venerdì 21 novembre 2014

Una dichiarazione di guerra



Il quaderno e la foto sono della mia amica Laura Andreozzi, che ringrazio

Ultimamente il mondo editoriale e letterario naviga nella disillusione e nella disperazione. Leggere certi post sui blog, sui social, fa venire davvero le lacrime agli occhi. Case editrici serie e dignitose chiudono. Altre cercano di riciclarsi, di sopravvivere con mezzi e mezzucci che fino all’altro ieri avevano, eticamente, disdegnato. Autori non del tutto sconosciuti si fanno una pubblicità ostinata e spudorata per vendere qualche copia. Si attaccano come mitili a gruppi, autori più famosi, amici di amici perché, alla fin fine, solo questo è il modo di arrivare da qualche parte. Dove esattamente non lo sanno, e non se lo chiedono. Autori sconosciuti non sanno più che pesci pigliare: la scelta è tra un’autopubblicazione alla spera-in-dio e il lasciarsi spennare da editori di bocca buona che, EAP o NO EAP, se possono ti fregano. Per tutti il tuo testo è massa, materia oscura (forse neppure l’hanno letto), direi carta straccia, ma non posso, perché adesso per l’esordiente c’è l’edizione digitale e quasi nessun rischio economico, dunque su, tutti a bordo e vediamo di raccattare qualche spicciolo. Vero che, se non ci mettono più i soldi, ci mettono comunque la faccia; ma di questi tempi pare che la dignità e la vergogna siano parole vuote, l’importante è non annegare, resistere ancora un po’. La competizione (inutile ovviamente) è ai massimi livelli, l’individualismo e la solitudine pure.
Nessuno sa bene dove andare. Il vendere copie, di qualsiasi cosa, di qualsivoglia genere, forma e contenuto è l’unico obiettivo. La letteratura c’entra solo per incidente, con tutta questa storia. Potremmo produrre meloni o materassi, farebbe lo stesso. E chi mai ti leggerà, se anche chi dovrebbe sceglierti, promuoverti, condividere con te un messaggio, un interesse, una domanda ti tratta come se fossi merce di scarsissimo valore? 
Per mia sfortuna mi ritrovo a scrivere proprio in questo momento, ma non mi fermerò per questo. Non mi fermerò perché spero che le cose cambino, perché credo comunque di avere qualcosa da dire (in questo mondo, per quanto schifo faccia) e perché scrivere (e leggere) mi piace, mi serve, mi riempie di rabbia e di gioia.

Ecco, l’ho detto. E’ una dichiarazione di guerra, e d’amore.

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