giovedì 28 gennaio 2016

Recensioni in 10 righe: La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone




Premetto che di solito mi astengo dal recensire gli autori esordienti o emergenti che (anche se solo virtualmente) conosco, perché a parlarne bene sembra che uno lo faccia per "amicizia" e a parlarne male sembra di dare addosso a chi è (ancora) fragile e ha molto tempo e spazio per migliorare. In questo caso però mi sento dispensata da tutti questi scrupoli, dato il successo solidissimo che il romanzo ha avuto, quindi posso dirne quello che penso con tutta tranquillità. E allora parliamo del fortunato esordio di Lorenzo Marone con Longanesi. Il romanzo ha, disgraziatamente, tutte le caratteristiche per piacere al pubblico medio. I personaggi sono comuni, senza particolari tormenti interiori se non quelli della vita quotidiana, tipi che già sappiamo dove andranno a parare: il vecchio burbero ma in fondo buono, la vittima predestinata di efferato femminicidio, che non vuole essere aiutata e che è ovviamente incinta, il vecchietto che non esce mai di casa, la vecchietta sola che si fissa coi gatti, la donna in carriera insoddisfatta del suo matrimonio. A movimentare un po' la vicenda (fondata sostanzialmente sui ricordi e sui rimpianti del vecchio burbero-ma-buono) compare un problema che vorrebbe essere affrontato in modo politicamente corretto, ma il modo non esce poi così tanto corretto, alla fine. Il protagonista ha un figlio gay, e il padre sa che è gay anche se lui non glielo dice. Perché lo sa? Ma come perché! Ovviamente perché il ragazzo indossa camicie rosa, è appassionato d'arte e design, tiene in ordine la casa (sic!) e porta un profumo che al padre fa schifo. Alla fine padre e figlio si riconciliano (anche se non avevano mai davvero litigato), e il padre gli dice che gli vuole bene e lo stima (anche se è gay, sottinteso), ma poi all'idea di trasferirsi a casa sua e vederlo mano nella mano col suo compagno si sente rivoltare, essendo il padre uomo vero che prende viagra a go go. Ora, se l'autore fosse riuscito a rappresentare in modo efficiente il punto di vista del protagonista, da lettori capiremmo che questa vena omofoba è del personaggio, non dell'autore. Invece ci resta più che un dubbietto, alla fine. E comunque sono convinta che il lettore medio a cui il libro deve piacere sposerà volentieri il punto di vista del vecchio-burbero-ma-buono: io non ce l'ho coi gay, per carità, sono tanto creativi e sensibili, però, insomma, un po' schifo mi fanno, mica sono normali. Lo stile è scorrevolissimo, la sbobba scivola giù tranquilla in un solo pomeriggio afoso di metà agosto. 

Voto ** perché l'autore è un esordiente e spero farà di meglio la prossima volta, perché il romanzo è ambientato a Napoli, che a me mi piace sempre, e perché, alla fin fine, è comunque meno pretenzioso e irritante dei romanzetti di D'Avenia.

lunedì 25 gennaio 2016

Stella Nera



Ho visto per la prima volta il video di “Black Star” (e ho sentito la canzone) subito dopo aver saputo della morte di David Bowie. L’ho visto in uno stato di coscienza alterato, per così dire: avevo passato la notte in bianco, tra scrittura e malesseri indefiniti, inquietudini da fine inverno, nostalgie di persone care e perdute, paure vaghe, malattie forse immaginarie e oggettiva impotenza di fronte a mali oggettivi. Ero la sola persona sveglia in casa, a quell’ora. Verso l’alba, prima di leggere la notizia, avevo per coincidenza ascoltato delle vecchie canzoni di Bowie.
Ho visto il video di Black Star solo una volta, solo quella volta. Facendomi violenza per non distogliere lo sguardo. E poi non sono riuscita a guardarlo più, anche se mi torna in mente spesso, anche se gli giro intorno con una strana fascinazione, ma non ho il coraggio di ripetere l’esperienza. Certo ognuno vede nei prodotti dell’arte anche se stesso. Certo quello stesso video, quella stessa musica probabilmente, prima di sapere che l’autore stava affrontando, mentre li creava, una malattia mortale, mi avrebbero fatto un’impressione diversa. Forse. Ho letto recensioni scritte prima che si diffondesse la notizia della morte di Bowie, e molte accennano appena al fatto che si tratta di un’opera inquietante e oscura, ma poi si perdono in altri particolari, non capiscono.

Sarà per il mio stato di coscienza particolare, sarà per l’impressione lasciata dalla morte di Bowie: a me questo video, e questa canzone, sono sembrati capolavori assoluti. Inguardabili, orrendi capolavori. Il tema non è l’ISIS, non è la fantascienza, non è l’occultismo. Il tema è la Morte, la Signora, la Stella Nera che ci ossessiona (perciò la dimentichiamo). Non è la morte idealizzata dei credenti, non è quella addomesticata dei materialisti. E’ un mostro oscuro, sconosciuto, invincibile, che sta dietro ogni nostro respiro, ogni nostra stagione, e nessuno può scacciarlo, o spiegarlo. In questo video, e in questa musica, ho visto coraggiosamente rappresentata la paura della morte, la disperazione della fine che nessuno vuole, nessuno davvero può tollerare. E’ un capolavoro inguardabile, inaccettabile, indimenticabile purtroppo, che ci mette davanti (nostro malgrado) alla realtà della nostra (di Bowie e di ciascuno) maledizione: nessuno, nessuno muore in pace.

giovedì 21 gennaio 2016

Recensioni in 10 righe: La ragazza del treno di Paula Hawkins




Un thriller che ha avuto un grande successo. Successo di cui, come spesso mi accade in questi ultimi tempi, non so spiegarmi le motivazioni. Sì, c'è un inizio abbastanza suggestivo: chi non ha mai guardato dal treno nelle case degli sconosciuti, cercando di cogliere, in poche immagini incerte e fuggevoli, gli indizi di una vita, di una storia, di un segreto? Per qualche capitolo dunque ci facciamo portare nella storia, ma dopo un po' tutto comincia a diventare troppo labile: i personaggi e le loro azioni diventano poco credibili, e si rompe la magia, l'interesse cala. Questo nel mio caso, ma pare che molti altri lettori invece abbiano apprezzato. Cosa non so, forse l'estrema semplicità/semplificazione dei caratteri e delle situazioni, nonché della lingua. Insomma, un telefilm carino, ma nulla di più.

Voto: da ** e 1/2 a *** 

lunedì 18 gennaio 2016

10 regole per sopravvivere in società




Ecco un decalogo sulle attuali regole dell’interazione sociale. Le ho ricavate da qualche anno di osservazione sul campo, tra bambini, giovani, adulti e anziani. Non è un fatto generazionale, mi pare, ma proprio di barbarie diffusa. Può darsi che io stia invecchiando e che le cose non vadano poi malaccio. Se sbaglio, fatemi sapere. Anche perché devo insegnare a vivere a due figlie piccole, e non sono capace di insegnargli questo:

1      Presupponi che tutti gli altri siano più scemi di te, fino a prova contraria.
2      L’unica prova contraria valida è che loro riescano a fottere te prima che tu fotta loro.
3      Lecca il culo a chi ti ha fottuto, finché  non riesci a fottere tu lui.
4      Perché ottenere qualcosa con la fatica e l’impegno, quando si può ottenere con l’imbroglio?
5      Se ti beccano a imbrogliare, nega anche l’evidenza, anzi attacca.
6      La dignità è l’inutile fardello dei perdenti.
7      La gentilezza e la lealtà sono da deboli; se uno è gentile e leale è indifeso, si fida di te: fottilo
        subito.
8     La debolezza e la sfiga si attaccano: stai lontano dai deboli e dai perdenti e, se sei costretto ad              averci a che fare, fai capire al mondo che tu non sei come loro. Violenza, bullismo, mobbing                servono benissimo alla bisogna.
9     Socializza coi tuoi pari solo quando ti fa comodo; appena diventano una zavorra, taglia la corda.
10   Vola basso: quello che non capisci o quello a cui non puoi arrivare è merda (e fallo sapere in                giro).