lunedì 20 ottobre 2014

Recensioni in 10 righe: Liz Moore, Il peso




Davvero un bel romanzo, straziante eppure vitale, tristissimo e non disperato. Mi ha emozionato, a volte mi ha fatto piangere, e non è che io sia usa. I protagonisti (Arthur che si racconta da solo e Charleene raccontata dal figlio), sono due persone sole, incapaci di uscire dal proprio guscio malgrado sia quella la cosa che più desiderano al mondo, malate della propria tristezza e della propria solitudine, convinte che ne moriranno, prima o poi. Eppure c'è un filo sottile che li tiene legati alla vita, un amore ormai antico e irrealizzato che tuttavia li unisce e che, al di là di ogni speranza, imprevedibilmente li costringerà a uscire dalla propria trincea. Kel, il figlio di Charleene, e Yolanda, la giovanissima donna di servizio che Arthur accoglie di malavoglia in casa, dopo anni di eremitaggio, sono altri personaggi bellissimi: il loro sguardo duro e nello stesso tempo indifeso di ragazzini fa da contrappunto alla disfatta di Charleene e alla faticosa risalita di Arthur, che gli consentirà di sopravvivere e, anche se dolorosamente, ricominciare.

Voto: **** e mezzo.

lunedì 13 ottobre 2014

Hanami a Milano

Giovedì 16 ottobre presentazione della collana Hanami: haiku per le quattro stagioni.
Sarò presente anch'io tra gli autori del volume dedicato all' inverno.


sabato 11 ottobre 2014

Ho visto cose… (guida essenziale per timidi, sedicenti scrittori): premi letterari, parte seconda


(Segue da qui)

Allora, dicevamo. Il nostro aspirante, dopo una miriade di bonifici e spedizioni, avendo ormai acquisito riguardo la partecipazione ai concorsi letterari l’attitudine compulsiva di un alcolizzato giocatore di videopoker, finalmente riceve una missiva. Indirizzata al Gent. Poeta Nemo Nullis. Cioè lui, in persona.
Tremante come un Bronzo di Riace appena traslocato in Padania, apre la busta e apprende di essere stato insignito del primo premio per la sua silloge inedita “Tutti a casa di Mario giovedì sera” dagli insigni giurati del Premio Pratonzola sull’Altopiano 2014. Orpo. Una premiazione, finalmente. Dopo aver ragionato a lungo (soprattutto le sedicenti aspiranti femmine, ma non solo loro) su come abbigliarsi per l’occasione,  l’aspirante sedicente decide di solito per una mise da sera, sobria ma elegante, e compra persino un paio di scarpe nuove. Tanto è previsto un premio in denaro, che diamine, rientrerà di sicuro nelle spese. E comunque se c’è la tv meglio figurare bene, costi quel che costi. A discolpa del povero aspirante, bisogna dire che le uniche premiazioni cui ha assistito fino a quel momento sono quelle del Premio Strega&Campiello, e si immagina che lo aspetti (in piccolo, sia pure) qualcosa del genere. Si presenta pertanto in lungo e con tacco 12 (o in completo blu da matrimonio se uomo) alla premiazione, che si tiene inevitabilmente nel mercato coperto di Pratonzola (frazione Uccelli di Rovo), alle tre di un nevoso pomeriggio invernale. I giurati sono il parroco Don Francesco, duro d’orecchi ma sensibile agli endecasillabi, la parrucchiera Mariella, sponsor della manifestazione, la prof. di lettere in pensione della scuola media locale e l’unico poeta nativo di Pratonzola che la storia segnali, Ferruccio Malaspurgo, autore nel 1975 di una indimenticata silloge di cui più nessuno ricorda il titolo. Probabilmente neppure Malaspurgo stesso, che siederà in disparte, silenzioso e assorto, per tutta la premiazione; di lui si vocifera sia già morto, e che il Comune lo conservi impagliato per esporlo nelle pubbliche manifestazioni di un certo spessore culturale.
Va beh, pensa imbarazzato il sedicente, comunque mi hanno scelto tra moltissimi concorrenti, la mia poesia è piaciuta, anche a questa giuria di disgraziati, quindi vuol dire che comunica, che emoziona, che arriva. E sorride sotto i baffi, mentre si prepara a ritirare il premio. Che si scopre non essere più in denaro: l’amministrazione comunale piange miseria, c’è la crisi no? Che ti aspettavi, morto di fame di un aspirante sedicente. Comunque per i finalisti c’è un cesto di prodotti locali (Misteriosissimi. Chi di voi ha mai sentito parlare di alcunché raccolto, sfornato, messo in forma  o in damigiana a Pratonzola, frazione Uccelli di Rovo?). Va beh, pensa sempre più perplesso l’aspirante, meglio che niente. E comunque la mia poesia è piaciuta, anche a questo paese di stemegni  dai braccini corti.
Dopo sei ore di discorsi, premesse, approfondimenti storici e ringraziamenti (parlano a turno tutti i giurati, gli sponsor e gli assessori comunali; solo il poeta Malaspurgo tace ostinatamente, immobile e forse pensoso), cominciano a sfilare i premiati. Il sedicente suda freddo quando vede i suoi compagni aspiranti finalisti tutti parecchio trascurati nell’aspetto, ‘nu gins e ‘na maglietta anche sporchina, capelli perlopiù bianchi e maltagliati, scarpe sformate di infima qualità. Età media dei finalisti: 85 anni. E qui il sedicente ha, per la prima volta, come un lampo di consapevolezza che squarcia il velo della sua sciagurata ambizione, sia pure per un solo istante, e gli consente di vedere la nuda verità: si immagina tra qualche anno, poeta ancora sconosciuto ma non domo, arrancare con la faticosa malagrazia della vecchiaia verso un cesto di prodotti tipici, a Pratonzola sull’Altopiano. E prova una grandissima tristezza, grandissima. Proprio dentro l’anima più interiore, ovunque essa sia. E sorride, il sedicente, con profonda compassione, all’anziana poetessa, seconda classificata, che ritorna verso la sua sedia zoppicando e trascinando il suo pesantissimo cestino-premio.
Infine chiamano lui, l’aspirante. O lei, la sedicente. Che, agitatissima e malferma sui tacchi, cade e si spatascia sul pavimento fangoso del  mercato, suscitando la feroce ilarità dei rari convenuti e dei colleghi ottantacinquenni, manco per niente compassionevoli. Li possino. Comunque, alla fine l’aspirante o la sedicente arrivano a stringere la mano ai giurati sorridenti  (tranne Malaspurgo, ovvio). La prof legge (sbagliando quattro versi su dieci) la poesia più insignificante della silloge premiata, la parrucchiera consegna il premio riservato al vincitore. No, non il cestino di prodotti tipici. Peccato, che ormai mi era venuta curiosità di sapere cosa c’era dentro. Ma al vincitore tocca un’altra cosa. Mo’ ve lo dico. Un quadro. Un quadro 3x2 m. Un quadro 3x2 con cornice dorata. Pesantissimo. Orrendo. L’aspirante ringrazia, terrorizzata all’idea di doversi portare a spasso quel coso sui tacchi a spillo che affondano, per loro natura, nella neve e nel fango. Ma, ma, ma. Non è questa la cosa peggiore. La sedicente o l’aspirante dovranno prima ascoltare, trasecolando, le motivazioni del premio, lette dal parroco, che sono le seguenti: “Quest’anno  al Premio hanno partecipato in pochi, e il materiale giunto era veramente di scarsa qualità. Abbiamo fatto molta fatica a decretare il vincitore. La qualità era veramente pessima. Alla fine abbiamo scelto il meno peggio, cioè la silloge “Tutti a casa di Mario giovedì sera”. Non è niente di che, ma insomma, quel che passava il convento. Complimenti vivissimi al vincitore.” Nel mercato coperto cala un silenzio imbarazzato. Nemmeno un applauso. Solo il disperato ticchettio dei tacchi a spillo della sedicente, che si allontana cercando prima di trattenere, poi almeno di nascondere la vergogna e le lacrime dietro l’orrendo, orrendissimo dipinto-premio.

Nota bene: Pratonzola sull’Altopiano e il poeta Ferruccio Malaspurgo sono frutto della mia sfrenata immaginazione. Tutto il resto no.

[segue]

mercoledì 8 ottobre 2014

Ho visto cose... (guida essenziale per timidi, sedicenti scrittori): premi letterari, parte prima




Buongiorno carissimi. Avevo promesso, pochi giorni fa, di raccontarvi qualche aneddoto tratto dai miei ultimi quattro anni di vita vissuta da sedicente-emergente-aspirante scrittrice.
E allora cominciamo. Cominciamo dall’inizio inizio. Dalla prima debolezza comune a tutti noi sedicenti-emergenti-aspiranti, quando per la prima volta, chissà come e perché, rileggiamo un racconto, una poesia, un romanzo fresco di stampante o già attempato e polveroso di archivio e decidiamo che è dannatamente buono e che qualcuno oltre noi deve leggerlo. Ma non ci bastano più la prof di Italiano, la mamma, il fidanzato, l’amica del cuore. No, la roba che teniamo tra le mani scotta, le pagine sono di quelle che, se solo il mondo sapesse, saremmo già… Cosa? Beh, qui le aspirazioni si differenziano in base alla natura dell’aspirante-sedicente: c’è chi si vede poeta laureato, citato in tutte le antologie scolastiche, chi sogna di fare una vita da nababbo  coi proventi di innumerevoli best-sellers, chi vorrebbe vincere i più famosi premi letterari  solo per poterli rompere in testa al presentatore o al sindaco che li porge sorridente e poi tornarsene a vivere di sbronze, letteratura d’avanguardia (o post-avanguardia, o post-post avanguardia) e rapporti occasionali con persone di ogni genere e provenienza, purché sexy e perdutamente affascinate dagli scrittori maledetti. Ma comunque, a qualsiasi cosa realmente aspirino gli aspiranti, la prima idea che viene loro in mente in questa fase di solitaria autoesaltazione è: qua ci vuole un concorso letterario. Ma certo. Mando il racconto, la poesia, il romanzo, mi leggono persone qualificate, si innamorano della mia prosa (o dei miei versi), mi presentano all’editore X (ovviamente uno dei due o tre grandi editori che tutti conoscono, persino i sedicenti-aspiranti che poco frequentano le librerie), il quale immediatamente mi fa un contratto miliardario e mi manda in TV, così divento ricco e famoso. L’aspirante poeta maledetto e il romanziere tardo-sperimentale ovviamente sono un po’ indecisi, non vorrebbero rimetterci la faccia vendendosi allo star system così precocemente; però poi concludono che, diamine, si può sempre andare in televisione e sputare in faccia al bravo presentatore di turno, e vuoi mettere la soddisfazione. Dunque, per tutti gli aspiranti sedicenti di qualsiasi cultura educazione e risma, concorso letterario sia. Già. Ma quale concorso? Si digita su Google e la prima sorpresa è vedere quanti concorsi e premi letterari si celebrano in Italia, in qualsiasi stagione. Che, se vogliamo, già tutta questa abbondanza dovrebbe mettere sul chi va là l’aspirante sedicente. Ma di solito non va così, anzi l’aspirante gongola di poter spaziare così tanto, e spedisce garrulo la sua opera immortale a quanti più concorsi può, dall’Alpi alle Piramidi, spendendo quasi senza accorgersene un piccolo patrimonio in tasse di iscrizione e raccomandate con ricevute di ritorno. E che Dio gli risparmi almeno la spesa del biglietto aereo, del ristorante e della camera d’albergo che dovrebbe sostenere se, ahilui, vincesse la fantastica targa in silver plate da ritirare personalmente a Pietruzza Sott’O Vulcanu, ridente cittadina all’estremità dello stivale opposta a quella dove risiede lo sprovveduto aspirante sedicente. Ma purtroppo e spesso, chissà perché, sono solo i giurati di Pietruzza Sott’O Vulcanu a comprendere l’arte dell’aspirante e a volerne premiare l’eccellenza; le giurie di Casette Sotto Casa e Vicinanze Di Fianco, sebbene molto più compatibili per cultura, dialetto e chilometraggio, di solito snobbano qualsivoglia proposta letteraria del volenteroso sedicente. Del resto, come si dice? Nemo propheta in patria.

[segue]

mercoledì 1 ottobre 2014

Recensioni in 10 righe: Angelo Dolce, Le competenze trasversali dell'amore

su Ottolibri
Una brava donna-moglie-madre-prof. a 52 anni decide che, prima di invecchiare irreparabilmente, vuole smettere di essere brava e si mette d'impegno a sedurre il collega giovane e belloccio.

Punto primo, a favore: la rappresentazione dell'ansia perimenopausale e' credibilissima. Tutte le donne (anche le prof di matematica) attorno ai 50 hanno una crisi d'identità. Il corpo sta diventando altro da sé e questa trasformazione incontrollabile, come una novella pubertà, comporta dubbi e insicurezze sul presente e sul futuro. Se qui a scriverne è davvero un uomo, tanto di cappello per le competenze psicologiche.
Punto secondo, ancora a favore. L' idea di scrivere in verbalese/scolastichese rende le paturnie presenili e i tardivi deliri amorosi della prof molto più sopportabili grazie all' ironia.
Terzo punto, a sfavore: la rappresentazione della scuola è riuscita a metà. Alcune circostanze sono realistiche (ad esempio la cronica mancanza di soldi, le inutili manifestazioni buoniste, la superficialità di certi rapporti) e quindi se ne può ridere o sorridere, magari amaramente. Altre sono del tutto immaginarie e troppo sopra le righe per essere davvero divertenti: i prof. che si esprimono in versi, la coordinatrice di istituto (che è?), le prof. che si possono permettere di bistrattare gli alunni a piacimento e gli alunni che, dal canto loro, subiscono vessazioni di ogni genere senza ricorrere quanto meno a Forum o alle Iene. Ah, anche le bidelle che ti sorvegliano la classe in caso di necessità stanno diventando ormai un anacronismo, per risparmiare se ne assumono ormai pochissime. Se ne intravede qualcuna sempre e solo in lontananza, in fondo al corridoio, e non si sa mai con certezza se si tratta davvero della signora Pina o solo di un miraggio da calo di zuccheri. 
Punto quattro, così così: lo stile, altalenante. Qualche espressione da segnarsi sul taccuino delle citazioni epperò anche qualche episodica caduta, tipo la prof. che ogni tanto parla peggio delle sue alunne e non si capisce bene perchè. 
Nel complesso una lettura più che piacevole.

Voto ***