sabato 11 ottobre 2014

Ho visto cose… (guida essenziale per timidi, sedicenti scrittori): premi letterari, parte seconda


(Segue da qui)

Allora, dicevamo. Il nostro aspirante, dopo una miriade di bonifici e spedizioni, avendo ormai acquisito riguardo la partecipazione ai concorsi letterari l’attitudine compulsiva di un alcolizzato giocatore di videopoker, finalmente riceve una missiva. Indirizzata al Gent. Poeta Nemo Nullis. Cioè lui, in persona.
Tremante come un Bronzo di Riace appena traslocato in Padania, apre la busta e apprende di essere stato insignito del primo premio per la sua silloge inedita “Tutti a casa di Mario giovedì sera” dagli insigni giurati del Premio Pratonzola sull’Altopiano 2014. Orpo. Una premiazione, finalmente. Dopo aver ragionato a lungo (soprattutto le sedicenti aspiranti femmine, ma non solo loro) su come abbigliarsi per l’occasione,  l’aspirante sedicente decide di solito per una mise da sera, sobria ma elegante, e compra persino un paio di scarpe nuove. Tanto è previsto un premio in denaro, che diamine, rientrerà di sicuro nelle spese. E comunque se c’è la tv meglio figurare bene, costi quel che costi. A discolpa del povero aspirante, bisogna dire che le uniche premiazioni cui ha assistito fino a quel momento sono quelle del Premio Strega&Campiello, e si immagina che lo aspetti (in piccolo, sia pure) qualcosa del genere. Si presenta pertanto in lungo e con tacco 12 (o in completo blu da matrimonio se uomo) alla premiazione, che si tiene inevitabilmente nel mercato coperto di Pratonzola (frazione Uccelli di Rovo), alle tre di un nevoso pomeriggio invernale. I giurati sono il parroco Don Francesco, duro d’orecchi ma sensibile agli endecasillabi, la parrucchiera Mariella, sponsor della manifestazione, la prof. di lettere in pensione della scuola media locale e l’unico poeta nativo di Pratonzola che la storia segnali, Ferruccio Malaspurgo, autore nel 1975 di una indimenticata silloge di cui più nessuno ricorda il titolo. Probabilmente neppure Malaspurgo stesso, che siederà in disparte, silenzioso e assorto, per tutta la premiazione; di lui si vocifera sia già morto, e che il Comune lo conservi impagliato per esporlo nelle pubbliche manifestazioni di un certo spessore culturale.
Va beh, pensa imbarazzato il sedicente, comunque mi hanno scelto tra moltissimi concorrenti, la mia poesia è piaciuta, anche a questa giuria di disgraziati, quindi vuol dire che comunica, che emoziona, che arriva. E sorride sotto i baffi, mentre si prepara a ritirare il premio. Che si scopre non essere più in denaro: l’amministrazione comunale piange miseria, c’è la crisi no? Che ti aspettavi, morto di fame di un aspirante sedicente. Comunque per i finalisti c’è un cesto di prodotti locali (Misteriosissimi. Chi di voi ha mai sentito parlare di alcunché raccolto, sfornato, messo in forma  o in damigiana a Pratonzola, frazione Uccelli di Rovo?). Va beh, pensa sempre più perplesso l’aspirante, meglio che niente. E comunque la mia poesia è piaciuta, anche a questo paese di stemegni  dai braccini corti.
Dopo sei ore di discorsi, premesse, approfondimenti storici e ringraziamenti (parlano a turno tutti i giurati, gli sponsor e gli assessori comunali; solo il poeta Malaspurgo tace ostinatamente, immobile e forse pensoso), cominciano a sfilare i premiati. Il sedicente suda freddo quando vede i suoi compagni aspiranti finalisti tutti parecchio trascurati nell’aspetto, ‘nu gins e ‘na maglietta anche sporchina, capelli perlopiù bianchi e maltagliati, scarpe sformate di infima qualità. Età media dei finalisti: 85 anni. E qui il sedicente ha, per la prima volta, come un lampo di consapevolezza che squarcia il velo della sua sciagurata ambizione, sia pure per un solo istante, e gli consente di vedere la nuda verità: si immagina tra qualche anno, poeta ancora sconosciuto ma non domo, arrancare con la faticosa malagrazia della vecchiaia verso un cesto di prodotti tipici, a Pratonzola sull’Altopiano. E prova una grandissima tristezza, grandissima. Proprio dentro l’anima più interiore, ovunque essa sia. E sorride, il sedicente, con profonda compassione, all’anziana poetessa, seconda classificata, che ritorna verso la sua sedia zoppicando e trascinando il suo pesantissimo cestino-premio.
Infine chiamano lui, l’aspirante. O lei, la sedicente. Che, agitatissima e malferma sui tacchi, cade e si spatascia sul pavimento fangoso del  mercato, suscitando la feroce ilarità dei rari convenuti e dei colleghi ottantacinquenni, manco per niente compassionevoli. Li possino. Comunque, alla fine l’aspirante o la sedicente arrivano a stringere la mano ai giurati sorridenti  (tranne Malaspurgo, ovvio). La prof legge (sbagliando quattro versi su dieci) la poesia più insignificante della silloge premiata, la parrucchiera consegna il premio riservato al vincitore. No, non il cestino di prodotti tipici. Peccato, che ormai mi era venuta curiosità di sapere cosa c’era dentro. Ma al vincitore tocca un’altra cosa. Mo’ ve lo dico. Un quadro. Un quadro 3x2 m. Un quadro 3x2 con cornice dorata. Pesantissimo. Orrendo. L’aspirante ringrazia, terrorizzata all’idea di doversi portare a spasso quel coso sui tacchi a spillo che affondano, per loro natura, nella neve e nel fango. Ma, ma, ma. Non è questa la cosa peggiore. La sedicente o l’aspirante dovranno prima ascoltare, trasecolando, le motivazioni del premio, lette dal parroco, che sono le seguenti: “Quest’anno  al Premio hanno partecipato in pochi, e il materiale giunto era veramente di scarsa qualità. Abbiamo fatto molta fatica a decretare il vincitore. La qualità era veramente pessima. Alla fine abbiamo scelto il meno peggio, cioè la silloge “Tutti a casa di Mario giovedì sera”. Non è niente di che, ma insomma, quel che passava il convento. Complimenti vivissimi al vincitore.” Nel mercato coperto cala un silenzio imbarazzato. Nemmeno un applauso. Solo il disperato ticchettio dei tacchi a spillo della sedicente, che si allontana cercando prima di trattenere, poi almeno di nascondere la vergogna e le lacrime dietro l’orrendo, orrendissimo dipinto-premio.

Nota bene: Pratonzola sull’Altopiano e il poeta Ferruccio Malaspurgo sono frutto della mia sfrenata immaginazione. Tutto il resto no.

[segue]

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