sabato 23 aprile 2016

Recensione (in più di 10 righe): “Il cielo sopra l’inferno” di Sarah Helm



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Quarta di copertina: Maggio 1939. Centinaia di donne – casalinghe, dottoresse, cantanti d’opera, politiche, prostitute –, provenienti da un carcere comune, raggiunsero prima in treno e poi su camion un luogo nascosto nei boschi a nord di Berlino. Attraversarono, poi, gli enormi cancelli di ferro tra gli insulti, le urla, i latrati dei cani e le percosse delle guardie. Erano le prime prigioniere di Ravensbrück, il nuovo campo di concentramento femminile “modello” ideato da Heinrich Himmler. In sei anni vi furono rinchiuse 130.000 donne, provenienti da più di venti Paesi in tutta Europa. Erano di diversa estrazione, nazionalità, credo politico; solo poche tra loro erano ebree: Ravensbrück serviva ai nazisti per eliminare tutti “gli esseri inferiori”. Zingare, esponenti della Resistenza, nemiche politiche vere o presunte, disabili, “pazze” dovettero sopportare privazioni, sevizie, malattie, lavori forzati, esperimenti “medici” ed esecuzioni sommarie. Negli ultimi mesi di guerra il lager divenne un campo di sterminio, perché era necessario far sparire in fretta “le prove” della sua reale funzione ed entro l’aprile del 1945 vi vennero trucidate tra le 30.000 e le 90.000 donne, molte con i loro bambini. Per anni, fino alla fine della Guerra Fredda, la verità su Ravensbrück è rimasta nascosta. Grazie a interviste esclusive e documenti inediti, Sarah Helm ci offre una vivida ricostruzione e una testimonianza indimenticabile di uno dei capitoli più tristi della nostra Storia. 

La prima impressione è che ci sia, in questo libro, molto materiale a cui però manca un lavoro di organizzazione e interpretazione. In ogni caso alcune idee emergono: 
1) Nel campo (in tutti i campi?) si viveva e si moriva essenzialmente per caso. L’idea di una macchina di sterminio razionale e perfetta qui è contrastata dalle testimonianze sul caos che regnava a Ravensbrück, sulla inconsistenza dei criteri per cui si veniva mandate al lavoro o alle camere a gas, per cui si veniva punite a morte o ci si salvava. La differenza la faceva il caso, il trovarsi nelle mani di un certo medico, l’avere buone relazioni, un po’ di salute o di pelo sullo stomaco in più, e ciò che ti salvava un giorno poteva portarti a morire il giorno dopo. Questa era la base del terrore continuo in cui le donne vivevano. 
2) Verso la fine della guerra, sebbene ormai tutti sapessero cosa accadeva nei campi, nessuno intervenne per fermare la strage. 
3) L’orrore non finì con la liberazione. Le donne furono oggetto di stupri e violenze da parte degli stessi liberatori, poi dell’incredulità e del fastidio generale per ciò che volevano raccontare e testimoniare. 
Molti industriali che avevano usato il lavoro degli “schiavi” dei campi di concentramento avevano fatto finta di non vedere la realtà delle cose mentre ne approfittavano e, dopo la liberazione, non furono chiamati a rendere conto della loro complicità, perché il loro appoggio era utile agli americani contro i comunisti russi. I quali, dal canto loro, condannarono molte sopravvissute per supposte complicità con i tedeschi, e questo chiuse spesso la bocca a molte donne che preferirono non testimoniare per paura di essere processate. 

Voto: *** Interessante

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