lunedì 17 marzo 2014

"Mia madre" di Diego di Dio

Felice sera, miei cari. 
Cominciamo la settimana con un bel racconto di Diego di Dio, tratto dalla sua ultima pubblicazione, la raccolta
"E' tempo sprecato uccidere i morti", Dunwich Edizioni.
 
La trovate, in cartaceo e in ebook, su tutti gli store e anche qui, sul sito della casa editrice.
Buona lettura!


Mia madre

È sempre lì, la mattina, rannicchiata in posizione fetale, cullata dalla clemenza dei raggi solari che scendono dalla finestra. È bellissima, glielo ripeto da una vita. Le dico che il mondo sta invecchiando, che io sto invecchiando, ma lei no, rimane sempre meravigliosa. Invulnerabile al tempo.
Le pongo la prima domanda, quella inutile, che non è una domanda, ma un saluto.
«Come stai, mamma?»
«Bene» mi risponde. La prima risposta, quella inutile, che non è una risposta, ma un saluto.
Non viene mai verso di me. Mi parla sempre accucciata lì, nell’angolo buio della stanza, come se le pareti fossero braccia che la sostengono, consentendole di guardarmi quasi di soppiatto, il viso tagliato da ombre verticali.
Mi parla, mia madre. È sempre dolce quando si rivolge a me, parla piano perché sa che odio i rumori. Mi fa compagnia sempre, nel silenzio e nella solitudine della mia camera, per stare alla mia altezza, per non farmi sentire piccolo e indifeso e insicuro.
Le chiedo come sta mia sorella. Mi risponde che sta per arrivare.
«Le sono mancato?» chiedo.
«Come sempre».
È da tanto tempo che non la vedo. Mi manca, ho solo una foto di lei, qui accanto a me, ma una foto non è abbastanza, non basta mai perché non ha calore, è fredda come un feretro.
L’alba diffonde nella stanza un tepore dolce ma sfiancante: quando arriva l’estate, mi sento sempre più stanco. Lo dico a mia madre, che mi risponde di non preoccuparmi: è normale. Su molte persone il calore ha lo stesso effetto. Se non voglio non devo necessariamente fare attività sportiva. Posso restare a riposare, mi dice. 
«Mi annoio» ribatto.
«Ci sono io con te» mi risponde.
«Quando viene mia sorella?»
«Me lo hai già chiesto dieci secondi fa. Abbi un po’ di pazienza».
Chissà che ore sono. Alzo il polso per vedere l’ora, ma non ho più l’orologio. Le chiedo che ore sono. È l’ora di calmarmi, di non essere impaziente, e di non farmi prendere dal panico: mia sorella sta per arrivare, dice.
Passano cinque minuti.
Inizio a sentirmi vuoto, senza più aria nei polmoni, senza peso, materia, corpo. Ma ecco che mia sorella arriva, ne sento i passettini fuori la porta, il vuoto se ne va, e riacquisto lentamente peso, materia e corpo.
Entra, sorride, è stupenda. Non è cambiata di una virgola, è sempre la mia sorellina, identica alla mamma. Si siede accanto a lei nella luce soffusa, si afferra le ginocchia, nella medesima posizione fetale.
Vicine sembrano due fotocopie. Insieme vincono contro tempo e spazio.
Pongo a mia sorella la prima domanda, quella inutile, che non è una domanda, ma un saluto. «Come stai?»
«Bene» mi risponde. La prima risposta, quella inutile, che non è una risposta, ma un saluto.
«Mi hai fatto preoccupare».
«Perché?»
«Perché pensavo che non venissi».
«Tuo fratello era in ansia per te» spiega mia madre.
«Mio fratello mi vuole bene» sussurra lei, sorridendomi con gli occhi, al punto che sembrano illuminare tutta la stanza, me e il mio panico, e distruggere le ombre verticali.
Le chiedo che ha fatto oggi.
Mi racconta della scuola, della sua compagna di banco, della maestra che adora.
«Tu ci sei andato a scuola oggi?» chiede.
«Io non ci vado più a scuola».
«Tuo fratello è grande» spiega mia madre.
Poi ognuno sta zitto.
Adesso non parlo più, a nessuna delle due, perché le parole, quelle inutili, sono finite, e rimane solo il silenzio, mia ultima guida e soffice trincea. Mia madre e mia sorella, due statue che sorridono, mi guardano dall’ombra. Le fisso, incantato e felice.
Non so se possa esistere amore più grande.
Ci penso e mi rispondo che lo so. Non può esistere: il mondo non potrebbe contenerlo.
La porta della stanza si apre, un rumore che odio, e le ombre che coprono mia madre e mia sorella scompaiono. Tutto sembra sparire, con l’ingresso della luce.
È vestito di bianco e mi chiede come sto. Chiedo chi è, e mi risponde che glielo domando tutte le mattine, e che mi dà sempre la stessa risposta.
Urlo, mi dimeno, chiedo dove sono finite mia madre e mia sorella.
Mi risponde che sono morte dieci anni fa.
Appena la porta della cella si chiude, capisco quello che capisco ogni mattina. Guardo le ombre verticali delle sbarre sul pavimento e, mentre un occhio mi scruta dallo spioncino della cella, mi ricordo di essere pazzo.

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