domenica 14 febbraio 2016

Bambini (3.L’adozione)





Questo post, lungi dal tentare un discorso d’insieme sul tema dell’adozione, si limiterà ad alcune precisazioni, visto che in questi giorni tra stepchild adoption, mamme vere e figli comprati ne ho sentite da farsi cadere le braccia e strapparsi i capelli a morsi.


1) “Stepchild adoption” è termine inglese (lingua in Italia sconosciuta ai più, e queste poi sono le conseguenze) che significa “adozione del figlio del partner” e trattasi di un modo di tutelare legalmente un bambino che già c’è, già vive in una famiglia composta da due genitori effettivi, di cui però solo uno è genitore biologico e quindi riconosciuto dalla legge: l’altro genitore (quello che ha comunque già accudito e cresciuto il medesimo bambino o ha intenzione di farlo) avrebbe il (sacrosanto credo) diritto di adottarlo e di diventare genitore anche per la legge, oltre che di fatto.

Il vantaggio sarebbe tutto per il bambino, il quale avrebbe due genitori legali anziché uno solo e sarebbe più tutelato nel caso il genitore biologico dovesse malauguratamente morire, ma anche nella vita quotidiana: due genitori sono meglio che uno solo, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, credo. Perché viene tanto osteggiato allora un provvedimento che favorisce i bambini (quelli che si dice di voler proteggere)? Perché è chiaro che questo sarebbe un passo decisivo per rendere le famiglie omogenitoriali delle famiglie a tutti gli effetti, quindi, alla faccia della tutela dei bambini, si confondono le acque e si gioca (approfittando dell’ignoranza tutta italiana delle lingue straniere) sul termine “adoption” per mettersi a discutere di tutt’altro, e cioè del diritto di una coppia omosessuale all’adozione in generale.

2) Vogliamo parlarne? Va bene, parliamo anche dell’adozione in generale. Punto numero uno: non esiste un “diritto all’adozione” neppure per le coppie eterosessuali; tutt’al più ci si può “rendere disponibili” all’adozione, il che è cosa ben diversa. Dopo di che, una volta che una coppia si “rende disponibile” viene studiata, valutata, fatta psicologicamente a pezzettini. Se la coppia, di cui sono state valutate le caratteristiche psicologiche, i traumi più o meno infantili, le capacità potenziali di essere buoni genitori di un figlio adottivo (che per la sua storia ha bisogno di genitori in qualche modo “superdotati”), è fortunata, a un certo punto si trova a corrispondere alle necessità di un bambino adottabile, in Italia o all’estero. Alcune coppie non vengono ritenute idonee per adottare un bambino, altre coppie non reggono l’iter e ritirano la loro disponibilità, altre ancora, pur potenzialmente idonee all’adozione in generale, non hanno la fortuna di incontrare un bambino concreto a cui sono adatti come genitori. Punto numero due: la “concorrenza” è spietata, tra gli aspiranti genitori adottivi. Sono molte di più le domande di adozione che i bambini adottabili (per fortuna), malgrado luoghi comuni molto diffusi dicano il contrario. Quindi il giudice può sempre scegliere tra molti aspiranti genitori e deve scegliere per il bene esclusivo del bambino; quindi valuterà la psicologia, le capacità genitoriali, ma anche il lavoro e la stabilità economica, il tempo che i genitori aspiranti potranno dedicare al bambino, la presenza di una rete di rapporti familiari e amicali intorno alla coppia, l’inserimento sociale, etc. Cioè tutti quei fattori che potranno incidere sul benessere materiale e psicologico del bambino. Fatte tutte queste valutazioni, il giudice decide per la coppia, tra tutte quelle disponibili in quel momento, che può ragionevolmente rappresentare, per quel determinato bambino, la soluzione migliore. Detto questo, ecco come la penso: tutti dovrebbero avere la possibilità di dichiararsi disponibili all’adozione, anche le coppie omosessuali e anche i single, perché ogni bambino ha diritto a una famiglia e più famiglie si rendono disponibili meglio è. Dopo di che i giudici continueranno a valutare gli aspiranti genitori come li valutano adesso e a decidere considerando il meglio per il bambino, per quel bambino specifico in quel momento. Nel caso di un single, è ovvio che gli verranno preferiti due genitori, quando saranno disponibili e adatti a quel bambino. Non per discriminazione verso i single, ma perché è abbastanza oggettivo che sia meglio averne due, di genitori. Per quanto riguarda le coppie omosessuali, mi auguro che la valutazione avverrà serenamente, tenendo conto del fatto che la maggioranza degli studi sostengono che il sesso e l’orientamento sessuale dei genitori non fa differenza per il benessere del bambino. Devo anche aggiungere, però, che purtroppo l’Italia è ancora un paese pieno di pregiudizi contro l’omosessualità e questa è una penalizzazione oggettiva per una coppia, nel caso di un’adozione, l’unico elemento reale che potrebbe rendere la vita di un figlio adottivo peggiore in una famiglia omogenitoriale; mi auguro che questo fattore legato al contesto venga superato al più presto e che anche nella società italiana ogni famiglia possa in futuro essere semplicemente una famiglia, indipendentemente dall’orientamento sessuale; al momento però mi pare realistico (e in fondo giusto, dal punto di vista del benessere del bambino) che i giudici, a parità di requisiti psicologici e personali, scelgano di regola per l’adozione le coppie eterosessuali piuttosto che quelle omosessuali. Ripeto che questo non è “giusto” in assoluto, perché “giusta” è solo una società senza pregiudizi e senza discriminazioni; però sarà “giusto” temporaneamente, finché la società italiana non sarà cambiata in meglio, in nome del benessere del bambino. Di questo dovrebbero tenere conto tutti, chi è favorevole e chi è contrario all’adozione aperta alle coppie gay.


3) Già che ci siamo, e a proposito di pregiudizi: in questi giorni, in mezzo a questo gran parlare che tutti facciamo, spesso di cose di cui non sappiamo un accidente, sono tornati fuori un sacco di bei pregiudizi sull’adozione in generale, al di là del sesso e dell’orientamento sessuale dei genitori adottivi. Ecco tutto un bel fiorire di “mamme vere” (quelle biologiche) e “mamme finte” (quelle che il figlio lo accolgono e lo crescono), di genitori adottivi che “comprano” i figli (perché, per l’adozione internazionale, pagano le spese di viaggio, le spese burocratiche e il lavoro dell’ente che si occupa delle pratiche di adozione). C’è, purtroppo c’è ancora, e viene fuori appena gli si apre uno spiraglio nel politically correct, l’idea che i figli siano di chi li procrea materialmente, volentieri o controvoglia, consapevolmente o sotto l’effetto di stupefacenti, e tutti gli altri siano ladri di bambini. Questo pregiudizio vive nascosto sotto il manto ipocrita dei complimenti alla “generosità” dei genitori adottivi, sotto il persistere di espressioni “mamma vera”, “veri genitori” nelle migliori trasmissioni RAI di prima serata. La qual cosa mi mette tanta, tantissima tristezza, anche per mia figlia nata in Vietnam che in questo paese ci dovrà crescere e vivere.

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