuffare, se è un lettore un poco impaziente. Stile: troppo faticoso, metafore e similitudini un po' forzate, forse proprio sbagliate a volte, che anziché favorire la visualizzazione o l'immedesimazione del lettore ottengono l'effetto contrario, lo tengono fuori dalla scena e dalla storia. Malgrado tutto ciò il libro si lascia leggere, anche se senza particolari sussulti. 
Voto: ** e mezzo.

lunedì 13 giugno 2016

Recensioni in 10 righe: "Quando parlavamo con i morti" di Mariana Enriquez



Una piccola raccolta di racconti che mi ha davvero colpito. Si tratta di tre storie ambientate a Buenos Aires, città che diventa però un luogo infido, misterioso, dove tra realtà e fantasia, tra normalità e orrore, non ci sono confini netti. Racconti oscuri più che neri, in cui non è tanto importante il delitto o l'assassino, ma l'inquietudine sottile di certe situazioni, al limite del grottesco: sedute spiritiche e desaparecidos, bambini morti che ritornano, vittime stravaganti che si ribellano facendo del male a se stesse. L'autrice è molto abile a lasciare dei vuoti, del non detto, dove andranno a collocarsi le nostre fantasie più mostruose. Un genere indefinito e una bella scrittura: consigliato.
Voto ****

venerdì 10 giugno 2016

Un convegno sul self-publishing



Il prossimo 17 giugno, a Roma, si terrà il convegno Self Publishing Quality 2016, organizzato per discutere sul fenomeno dell’ autopubblicazione: interverranno autori, giornalisti, blogger e professionisti del settore editoriale. A giudicare dal programma, mi sembra una buona occasione per ascoltare e condividere esperienze, per riflettere e cercare di farsi un’opinione non preconcetta su un fenomeno sempre più diffuso, e multiforme.
Non sono un’autrice “indie” per principio o per la vita: ho pubblicato e probabilmente pubblicherò ancora con delle case editrici. Ma le mie aspettative, con l’esperienza, si sono alzate: ha senso pubblicare con una casa editrice se questa può garantirti un sostanziale arricchimento del testo (con interventi intelligenti di editing, con una copertina esteticamente valida, con scelte editoriali coerenti e di qualità), una distribuzione degna di questo nome e una qualche forma di promozione. Purtroppo non sempre questo accade. In questi casi l’autoproduzione può essere una scelta intelligente: un libro è come un figlio, chi può avere maggiore attenzione e motivazione a farlo bello e a rendergli la vita felice del suo stesso autore?
Certo (e qui cominciano i problemi e i preconcetti sul self-publishing) “ogni scarrafone è bello per mamma sua”: può un autore innamorato della sua opera immortale vederne i limiti? Capire quando è davvero pronta per essere data in pasto ai lettori? Riconoscere che un suo testo è talmente inconsistente (o, diciamo la parola, brutto) da non meritare di essere pubblicato? Difficile certo, il narcisismo e l’autoindulgenza non risparmiano nessuno. Però non impossibile: con una certa autodisciplina, e con l’esperienza, si può imparare anche ad autovalutarsi in modo accettabile. Poi si può cercare l’aiuto di un lettore esterno, neutrale, che faccia quell’opera di selezione e scrematura che nell’editoria tradizionale fa la casa editrice. Extravergine d’autore si propone per quest’opera di valutazione e valorizzazione dei testi autopubblicati di buona qualità: mi è sembrata un’idea fantastica, ho azzardato l’invio della mia raccolta di racconti autopubblicata “Nell’altra stanza (tre racconti sull’altrove)” e ho avuto la soddisfazione di ricevere la loro approvazione, onesta e gratuita. Questa potrebbe essere una strada per evitare ai lettori la delusione di leggere, tra i libri autopubblicati, robaccia indegna e agli autori che in modo serio e professionale propongono dei testi col self-publishing di essere tacciati tutti, indiscriminatamente, di analfabetismo e cecità presuntuosa.

E comunque, a proposito di pregiudizi sulle opere autopubblicate, è bene chiarire che, sempre più spesso, chi sceglie la strada dell’autoproduzione non lo fa perché “non trova un editore”: forse non trova un editore all’altezza delle sue aspettative, forse non ha voglia di aspettare i tempi biblici delle valutazioni editoriali, forse ha un testo in qualche modo stravagante (per genere, contenuti, stile), che non rientra nelle categorie del “pubblicabile” e del “vendibile” secondo i criteri dell’editoria tradizionale, forse ha idee su come confezionare e promuovere il suo libro che gli sembrano migliori di quelle proposte dalle case editrici, o forse il suo curriculum non è quello che il mercato richiede. In questi casi l’autopubblicazione non è frutto di ostinazione cieca o di narcisismo, ma diventa uno spazio di libertà, una boccata d’ossigeno nel mondo sempre più asfittico dell’ editoria.


Ecco il programma dell’evento, per chi fosse interessato a partecipare:
Self Publishing Quality 2016 è un convegno organizzato per incontrare alcuni autori che hanno sperimentato le modalità dell’autopubblicazione e professionisti del settore, coinvolti nelle dinamiche di questo fenomeno in espansione. Il meeting prende spunto dal lavoro di ricerca condotto per le tesi di laurea specialistica di Assunta D’Aquale e Margherita Melara che si occupano specificatamente delle tematiche relative al fenomeno del Self Publishing.

L’incontro avrà luogo Venerdì 17 giugno 2016 dalle ore 14:00 alle ore 19:00, presso i locali della FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori), a Roma, Piazza Augusto Imperatore, 4. 

Moderatrici
• Assunta D’Aquale, blogger di Negli occhi del cuore e autrice.
• Margherita Melara, blogger di Il Blog degli scrittori, giornalista e autrice.

Relatori
• Riccardo Bruni, Giornalista e scrittore, candidato al Premio Strega 2016.
• Fabio Brusa, autore emergente, selezionato per la vetrina di Extravergine d’autore;
• Michel Franzoso, ingegnere, esperto di web marketing e autore. Fondatore di Extravergine d'autore;
• Marco Frullanti, editore di Nativi Digitali (video intervento);
• Carmen Laterza, editor, ghostwriter, coach per il Self Publishing e autrice (video intervento), selezionata    per la vetrina di Extravergine d’autore;
• Jacques Oscar Lufuluabo, autore, copywriter e studioso di scrittura creativa;
• Andrea Micalone, autore e finalista del Premio Urania di Mondadori, selezionato per la vetrina di Extravergine d’autore;
• Francesco Muratori, autore e Business Partner di BacktoWork24 (Gruppo 24 ore), esperto di Social Media e Digital Marketing.
• Francesco Zampa, autore indipendente e fondatore del marchio Zipporo Direct Publishing.

Contatti
• Sito web www.selfpq16.com
• Facebook SELFPQ16
• Twitter #SELFPQ16
• Email  spq16nuoveprospettive@gmail.com

domenica 5 giugno 2016

La mia gavetta (irriflessive e premature esternazioni)





Cari potenziali lettori, cari eventuali editori,



vi scrivo per comunicarvi che la mia gavetta è finita. Non perché ho pubblicato qualche piccolissimo libro, non perché ho ottenuto qualche (rara ma preziosa) recensione o dimostrazione di stima. La mia gavetta è finita, oggi, stamattina, perché sono stufa. 

Per farmi conoscere, per vendere qualche copia, per ottenere un po’ di visibilità (pochissima) ho provato la ricetta consigliata da tutti gli esperti (esperti?) del campo: presenza sul web, sui social, nei gruppi; concorsi, antologie, pubblicazioni gratuite, poi semigratuite, e qui ci si ferma. Ho conosciuto, virtualmente e di persona, un sacco di gente. Di alcuni davvero ringrazio Iddio, per la loro serietà, onestà, competenza ed entusiasmo; di molti avrei potuto fare a meno volentieri, anzi non vedo l’ora di dimenticarli, ora che la mia gavetta è finita. Per essere breve, vi faccio un elenco di tutte le cose, di tutti i personaggi, di tutte le situazioni detestabili, che mi spingono a dichiarare conclusa or ora, all’improvviso e senza costrutto, una gavetta così ben avviata.
Odio i tempi lunghi, lunghissimi delle valutazioni editoriali, che fanno uscire un libro quando ormai quasi non ti ci riconosci più. 
Odio le non risposte, i mesi perduti senza neppure una mail a dichiarare la fine dell’attesa. 
Odio le lamentele supponenti, i luoghi comuni di sedicenti editor e curatori su questo popolo, a loro dire sconfinato e presuntuoso, di analfabeti che pretendono di scrivere; odio gli errori di sintassi e di ortografia dei sedicenti, lamentosi e supponenti editor e curatori. 
Odio i lettori che scaricano un ebook se è gratis e poi non lo leggono. 
Odio i lettori che scaricano gli ebook solo se sono gratis, perché già 99 centesimi sono una cifra eccessiva, per un libro. 
Odio gli amici che ti torturano con i gattini e le bufale e poi inorridiscono e si indignano se li inviti a una presentazione, se gli dici che hai scritto un libro.
Odio quelli che si mettono sulla difensiva, come se gli volessi fregare con destrezza il portafoglio. 
Odio le cazzate su facebook e sui social tutti che tocca dire e leggere. 
Odio dovermi autoproporre, autopromuovere perché la piccola casa editrice non ha il tempo, le conoscenze, i soldi per farlo. 
Odio dovermi chiedere allora perché fare gli editori e non gli idraulici, mestiere notoriamente ben più solido e di maggiori e più concrete soddisfazioni. 
Odio regalare libri per recensioni che poi non arrivano o arrivano talmente stupide e sgrammaticate che mi vergogno a diffonderle, anche (o soprattutto) se mi danno 5 stelle. 
Odio i piccoli favori tra amici, odio ancora di più gli sgambetti e i silenzi, le diplomatiche distrazioni tra ex amici. 
Odio tutti quelli che predicano bene e poi razzolano (sotto falso nome) malissimo. 
Odio le cricche di ogni levatura: dalle cordate di auto-pubblicati autoerotici alle parrocchiette snob che “siamo solo noi”. 
Odio gli editori che non sanno distinguere un buon libro da un libro mediocre e, per non saper né leggere né scrivere, li pubblicano tutti e due. 
Odio gli editori che sono orgogliosamente “free” (non a pagamento), e poi cercano di fregarti con mezzucci e piccole truffe di cui non ci si deve accorgere, di cui non si deve parlare. 
Odio tutti quelli che piangono miseria (ma se volete fare soldi fate gli idraulici, i notai, i dentisti, buon Dio!). 
Odio i concorsi in cui, da anni, vince sempre la stessa pseudo-poesia o lo stesso racconto piagnone. 
Odio questo e sicuramente anche molto altro che ora non mi viene in mente.
Per cui da oggi, da stamattina, la mia gavetta è finita. 
Smetterò di frequentare gente e situazioni che detesto, ma continuerò, spero, ad avere a che fare con quelle poche, stimabili e preziose persone che lavorano seriamente, onestamente e con passione, che amano davvero i libri, le storie, le poesie. 
Smetterò di autopromuovermi per conto terzi, ma continuerò a scrivere, perché scrivere è quello che voglio fare. 
Smetterò di organizzare presentazioni, eventi e altre scocciature, ma verrò volentieri, se invitata, a leggere le mie e le altrui storie e poesie, a chiacchierare con chiunque sia interessato ai miei o agli altrui libri.
Smetterò di regalare i miei libri a sedicenti blogger o recensori sgrammaticati, ma sarò ben felice di farli avere a chi me li chiederà e potrà dimostrare di saper scrivere un articolo in un italiano corretto e piacevole (mi metta poi le stelline che vuole e che mi merito).
Smetterò di spedire manoscritti a piccole case editrici che non sanno quello che fanno o che sono già, per definizione e anche un po’ per loro colpa, sull’orlo del tracollo; manderò quello che scrivo a delle case editrici che posso stimare o che, per lo meno, siano in grado di far fronte agli impegni minimi di un vero editore: una selezione intelligente dei testi, un editing professionale, una bella copertina, una promozione degna di questo nome. Nel caso nessuna casa editrice capace di fare tutto ciò trovasse interessanti i miei nanoscritti, li metterò bel belli, per lo più digitali e splendidamente gratuiti (o semi-gratuiti, perché pare che Amazon non gradisca si facciano regali, dalle sue parti) sugli store on line. Tanto non scrivo per diventare ricca o famosa, ma per essere letta, apprezzata o criticata da voi, potenziali lettori dotati di e-reader o di apposito tablet. Così, inoltre, potrò morire senza essere accusata di aver affamato dei novelli Don Chisciotte, o di aver tolto la vita alle poche foreste che ci rimangono. Teniamocele care.