lunedì 8 settembre 2014

Ahi Settembre!




La doccia più triste di tutte è quella che fai la sera prima di tornare a scuola, a settembre.*
Malgrado la spugna morbida e il sapone speciale, i brandelli di pelle vengono via inesorabili, l’abbronzatura si dissolve come i tuoi ricordi estivi più epici e tu devi fare i conti con la caducità umana: una settimana fa eri la ragazza più belloccia della spiaggia, a Franacavilla Ammare, e domani non sarai che la solita insulsa alunna di IV B, seduta al secondo banco e uguale a tutte le altre. I professori nuovi ci metteranno tre mesi a imparare il tuo cognome, e i più fighi della scuola non lo impareranno mai, il tuo nome di battesimo.
Niente da fare, ci vorrebbe la colla per tenerla insieme, questa pellaccia. Altro che sapone speciale per prolungare l’abbronzatura. Eppure ci ho messo quindici giorni per farmela, la tinta, che a me nemmeno mi piace, il sole. Io di mia natura sarei bianco-mozzarella, e per prendere un po’ di colore senza diventare rosa shocking devo studiare peggio che per una laurea in dermatologia e spendere sei mesi di paghette in creme miracolose. Però quest’anno l’impegno ha fruttato bene: a Ferragosto stavo seduta in riva al mare e sotto le stelle con Ricky il Paguro, avvinghiata a lui, dopo quindici giorni di caute manovre di avvicinamento, come un’attinia. Bocca a bocca, in beata simbiosi. “C’hai la pelle di pesca”, diceva accarezzandomi la schiena al culmine dell’esplosione melaninica, e mi mordeva sulle spalle, con lo stesso gusto che se fossi stata una pesca per davvero. Altro che saga di Twilight. Che brividi.
Forse, se mi sciacquo solo il minimo indispensabile è meglio. Mi asciugo così, senza sfregare. Almeno che la Titti, quella stronza, domani a scuola mi tiri su un sorrisetto stentato e sia costretta a sibilare: “Ah, Santaprè, sei stata al mare anche tu?”. Provo a metterci un bel po’ della crema idratante di mia madre, quella di marca e unta che sembra burro. Se la vecchia se ne accorge mi cava un occhio, con quello che costa, ma va beh.

Comunque a me Ricky mi piaceva proprio. Partita ero, completamente. Per una settimana non l’ho mollato un momento, e abbracciata a lui ci stavo da Dio. Cavolo di crema, che fatica spanderla. E la pelle, altro che idratarsi, viene via ancora di più, solo molliccia e schifida. Ma mi sa che mica sto piangendo per l’abbronzatura. È che mi manca Ricky. E prima di partire, l’ultima sera, ero sicura che mi avrebbe detto qualcosa. Che ne so. Per dopo, per l’inverno, che non mi avrebbe mai scordata, che mi veniva a trovare a Milano. Che ne so, qualcosa. Invece non mi ha detto niente, ciao e basta. Maledetta crema. E comunque il cellulare ce l’ha e non chiama. È una settimana che sono partita e non mi ha mandato nemmeno un sms stitico. Ma io, maledetta ‘sta cacchio di abbronzatura, non lo chiamo di sicuro. Che si fotta. Quasi quasi la gratto via. Che si fotta. Un bel peeling e tornano come nuove, gambe e braccia. Belle bianche e lustre come mozzarelle appena uscite dal caseificio. Che poi magari domani mi metto la mini e mi siedo vicino a Federico. Cavolo, è il primo giorno di scuola, ognuno si siede dove gli pare, è la mia occasione. Basta piangere, un bel peeling. E che si fotta, Ricky il Paguro.


* Il racconto, scritto in occasione di un concorso, doveva partire da questo incipit, tratto da J.Spinelli, Guerre in famiglia.

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