mercoledì 21 maggio 2014

Però




Va beh. Non lo so come raccontarla ‘sta cosa. È che ci sto a diventare pazza, ci sto. Davvero. Sai quando non… Va beh, comincio dall’inizio.
È sera, io e mio marito ci siamo appena alzati da tavola e le creature le ho messe a letto presto, perché non ce la facciamo più e vogliamo starcene un po’ in pace, a guardare la tv e pisolare sul divano. All’improvviso però suona il telefono. Rispondo io: è mia suocera. “Vengo su, vi devo parlare” Signore, a quest’ora? “Ma che è? È una cosa grave?” chiedo io. “Vengo su, che ve lo dico” fa lei, e riattacca. Dopo due minuti è su da noi, seduta in cucina, con la faccia truce: “È una cosa brutta” dice. E parte con una storia di quelle da real crime su… mia madre. Che è pazza, dice. E picchia i miei figli quando glieli lascio. “Ma che stai a dì?” domando io con gli occhi di fuori. Lei continua: che lo sa, che glielo ha detto Chicco. “Che t’ha detto?” fa mio marito, rosso di sconcerto. “Gli ho domandato, e m’ha detto che sì, che li picchia sempre” “Ma che stai a dì?” ripeto io come un disco rotto. “Mo’ ve l’ho detto, so’ fatti vostri di genitori” dice mia suocera, e se ne esce impettita dalla porta. Io e mio marito ci guardiamo. “Non ci può sta’” dice lui. “Assolutamente.” dico io “Tua mamma è fuori, proprio.”
Senza parlare più ce ne andiamo a letto. E a me mi vengono in mente tutti i lividi, tutti i musi, tutti i capricci, tutte le cose storte che si sa, ci stanno, perché so’ bambini e si fanno male, o stanno nervosi. Però. Però. Mio marito dall’altra parte del letto si gira, e si rigira, e si rigira ancora.
La mattina dopo dobbiamo andare a lavorare, e Chicco ci ha la febbre. Viene mia madre a tenerlo, fino a che non torno. La guardo, la scruto. Chicco le salta addosso e ride e la sbaciucchia, felice, come sempre. “Non ci può stare” penso io “Mia suocera sta fuori del tutto”. Ed esco abbastanza tranquilla. Però. Però.
Però. Alla fine abbiamo deciso che era meglio se con mia madre non ce li lasciavamo più, i bambini. Ma nemmeno con mia suocera, sia chiaro, perché pure lei è probabile che sta fuori con la zucca. Cioè, o l’una o l’altra. Se sta fuori mia madre, mia suocera ci ha ragione. Ma se no è il contrario. Ma noi non ci stiamo più a capire niente, di chi è matto e chi no. Capito? Però non ci dormiamo più la notte, e litighiamo sempre, con mio marito, perché insomma, chi è la matta? Mamma mia o mamma tua? Pure ieri sera, a schiaffoni m’ha preso, e poi se n’è uscito urlando e stanotte non è tornato.
E comunque i bambini stanno sempre con me, sempre. Che lo vedi, non ti puoi fidare mica di nessuno. Non esco più di casa da sola, non vado più al lavoro. E gliel’ho detto, alle creature: dovete stare attenti, non parlate con nessuno. E ogni giorno, quando tornano da scuola, li spoglio nudi e guardo: lividi, graffi. “Questo chi te l’ha fatto?” Loro mi guardano straniti: “Mamma, ma io non mi ricordo” E io sclero, allora, piango e strillo. Le creature stanno agitate, sempre di più. La notte urlano, ci hanno gli incubi. Può darsi che è il trauma delle nonne. Però. Però.
Dottore, e adesso? Aveva detto che mi aiutava. Perché io non lo so, chi è matto. Mia mamma, mia suocera, mio marito, i miei bambini? A chi le prescrive, quelle pillole? No, io sto bene, dottore. Però. Però.

***
"Però" ha vinto l'edizione di maggio 2014 di Minuti Contati, su Nero Cafè

giovedì 1 maggio 2014

Recensioni in 10 righe (circa): "Cose che nessuno sa" di Alessandro D'Avenia






Si può recensire un romanzo di cui si sono lette 33 pagine? Non so, però io più di questo non sono riuscita a fare. E già così mi sono trattenuta dal buttare l’e-reader dalla finestra più di una volta: per esempio quando, a pag.1, l’adolescente Margherita sboccia alla vita lambita dal vento di bolina sulla barca a vela del papà; o quando, a pag.3, il papà, belloccio pare, ma pesante come un macigno, le fa il predicozzo più inconsistente che io abbia mai sentito in un romanzo o in un telefilm (nella vita vera le prediche non si fanno più, avvertite D’Avenia). Poi ‘sto bel tomo di padre si perde, muore, se ne va, boh: lo si capisce, che ha fatto le valigie, dal fatto che la figlia, rifugiatasi nell’armadio come usa fare tutte le domeniche mattina (sic), lo trova mezzo vuoto. La mamma abbandonata invece non fa una piega (magari più tardi tenterà il suicidio, ma io sto solo a pag. 33). Poi c’è un giovane-ma-anziano-dentro professore, che sua mamma saggiamente lo aveva avvertito: “Non fare il prof., lo stipendio è da fame”, ma lui, de coccio, vuole lo stesso portare la luce della letteratura e della poesia a tutti ‘sti ragazzetti ignoranti e rimbambiti dei giorni nostri; tanto poi fa le ripetizioni di greco e latino in nero a 80 euri a botta, e compensa. Va beh, malgrado questo sono andata avanti: con la segreta speranza che il primo giorno di scuola ‘sto tipaccio tronfio e ripieno di sé come un tacchino il giorno del ringraziamento gli alunni lo avrebbero distrutto e giustamente spernacchiato. Ma va’! Restano affascinati, invece, gli adolescenti, da cose che nessuno sa. Al prof. si capisce che i veri ragazzi fanno veramente schifo, perché puzzano e dicono “figo” e “figa” ogni tre per due; ma comunque riesce inspiegabilmente ad arrivare alla fine dell’ora senza che gli buttino in testa il cestino della carta. Io no: a pag. 33 ho alzato la mano, ho chiesto se potevo uscire un attimo e non sono rientrata più.

ALESSANDRO D'AVENIA, Cose che nessuno sa, Mondadori,
2011, 332 p., rilegato, euro 19.
Disponibile anche qui: 
http://www.ibs.it/code/9788804609162/d-avenia-alessandro/cose-che-nessuno-sa.html

p.s. L'ovvia acredine che percepite in questa breve e approssimativa recensione è dovuta al fatto che a lui, D'Avenia, lo pubblica Mondadori, e a me no. Anche queste sono cose che nessuno si spiega.