lunedì 22 febbraio 2016

Bambini (4.Uteri e provette)




Tra le varie dispute di questi giorni su famiglie vere e diritti negati, quella sul cosiddetto “utero in affitto” alias “gestazione per altri” è stata la più feroce. E sarebbe anche giusto così, essendo un argomento oggettivamente delicato. Il problema però è che, anche su questo, la maggior parte delle persone che sbraitavano le loro pseudo-opinioni non sapeva minimamente di cosa stava parlando. Quindi, per dovere, allego il solito elenco di piccole precisazioni sulle varie castronerie udite in tv, sui quotidiani, sui social e al bar sotto casa (che tanto ormai sono più o meno la stessa cosa, quanto ad affidabilità e competenza sui temi trattati).

1) Cominciamo dalle basi: il corale dissenso per “il figlio a tutti i costi”. “I figli non sono un diritto”, tuonano dal family day. Vero, non sono un diritto, sono un sano istinto e un legittimo desiderio della maggior parte degli esseri umani. C’è chi non prova questo istinto e questo desiderio: tutto ok, fare figli per fortuna non è neppure un obbligo. Per chi invece desidera un figlio, le strade sono due: se ha la fortuna di essere fertile e di trovare un/una partner fertile, tutto va da sé; se c’è qualche problema, invece, il desiderio e l’istinto non è che spariscano o si controllino razionalmente. Essere infertili ma desiderare un figlio e cercare gli aiuti che la medicina può dare è una condizione assolutamente “naturale”, “normale” e direi anche “sana”. Tutti questi mostri di superbia e narcisismo io non li vedo, tra gli aspiranti genitori con problemi di infertilità. E’ gente che, oltre che lottare contro il malfunzionamento del corpo deve anche fare i conti con le altalene stressanti tra speranza e delusione (non è che la provetta e perfino l’utero altrui garantiscano il risultato) e continuare a vivere. In un mondo dove c’è chi li bacchetta perché non sanno riconoscere i loro limiti “naturali”. Provate a fare questo discorso dei limiti e della natura a un qualsiasi malato (di tumore o di carie dentale, poco importa) e vedete dove (giustamente) vi manda: se la medicina può salvarmi la vita o togliermi il dolore, perché dovrei rimettermi alla natura e soffrire/morire in pace? 

2) E qui interviene la seconda castroneria (in ordine di apparizione, ma non in ordine di gravità): “Ma la sterilità non è una malattia!” La sterilità non sarebbe una malattia perché di sterilità non si muore: quindi non dovrebbe essere curata. A parte che allora bisognerebbe rinunciare anche al dentista, a tutti gli antidolorifici, a buona parte degli antibiotici, eccetera eccetera (non si muore di mal di denti, né di mal di testa, né di mal di schiena e, spesso, neppure di bronchite o congiuntivite). Le malattie mortali non sono moltissime, per fortuna, e, se dovessimo curare solo quelle, gran parte dei medici e delle industrie farmaceutiche dovrebbe cambiare mestiere. Quindi cos’è la malattia? “Anormale condizione dell'organismo (animale o vegetale), causata da alterazioni organiche o funzionali” recita il dizionario. La sterilità è senza dubbio un’alterazione funzionale, dunque una malattia, e in quanto tale ha lo stesso diritto di essere curata di tutte le altre malattie. La sterilità non uccide il malato, ma impedisce che vengano al mondo i suoi figli: dunque è anche una malattia piuttosto seria, in termini di costi di vite umane. Resta ovviamente il diritto di scelta: se sono infertile ma ho uno scarso desiderio di riprodurmi, posso anche decidere che curarmi non vale la pena, meglio andare “al naturale” e rimettersi al destino o alla volontà di Dio. Anche se sono malato di tumore, in fondo, posso decidere che non ho così tanta voglia di vivere e di lottare, e rinunciare alle cure.

3) “E allora vedi che gli omosessuali sono malati!”. Sì, se sono gay e infertili. Se invece sono fertili potrebbero benissimo riprodursi (come hanno fatto in molti fino a qualche anno fa, e forse ancora fanno) sposandosi in chiesa e facendo figli in modo “naturale” con una persona dell’altro sesso che non amano, e creando così tante belle famiglie disfunzionali, mariti e mogli insoddisfatti e figli infelici; per poi, quando va bene, divorziare e mettersi con una persona (del loro stesso sesso) che amano. Diciamo che, nel caso degli omosessuali fertili, ricorrere alla riproduzione medicalmente assistita non è un diritto, è una cortesia, per loro stessi, per i loro figli e per il mondo.

4) Comunque, è evidente che quelli che pontificano sulla pelle altrui (e degli altrui figli potenziali) non hanno avuto, fino a oggi, il piacere di incappare in problemi di fertilità. Avendo fatto, magari per sbaglio, sei figli, si sentono tanto bravi e naturali, tanto in grazia di Dio. Perché i figli, essendo un dono del Signore, certificano che chi è fertile è buono e giusto. Chi non è fertile qualcosa di male ha fatto, ed è giusto che sia punito. I gay cosa fanno di male si sa e la sterilità fa parte del loro essere “contro natura”; le coppie etero quali peccati abbiano sulla coscienza invece non si sa, ma comunque se sono sterili di sicuro in qualche modo se lo sono meritato. Sto scherzando, ma mica tanto. Credo che, sotto qualche strato di ipocrisia e di politicamente corretto, questo sia il vero pensiero di certa gente. Credo che l’idea della sterilità come maledizione divina non sia poi così tanto superata in Italia. Faccio presente, allora, che circa il 30% delle coppie (etero, naturalmente) è infertile, e che il problema è in decisa crescita: i benedetti genitori fertilissimi di sei pargoli potrebbero non avere nipotini, tra qualche decennio. Se allora vorranno riparlare di natura e maledizioni divine, sempre a disposizione.

5) “Va bene, sei sterile e sei de coccio: vuoi un figlio a tutti i costi. Ma perché scomodare ormoni, provette e uteri, magari altrui? Perché non adotti?” 
Perché non è la stessa cosa, o perlomeno non lo è per tutti. Posso volere un figlio biologico e non essere in grado di accettarne uno adottivo. Essere genitori è essere genitori, che il figlio sia biologico o adottivo, ma molti non sono in grado di desiderare e accogliere un figlio che non sia nato da loro, dalla loro pancia, dai loro geni, che non gli somigli, che non gratifichi il loro narcisismo. Peraltro non si capisce perché la fatidica domanda “Perché non adotti? Ci sono tanti bambini negli istituti…” i fertilissimi padri e le sempre incintissime madri di quattro-cinque-sei creature non se la facciano loro a loro medesimi. Con tanti bambini che già sono al mondo e che hanno bisogno di genitori, che motivo hanno (loro, i catto-conigli) di riprodursi a tutti i costi e con tanta pervicacia?

6) Dunque per tutti questi banalissimi motivi, che solo Formigoni, Giovanardi e Barbara D’Urso potrebbero non comprendere, sono molti quelli che di fronte all’infertilità non si adattano agli ostacoli “naturali” e si avvalgono delle tecniche di riproduzione assistita. Tra l’altro esistono molti tipi di riproduzione assistita, alcuni dei quali talmente simil-naturali che non si capisce perché dovrebbero suscitare le ire dei cattolici fondamentalisti. I difensori della vita millantano parecchie fesserie al riguardo. In primo luogo un’ecatombe ingiustificata di embrioni: ma non è così, gli embrioni (nelle tecniche di riproduzione assistita che prevedono la loro produzione in-vitro) non si buttano mica via, casomai si conservano per altre gravidanze o altri tentativi. Perlomeno i genitori 
hanno la possibilità di scegliere quanti embrioni impiantare e cosa fare con gli eventuali embrioni eccedenti: se si vuole proteggere e salvaguardare la vita potenziale degli embrioni, non c’è nessun ostacolo nella riproduzione assistita che non ci sia anche in natura. Se qualche embrione si perde tristemente per strada (nelle gravidanze spontanee come in quelle assistite) è perché non tutti gli embrioni sono abbastanza forti e sani da impiantarsi e svilupparsi. 
Seconda fesseria diffusa dai medesimi millantatori: ci sarebbero mostruose malformazioni associate alle tecniche di riproduzione medicalmente assistita. Non è vero. Gli studi sull'argomento non riportano percentuali di malformazioni (o di altri problemi fisici o psichici) maggiori nei bambini nati con le tecniche di riproduzione assistita. C’è solo un lievissimo aumento percentuale di alcune specifiche malattie genetiche con un’unica tecnica (ICSI), utilizzata solo in casi particolari; e anche questo piccolo aumento percentuale è probabilmente dovuto a problemi dei genitori, non alla tecnica in sé. Insomma, quello che manca nella riproduzione assistita è solo la sacra trombata. E per questo nobilissimo e spirituale motivo, secondo i soliti noti, questi bambini non dovrebbero nascere. Perché, e mi fa specie doverlo ricordare, nascono tanti bambini, con la riproduzione assistita, che non sarebbero nati altrimenti. Per loro la scelta non è tra l’essere concepiti da-un-maschio-e-una- femmina-belli-e-dorati-dal-sole-nella-foresta-vergine-tra-il-dondolio-(naturalissimo)-delle-liane e l’essere concepiti in provetta. Per loro la scelta è tra l’essere concepiti in provetta (e vivere) e non essere concepiti, e non vedere mai la luce. Ditemi voi se vi pare logico difendere la vita degli embrioni (anche di quelli che non sono, neppure in natura, destinati a sopravvivere) ma non quella dei bambini. 

7) E veniamo all’ultimo problema, “l’utero in affitto” altresì detto “gestazione per altri”, perché non sempre chi porta avanti la gravidanza per altri viene pagata; in alcuni paesi la pratica è lecita solo se gratuita e, udite udite, ci sono donne che si prestano senza un dollaro di rimborso spese.
Prima argomentazione contro la gestazione per altri: “Non vorrei essere nato così, i bambini hanno diritto a stare con chi li ha portati in grembo, etc.” Ripeto: se non nascono così, questi bambini non nascono proprio, non c’è alternativa. Da grandi, a meno che non sviluppino un patologico disinteresse per la vita, comunque sia saranno grati ai loro genitori, che li hanno voluti tanto fortemente, e a quella donna che ha prestato (per soldi, per amore o per tutti e due) il suo grembo per formarli e farli nascere.
Seconda argomentazione contraria: il trauma delle madri surrogate a cui vengono strappati i “figli”. Siamo sicuri che per loro siano “figli”? Di solito per queste pratiche si usa un ovocita donato da una donna che non è la madre surrogata (o un ovocita della futura madre del bambino, se la coppia che richiede la gravidanza è etero), fecondato dai gameti maschili del padre e messo nel grembo della gestante per altri, che quindi non ha alcuna parentela genetica con la creatura.
Certo è una faccenda molto delicata, perché se compro (anche per la migliore motivazione del mondo, come può essere quella di generare un figlio desiderato) l’utero di una donna disperata e ignorante, che non sa quello che le accadrà e che non è in grado di scegliere consapevolmente, faccio una cosa orribile. Servono delle regole chiare, per evitare lo sfruttamento di persone costrette dalla necessità a fare ciò che non vogliono o inconsapevoli di quello che fanno. Ma, una volta che le regole ci sono, perché una donna non potrebbe decidere in autonomia e serenamente di donare una cellula o il suo utero, per 9 mesi, per il bene degli aspiranti genitori, certo, ma anche e soprattutto per il bene di un bambino che solo così potrà nascere? Un bambino, peraltro, sicuramente cercato e desiderato che, una volta nato, avrà genitori che lo accudiranno con amore; cosa che purtroppo non sempre accade nelle riproduzioni “naturali”.

Nessun commento:

Posta un commento