lunedì 29 febbraio 2016

Parte il progetto "extravergine d'autore"



Parte il progetto "extravergine d'autore": i migliori testi autopubblicati, selezionati (gratuitamente) e segnalati sul sito:

Per gli autori: "Se hai pubblicato un libro con il self publishing e cerchi visibilità, questo è il posto giusto!
Inviaci il tuo romanzo in valutazione, se è un'opera di livello superiore entrerà di diritto (e gratuitamente!) in questa elite."


Per i lettori: "Sei un lettore curioso? Ami scoprire nuovi talenti o semplicemente acquistare un buon libro al prezzo migliore?
Extravergine d'autore nasce proprio per aiutare i lettori come te a districarsi nella giungla del self publishing."

Per gli editori: "Ormai anche le case editrici di livello internazionale scovano i nuovi talenti nel self publishing.
Che tu sia un piccolo editore o un agente letterario, qui puoi scoprire senza fatica i talenti letterari di domani."

I miei racconti di "Nell'altra stanza (tre racconti sull'altrove)" hanno avuto l'onore di essere selezionati e segnalati sul sito, con questa motivazione:

"Perchè l'abbiamo scelto

I racconti di Tina Caramanico mantengono le promesse: coinvolgenti, stranianti, spiazzanti.
Una scrittura elegante e pulita, che sa dare anche a una giornata di shopping un tocco di mistero, tingere una gravidanza di rimembranze lovecraftiane, accompagnare il lettore sulla strada della scoperta per poi sorprenderlo con quel tassello in più."

venerdì 26 febbraio 2016

Recensioni in 10 righe: Condominio R39 di Fabio Deotto







E' il primo thriller da un bel po' di tempo che mi ha intrigato e che non volevo smettere di leggere. La narrazione alterna la storia di una giornata maledetta nel condominio R39, con quella delle indagini del commissario Pallino (proprio così si chiama) che cerca di ricostruire ciò che è accaduto nel palazzo, dove sono stati ritrovati in fin di vita quasi tutti gli inquilini. A turno seguiamo un vecchio professore, un bambino solo in casa, una ex-attrice, una coppia di giovani amanti: tutti sono deboli, o malati, o perversi, ossessionati da qualcosa di malsano; nel condominio si respira un'aria decisamente viziata fin da subito, e la tragedia incombe. Il ritmo è ottimo, senza cadute fino alla fine. Alcune situazioni sono oggettivamente inverosimili, ma l'autore riesce a coinvolgerci lo stesso. Anzi, alla fine capiamo che l'inverosimile è indispensabile, in questa storia cupa, sgradevole, inquietante. 

Voto *** e mezzo, quasi ****

lunedì 22 febbraio 2016

Bambini (4.Uteri e provette)




Tra le varie dispute di questi giorni su famiglie vere e diritti negati, quella sul cosiddetto “utero in affitto” alias “gestazione per altri” è stata la più feroce. E sarebbe anche giusto così, essendo un argomento oggettivamente delicato. Il problema però è che, anche su questo, la maggior parte delle persone che sbraitavano le loro pseudo-opinioni non sapeva minimamente di cosa stava parlando. Quindi, per dovere, allego il solito elenco di piccole precisazioni sulle varie castronerie udite in tv, sui quotidiani, sui social e al bar sotto casa (che tanto ormai sono più o meno la stessa cosa, quanto ad affidabilità e competenza sui temi trattati).

1) Cominciamo dalle basi: il corale dissenso per “il figlio a tutti i costi”. “I figli non sono un diritto”, tuonano dal family day. Vero, non sono un diritto, sono un sano istinto e un legittimo desiderio della maggior parte degli esseri umani. C’è chi non prova questo istinto e questo desiderio: tutto ok, fare figli per fortuna non è neppure un obbligo. Per chi invece desidera un figlio, le strade sono due: se ha la fortuna di essere fertile e di trovare un/una partner fertile, tutto va da sé; se c’è qualche problema, invece, il desiderio e l’istinto non è che spariscano o si controllino razionalmente. Essere infertili ma desiderare un figlio e cercare gli aiuti che la medicina può dare è una condizione assolutamente “naturale”, “normale” e direi anche “sana”. Tutti questi mostri di superbia e narcisismo io non li vedo, tra gli aspiranti genitori con problemi di infertilità. E’ gente che, oltre che lottare contro il malfunzionamento del corpo deve anche fare i conti con le altalene stressanti tra speranza e delusione (non è che la provetta e perfino l’utero altrui garantiscano il risultato) e continuare a vivere. In un mondo dove c’è chi li bacchetta perché non sanno riconoscere i loro limiti “naturali”. Provate a fare questo discorso dei limiti e della natura a un qualsiasi malato (di tumore o di carie dentale, poco importa) e vedete dove (giustamente) vi manda: se la medicina può salvarmi la vita o togliermi il dolore, perché dovrei rimettermi alla natura e soffrire/morire in pace? 

2) E qui interviene la seconda castroneria (in ordine di apparizione, ma non in ordine di gravità): “Ma la sterilità non è una malattia!” La sterilità non sarebbe una malattia perché di sterilità non si muore: quindi non dovrebbe essere curata. A parte che allora bisognerebbe rinunciare anche al dentista, a tutti gli antidolorifici, a buona parte degli antibiotici, eccetera eccetera (non si muore di mal di denti, né di mal di testa, né di mal di schiena e, spesso, neppure di bronchite o congiuntivite). Le malattie mortali non sono moltissime, per fortuna, e, se dovessimo curare solo quelle, gran parte dei medici e delle industrie farmaceutiche dovrebbe cambiare mestiere. Quindi cos’è la malattia? “Anormale condizione dell'organismo (animale o vegetale), causata da alterazioni organiche o funzionali” recita il dizionario. La sterilità è senza dubbio un’alterazione funzionale, dunque una malattia, e in quanto tale ha lo stesso diritto di essere curata di tutte le altre malattie. La sterilità non uccide il malato, ma impedisce che vengano al mondo i suoi figli: dunque è anche una malattia piuttosto seria, in termini di costi di vite umane. Resta ovviamente il diritto di scelta: se sono infertile ma ho uno scarso desiderio di riprodurmi, posso anche decidere che curarmi non vale la pena, meglio andare “al naturale” e rimettersi al destino o alla volontà di Dio. Anche se sono malato di tumore, in fondo, posso decidere che non ho così tanta voglia di vivere e di lottare, e rinunciare alle cure.

3) “E allora vedi che gli omosessuali sono malati!”. Sì, se sono gay e infertili. Se invece sono fertili potrebbero benissimo riprodursi (come hanno fatto in molti fino a qualche anno fa, e forse ancora fanno) sposandosi in chiesa e facendo figli in modo “naturale” con una persona dell’altro sesso che non amano, e creando così tante belle famiglie disfunzionali, mariti e mogli insoddisfatti e figli infelici; per poi, quando va bene, divorziare e mettersi con una persona (del loro stesso sesso) che amano. Diciamo che, nel caso degli omosessuali fertili, ricorrere alla riproduzione medicalmente assistita non è un diritto, è una cortesia, per loro stessi, per i loro figli e per il mondo.

4) Comunque, è evidente che quelli che pontificano sulla pelle altrui (e degli altrui figli potenziali) non hanno avuto, fino a oggi, il piacere di incappare in problemi di fertilità. Avendo fatto, magari per sbaglio, sei figli, si sentono tanto bravi e naturali, tanto in grazia di Dio. Perché i figli, essendo un dono del Signore, certificano che chi è fertile è buono e giusto. Chi non è fertile qualcosa di male ha fatto, ed è giusto che sia punito. I gay cosa fanno di male si sa e la sterilità fa parte del loro essere “contro natura”; le coppie etero quali peccati abbiano sulla coscienza invece non si sa, ma comunque se sono sterili di sicuro in qualche modo se lo sono meritato. Sto scherzando, ma mica tanto. Credo che, sotto qualche strato di ipocrisia e di politicamente corretto, questo sia il vero pensiero di certa gente. Credo che l’idea della sterilità come maledizione divina non sia poi così tanto superata in Italia. Faccio presente, allora, che circa il 30% delle coppie (etero, naturalmente) è infertile, e che il problema è in decisa crescita: i benedetti genitori fertilissimi di sei pargoli potrebbero non avere nipotini, tra qualche decennio. Se allora vorranno riparlare di natura e maledizioni divine, sempre a disposizione.

5) “Va bene, sei sterile e sei de coccio: vuoi un figlio a tutti i costi. Ma perché scomodare ormoni, provette e uteri, magari altrui? Perché non adotti?” 
Perché non è la stessa cosa, o perlomeno non lo è per tutti. Posso volere un figlio biologico e non essere in grado di accettarne uno adottivo. Essere genitori è essere genitori, che il figlio sia biologico o adottivo, ma molti non sono in grado di desiderare e accogliere un figlio che non sia nato da loro, dalla loro pancia, dai loro geni, che non gli somigli, che non gratifichi il loro narcisismo. Peraltro non si capisce perché la fatidica domanda “Perché non adotti? Ci sono tanti bambini negli istituti…” i fertilissimi padri e le sempre incintissime madri di quattro-cinque-sei creature non se la facciano loro a loro medesimi. Con tanti bambini che già sono al mondo e che hanno bisogno di genitori, che motivo hanno (loro, i catto-conigli) di riprodursi a tutti i costi e con tanta pervicacia?

6) Dunque per tutti questi banalissimi motivi, che solo Formigoni, Giovanardi e Barbara D’Urso potrebbero non comprendere, sono molti quelli che di fronte all’infertilità non si adattano agli ostacoli “naturali” e si avvalgono delle tecniche di riproduzione assistita. Tra l’altro esistono molti tipi di riproduzione assistita, alcuni dei quali talmente simil-naturali che non si capisce perché dovrebbero suscitare le ire dei cattolici fondamentalisti. I difensori della vita millantano parecchie fesserie al riguardo. In primo luogo un’ecatombe ingiustificata di embrioni: ma non è così, gli embrioni (nelle tecniche di riproduzione assistita che prevedono la loro produzione in-vitro) non si buttano mica via, casomai si conservano per altre gravidanze o altri tentativi. Perlomeno i genitori 
hanno la possibilità di scegliere quanti embrioni impiantare e cosa fare con gli eventuali embrioni eccedenti: se si vuole proteggere e salvaguardare la vita potenziale degli embrioni, non c’è nessun ostacolo nella riproduzione assistita che non ci sia anche in natura. Se qualche embrione si perde tristemente per strada (nelle gravidanze spontanee come in quelle assistite) è perché non tutti gli embrioni sono abbastanza forti e sani da impiantarsi e svilupparsi. 
Seconda fesseria diffusa dai medesimi millantatori: ci sarebbero mostruose malformazioni associate alle tecniche di riproduzione medicalmente assistita. Non è vero. Gli studi sull'argomento non riportano percentuali di malformazioni (o di altri problemi fisici o psichici) maggiori nei bambini nati con le tecniche di riproduzione assistita. C’è solo un lievissimo aumento percentuale di alcune specifiche malattie genetiche con un’unica tecnica (ICSI), utilizzata solo in casi particolari; e anche questo piccolo aumento percentuale è probabilmente dovuto a problemi dei genitori, non alla tecnica in sé. Insomma, quello che manca nella riproduzione assistita è solo la sacra trombata. E per questo nobilissimo e spirituale motivo, secondo i soliti noti, questi bambini non dovrebbero nascere. Perché, e mi fa specie doverlo ricordare, nascono tanti bambini, con la riproduzione assistita, che non sarebbero nati altrimenti. Per loro la scelta non è tra l’essere concepiti da-un-maschio-e-una- femmina-belli-e-dorati-dal-sole-nella-foresta-vergine-tra-il-dondolio-(naturalissimo)-delle-liane e l’essere concepiti in provetta. Per loro la scelta è tra l’essere concepiti in provetta (e vivere) e non essere concepiti, e non vedere mai la luce. Ditemi voi se vi pare logico difendere la vita degli embrioni (anche di quelli che non sono, neppure in natura, destinati a sopravvivere) ma non quella dei bambini. 

7) E veniamo all’ultimo problema, “l’utero in affitto” altresì detto “gestazione per altri”, perché non sempre chi porta avanti la gravidanza per altri viene pagata; in alcuni paesi la pratica è lecita solo se gratuita e, udite udite, ci sono donne che si prestano senza un dollaro di rimborso spese.
Prima argomentazione contro la gestazione per altri: “Non vorrei essere nato così, i bambini hanno diritto a stare con chi li ha portati in grembo, etc.” Ripeto: se non nascono così, questi bambini non nascono proprio, non c’è alternativa. Da grandi, a meno che non sviluppino un patologico disinteresse per la vita, comunque sia saranno grati ai loro genitori, che li hanno voluti tanto fortemente, e a quella donna che ha prestato (per soldi, per amore o per tutti e due) il suo grembo per formarli e farli nascere.
Seconda argomentazione contraria: il trauma delle madri surrogate a cui vengono strappati i “figli”. Siamo sicuri che per loro siano “figli”? Di solito per queste pratiche si usa un ovocita donato da una donna che non è la madre surrogata (o un ovocita della futura madre del bambino, se la coppia che richiede la gravidanza è etero), fecondato dai gameti maschili del padre e messo nel grembo della gestante per altri, che quindi non ha alcuna parentela genetica con la creatura.
Certo è una faccenda molto delicata, perché se compro (anche per la migliore motivazione del mondo, come può essere quella di generare un figlio desiderato) l’utero di una donna disperata e ignorante, che non sa quello che le accadrà e che non è in grado di scegliere consapevolmente, faccio una cosa orribile. Servono delle regole chiare, per evitare lo sfruttamento di persone costrette dalla necessità a fare ciò che non vogliono o inconsapevoli di quello che fanno. Ma, una volta che le regole ci sono, perché una donna non potrebbe decidere in autonomia e serenamente di donare una cellula o il suo utero, per 9 mesi, per il bene degli aspiranti genitori, certo, ma anche e soprattutto per il bene di un bambino che solo così potrà nascere? Un bambino, peraltro, sicuramente cercato e desiderato che, una volta nato, avrà genitori che lo accudiranno con amore; cosa che purtroppo non sempre accade nelle riproduzioni “naturali”.

venerdì 19 febbraio 2016

Recensioni in 10 righe: "Il sonnambulo" di Sebastian Fitzek



Un architetto si sveglia e vede sua moglie pesta, sanguinante e zoppicante, che fa la valigia e se ne va di casa. "Cosa combino mentre dormo?" è la domanda che tutti ci faremmo, e infatti Leon, il protagonista, proprio questo si chiede. Il resto del romanzo è un dentro e fuori tra sonno, sogni e veglia, solo che non sappiamo mai bene in quale settore ci troviamo, non lo sappiamo noi e non lo sa Leon. In questo modo ovviamente l'autore può dimenticare qualsiasi obbligo di verosimiglianza e propinarci le situazioni più improbabili, tanto noi mica ci crediamo, magari è un sogno. Il finale è, contemporaneamente, inverosimile e prevedibile, insomma il peggio del peggio. Per chi avesse ancora dei dubbi questo romanzo non mi è piaciuto, per niente. 

Voto * stellina e mezza (perché è comunque meglio di certi romanzetti dolciastri e pieni di prosopopea).

domenica 14 febbraio 2016

Bambini (3.L’adozione)





Questo post, lungi dal tentare un discorso d’insieme sul tema dell’adozione, si limiterà ad alcune precisazioni, visto che in questi giorni tra stepchild adoption, mamme vere e figli comprati ne ho sentite da farsi cadere le braccia e strapparsi i capelli a morsi.


1) “Stepchild adoption” è termine inglese (lingua in Italia sconosciuta ai più, e queste poi sono le conseguenze) che significa “adozione del figlio del partner” e trattasi di un modo di tutelare legalmente un bambino che già c’è, già vive in una famiglia composta da due genitori effettivi, di cui però solo uno è genitore biologico e quindi riconosciuto dalla legge: l’altro genitore (quello che ha comunque già accudito e cresciuto il medesimo bambino o ha intenzione di farlo) avrebbe il (sacrosanto credo) diritto di adottarlo e di diventare genitore anche per la legge, oltre che di fatto.

Il vantaggio sarebbe tutto per il bambino, il quale avrebbe due genitori legali anziché uno solo e sarebbe più tutelato nel caso il genitore biologico dovesse malauguratamente morire, ma anche nella vita quotidiana: due genitori sono meglio che uno solo, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, credo. Perché viene tanto osteggiato allora un provvedimento che favorisce i bambini (quelli che si dice di voler proteggere)? Perché è chiaro che questo sarebbe un passo decisivo per rendere le famiglie omogenitoriali delle famiglie a tutti gli effetti, quindi, alla faccia della tutela dei bambini, si confondono le acque e si gioca (approfittando dell’ignoranza tutta italiana delle lingue straniere) sul termine “adoption” per mettersi a discutere di tutt’altro, e cioè del diritto di una coppia omosessuale all’adozione in generale.

2) Vogliamo parlarne? Va bene, parliamo anche dell’adozione in generale. Punto numero uno: non esiste un “diritto all’adozione” neppure per le coppie eterosessuali; tutt’al più ci si può “rendere disponibili” all’adozione, il che è cosa ben diversa. Dopo di che, una volta che una coppia si “rende disponibile” viene studiata, valutata, fatta psicologicamente a pezzettini. Se la coppia, di cui sono state valutate le caratteristiche psicologiche, i traumi più o meno infantili, le capacità potenziali di essere buoni genitori di un figlio adottivo (che per la sua storia ha bisogno di genitori in qualche modo “superdotati”), è fortunata, a un certo punto si trova a corrispondere alle necessità di un bambino adottabile, in Italia o all’estero. Alcune coppie non vengono ritenute idonee per adottare un bambino, altre coppie non reggono l’iter e ritirano la loro disponibilità, altre ancora, pur potenzialmente idonee all’adozione in generale, non hanno la fortuna di incontrare un bambino concreto a cui sono adatti come genitori. Punto numero due: la “concorrenza” è spietata, tra gli aspiranti genitori adottivi. Sono molte di più le domande di adozione che i bambini adottabili (per fortuna), malgrado luoghi comuni molto diffusi dicano il contrario. Quindi il giudice può sempre scegliere tra molti aspiranti genitori e deve scegliere per il bene esclusivo del bambino; quindi valuterà la psicologia, le capacità genitoriali, ma anche il lavoro e la stabilità economica, il tempo che i genitori aspiranti potranno dedicare al bambino, la presenza di una rete di rapporti familiari e amicali intorno alla coppia, l’inserimento sociale, etc. Cioè tutti quei fattori che potranno incidere sul benessere materiale e psicologico del bambino. Fatte tutte queste valutazioni, il giudice decide per la coppia, tra tutte quelle disponibili in quel momento, che può ragionevolmente rappresentare, per quel determinato bambino, la soluzione migliore. Detto questo, ecco come la penso: tutti dovrebbero avere la possibilità di dichiararsi disponibili all’adozione, anche le coppie omosessuali e anche i single, perché ogni bambino ha diritto a una famiglia e più famiglie si rendono disponibili meglio è. Dopo di che i giudici continueranno a valutare gli aspiranti genitori come li valutano adesso e a decidere considerando il meglio per il bambino, per quel bambino specifico in quel momento. Nel caso di un single, è ovvio che gli verranno preferiti due genitori, quando saranno disponibili e adatti a quel bambino. Non per discriminazione verso i single, ma perché è abbastanza oggettivo che sia meglio averne due, di genitori. Per quanto riguarda le coppie omosessuali, mi auguro che la valutazione avverrà serenamente, tenendo conto del fatto che la maggioranza degli studi sostengono che il sesso e l’orientamento sessuale dei genitori non fa differenza per il benessere del bambino. Devo anche aggiungere, però, che purtroppo l’Italia è ancora un paese pieno di pregiudizi contro l’omosessualità e questa è una penalizzazione oggettiva per una coppia, nel caso di un’adozione, l’unico elemento reale che potrebbe rendere la vita di un figlio adottivo peggiore in una famiglia omogenitoriale; mi auguro che questo fattore legato al contesto venga superato al più presto e che anche nella società italiana ogni famiglia possa in futuro essere semplicemente una famiglia, indipendentemente dall’orientamento sessuale; al momento però mi pare realistico (e in fondo giusto, dal punto di vista del benessere del bambino) che i giudici, a parità di requisiti psicologici e personali, scelgano di regola per l’adozione le coppie eterosessuali piuttosto che quelle omosessuali. Ripeto che questo non è “giusto” in assoluto, perché “giusta” è solo una società senza pregiudizi e senza discriminazioni; però sarà “giusto” temporaneamente, finché la società italiana non sarà cambiata in meglio, in nome del benessere del bambino. Di questo dovrebbero tenere conto tutti, chi è favorevole e chi è contrario all’adozione aperta alle coppie gay.


3) Già che ci siamo, e a proposito di pregiudizi: in questi giorni, in mezzo a questo gran parlare che tutti facciamo, spesso di cose di cui non sappiamo un accidente, sono tornati fuori un sacco di bei pregiudizi sull’adozione in generale, al di là del sesso e dell’orientamento sessuale dei genitori adottivi. Ecco tutto un bel fiorire di “mamme vere” (quelle biologiche) e “mamme finte” (quelle che il figlio lo accolgono e lo crescono), di genitori adottivi che “comprano” i figli (perché, per l’adozione internazionale, pagano le spese di viaggio, le spese burocratiche e il lavoro dell’ente che si occupa delle pratiche di adozione). C’è, purtroppo c’è ancora, e viene fuori appena gli si apre uno spiraglio nel politically correct, l’idea che i figli siano di chi li procrea materialmente, volentieri o controvoglia, consapevolmente o sotto l’effetto di stupefacenti, e tutti gli altri siano ladri di bambini. Questo pregiudizio vive nascosto sotto il manto ipocrita dei complimenti alla “generosità” dei genitori adottivi, sotto il persistere di espressioni “mamma vera”, “veri genitori” nelle migliori trasmissioni RAI di prima serata. La qual cosa mi mette tanta, tantissima tristezza, anche per mia figlia nata in Vietnam che in questo paese ci dovrà crescere e vivere.

lunedì 8 febbraio 2016

Bambini (2.Una posizione scomoda)


Viste le tendenze fratricide diffuse in questi giorni, prima di esprimere ogni altro concetto mi tocca fare delle premesse chiare sulla mia posizione ideologico-etico-religiosa. Che è, come dice il titolo, una posizione scomoda. Qualcuno direbbe perfino incoerente, e forse un po’ avrebbe ragione, se non fosse che credo sia meglio un po’ di incoerenza piuttosto che una posizione rigidamente allineata, chiusa a qualsiasi dubbio. 
Detto questo, faccio il mio personale outing: sono di sinistra (talvolta pericolosamente vetero-comunista), credo nella razionalità e nello stato laico, credo in Dio. E ora cerco di spiegarvi come faccio a vivere, abbastanza felicemente sebbene sempre attanagliata da dubbi e incertezze, in mezzo a tutte queste incompatibili visioni del mondo. 
Credo che tutti gli uomini e tutte le donne debbano avere il necessario per vivere dignitosamente, che tutti debbano avere le stesse opportunità di educazione e realizzazione di sé. Non credo che diritti e opportunità si ottengano senza consapevolezza e senza lotta, dato che ognuno difende i propri interessi e nessuno regala nulla a nessuno. Credo che la vita qui sulla terra sia importante e che il nostro corpo abbia diritto a essere amato e protetto, per quanto possibile, dal dolore. 
Credo nella razionalità e nello stato laico. E credo in Dio. Sono credente forse per l’educazione che ho avuto, o forse perché sì. Dopo molte divagazioni e ancora con molti dubbi su ciò che sta intorno al mio essere credente. Litigando tutti i giorni con la Chiesa Cattolica e con il fondamentalismo cattolico. Litigando anche con Dio stesso, per la verità, perché certe cose del creato non mi piacciono e non me le spiego. Ma comunque qua sto, in cammino. Però, però, non posso essere credente e intollerante, non posso essere credente e sicura di avere la verità in tasca, credente e giudicante, credente e violenta contro chi non mi pare degno della mia idea di vita e di giustizia. In effetti violenza e intolleranza stanno nella storia delle chiese e delle religioni, ma poi le religioni insegnano l’amore e la gentilezza, quindi sì, credo che si possa essere religiosi e tolleranti, religiosi e ragionanti, religiosi e non-violenti, perché è questa l’essenza delle religioni, al di là di quello che ne hanno fatto gli uomini nella storia.
Credo che tutti abbiano diritto di pensiero, di parola e diritto di vivere come credono giusto, senza limitare la libertà degli altri e senza arrecare danno a nessuno. Credo che sia necessario mettersi nei panni degli altri e cercare di comprenderli, invece che giudicarli. Credo che sia possibile discutere secondo ragione, senza urlare e senza venire alle mani o agli insulti, e magari persino accettare in parte le idee degli altri, quando convincono la nostra intelligenza. 
Chiaro che questa è una posizione scomoda, scomodissima di questi tempi. Mi lascia esposta agli insulti, alla violenza verbale (quando va bene), alla censura, alla distorsione del mio pensiero perché ogni cosa complessa ormai deve essere resa forzatamente semplice, o meglio ancora banale. Perché si ragiona perlopiù con la pancia e perché ci si dà ragione o torto a prescindere dalle idee, basta essere amici o stare dalla stessa parte. Non penso sia un problema nuovo, l’intolleranza e la censura non sono cose di oggi. Certo è che ancora la tolleranza e la convivenza pacifica non abbiamo imparato a praticarle. 
Ciò nonostante e fatte queste confuse premesse, nei prossimi giorni potrò andare avanti col mio discorso sulla vita riproduttiva degli umani, di qualsivoglia genere e orientamento sessuale.

(2- segue)

venerdì 5 febbraio 2016

Bambini (1."la vita è sacra quando lo dico io")



Mi è capitato, qualche giorno fa, di finire in una delle tante discussioni in atto su famiglie gay-famiglie naturali-uteri in affitto-uteri e basta sul sito Notizie Pro Vita. Mi è capitato, pur essendo preparata al fondamentalismo di certe posizioni, di leggere cose di una insensatezza e crudeltà inaspettate, che qui vi sintetizzo:

1) I genitori adottivi non sono veri genitori; i veri genitori sono solo quelli biologici (anche se quelli adottivi sono tanto bravi e buoni, purché siano maschio e femmina; altrimenti diventano automaticamente pedofili stupratori).

2) La vita è un dono ed è sacra, ma solo quando i bambini nascono da una trombata naturale (di qualsivoglia genere, immagino, e indipendentemente dalla volontà dei due trombanti di, nell’ordine: trombare l’uno con l’altro; trombare a scopo riproduttivo).

3) I bambini nati con riproduzione assistita (non si fa distinzione tra tecniche e modalità) invece, sebbene moltissimo desiderati e persino se messi al mondo da una coppia maschio-femmina-sposata in chiesa con l’abito bianco, non sono veri bambini, la loro vita è “artificiale” (qualsiasi cosa voglia dire “artificiale” in questo contesto) e quindi non è sacra, perché questi bambini “non avrebbero dovuto nascere” (sic). Se ne deduce che, probabilmente, interrompere volontariamente una gravidanza derivante da FIVET o inseminazione artificiale non è peccato. Anzi, forse questi bambini nati con riproduzione assistita si possono stuprare o servire in tavola, tanto non sono veri bambini.

Non ci crederete, ma il sito dopo queste affermazioni blasfeme è collassato ed è risultato, per un paio di giorni, irraggiungibile, almeno da me. Non so come mai, una strana coincidenza. O magari un fulmine. 

Comunque vista la quantità invereconda di balle, pregiudizi e disinformazione (proveniente da destra, da sinistra, da sopra e da sotto) circolanti in questi giorni, mi sono convinta della necessità di diffondere alcune informazioni-riflessioni sulla vita riproduttiva in generale, quella di tutti. Con calma, serenità e un po’ alla volta, che l’argomento è complesso e non va relegato ai luoghi comuni e alle esercitazioni retoriche. Perché, checché ne pensiate, la questione riguarda tutti, omo ed etero, di destra e di sinistra, laici e cattolici e potreste ritrovarvici da un momento all’altro più dentro di quanto avreste mai potuto immaginare.

(1- segue)

lunedì 1 febbraio 2016

Il rospo



Stanotte ho sognato di avere nel piatto un rospo; sebbene fosse immobile, mi pareva vivo e non avevo il coraggio di mangiarlo. Gli ho tagliato delicatamente quella che sembrava la lingua (una cosa sottile, con venature a forma di albero e di colori diversi, tipo arcobaleno, cangianti) che è venuta via facilmente; poi il rospo è saltato via dal mio piatto nel piatto di un uomo che mangiava di fianco a me. Io, entusiasta, ho esclamato: “Hai visto, è vivo!”. Avevo notato, poco prima che saltasse, che gli batteva il cuore e respirava.
Il sogno mi ha colpito come ti colpiscono i sogni strani, quelli che hanno un significato nascosto. Così sono andata a cercare e questo è quello che ho trovato:

Il rospo annuncia l'inizio di un processo di trasformazione o di una nuova fase della vita. 

Il rospo ci invita ad affrontare ciò che di nascosto, profondo e a volte scomodo è dentro di noi, a progredire nella mente e nello spirito.

Sognare rane e rospi è in genere molto positivo perché la loro simbologia è connessa alla fertilità, alla vitalità e creatività, nonché alla trasformazione e metamorfosi. 

La figurina del Rospo nel Feng Shui attiva e attira la fortuna.

Sognare rospi o rane significa che siete in un periodo produttivo in cui la vostra mente si apre a nuove comprensioni e a maggiore saggezza.