lunedì 3 marzo 2014

"Liberi!" di JF Mastinu


E' di nuovo lunedì, comincia una nuova settimana. Sul blog è nostro graditissimo ospite Jarl Francesco Mastinu, che ci regala il suo racconto "Liberi!". Buona lettura!



Liberi!

È quasi ora.
Arrivano le prime persone: ne sento le risa, nonostante il caldo, nonostante il profumo del mare che fa venir voglia di lasciare tutto quanto e tuffarsi, poco lontano da qui.
Il cielo è terso, questo pomeriggio.
Sistemo le ultime cose sul camion, gli altri sono scesi, in attesa di partire. L’estate è già esplosa, forse per questo c’è ancora poca gente. Ma arriveranno.
Saremo in tanti, ne sono sicuro.
Presto non ci sarà più l’imbarazzo che ora scorgo negli occhi dei curiosi, ai lati della strada.
Dietro di noi c’è l’altro carro, stanno finendo di sistemare gli ultimi striscioni. Guardo con distrazione il grappolo di palloncini colorati che ho appeso sul lato destro.
Sarà una festa di colori. Con le bandiere smosse dal lieve vento che ci conforta, con la nostra musica, la nostra allegria.
Eccolo lì, il rosso del suo vestito smanicato è inconfondibile. Oggi Tadzio si è vestito da Susan, il personaggio che più di tutti gli riesce, durante le serate al pub. I riflessi biondi della parrucca colpiscono in pieno il viso.
Mi viene da sorridere.
Nessuno crederebbe che quella drag queen, di mattina, sia l’impiegato bancario che concede mutui alle giovani coppie.
Eppure lui è così, e nonostante il sole sia ancora alto nel cielo, ha fatto la sua scelta.
Quella di voler essere se stesso.
Lo saluto, lui mi risponde con un cenno, per poi fermarsi a parlare con qualcuno.
Devo finire di sistemare le casse, tra poco la manifestazione inizierà.
Sarà un successo. Me lo sento.

Christian cammina piano. Non è abituato a vedere tutte quelle persone, non tutte assieme.
Ma non ha paura, passeggia fiero, aggrappato alla mano di mamma Sonia.
Gli avevano detto che sarebbero andati a una festa. Sorride, mentre riceve continue carezze da parte di tanti signori, più alti di lui.
Gli hanno messo la maglietta verde, quella con Spongebob, e come lui mostra a tutti i suoi dentini bianchi, anche a quella signora coi capelli gialli, vestita di rosso. Ma non è bella quanto la sua mamma, no no.
Mamma Lucia gli prende la manina – siamo quasi arrivati, amore – gli dice.
Per quella voce che sa di caramella e tante coccole, Christian annuisce. C’è un grosso camion davanti, lui nemmeno lo nota, attratto subito dai colori che svolazzano placidi a un lato di esso.
Lancia un urletto divertito, cercando di trascinare avanti i genitori.
Christian vorrebbe tanto uno di quei palloncini colorati.

Certo che c’è davvero afa, oggi.
Stiamo sudando, eppure la folla continua a ingigantirsi, aspettando con pazienza. Mi volto preoccupato davanti a noi, sporgendomi. Non sono ancora arrivati i rappresentanti dei partiti politici, perché ci mettono così tanto?
Qualcuno sbuffa, è inevitabile, inizieremo in ritardo, continuando di questo passo.
Accendo il mixer, mi è venuta un’idea. Perlomeno ci muoviamo con un po’ di musica. Le casse sono a posto, ho rimediato una playlist dal pc, una delle tante su cui stasera marceremo.
Chissà se Christian è già arrivato. Guardo dietro di me, la busta con il regalo per lui è al solito posto. Glielo avevo promesso, e le promesse, soprattutto coi bambini, vanno sempre mantenute.
Sento il vociare degli altri, mentre la musica parte mi affaccio a vedere come sia adesso la situazione.
Sono quasi stupito dalla folla di curiosi che ci osservano ai lati della strada. Ci sono anziani, famiglie con bambini; sorridono, come se fossimo davvero a una festa.
È bello, davvero.
In mezzo a bandiere che sventolano, allegre, di ogni tipo.
La folla inizia a colorarsi, ciascuno dei suoi componenti ha la sua storia da raccontare, un motivo per essere qui.
Sì.
Come Flavio e Giulio, lì, alla mia destra. Si stringono teneramente la mano, senza paura che qualcuno possa giudicarli, o picchiarli per questo.
Stanno insieme da undici anni. Si amano e non sarebbero mai mancati a quest’evento, per nulla al mondo.
Flavio lo abbraccia, l’altro gli sorride. Li conosco da parecchio tempo, e sono felici così. Finché morte non li separi. Oggi sono qua, solo per dire al resto del mondo quello che provano.
Sul serio.
E che per questo meriterebbero di sposarsi, come tutti gli altri.
Questa giornata è dedicata anche a loro.

Christian non capisce perché mamma Sonia gli abbia detto di restare fermo. Lui voleva prendere i palloncini.
Sbuffa sconsolato, sente mamma Lucia ridere, parlando con un altro signore.
Ha caldo e vorrebbe che qualcuno lo prendesse in braccio.
– Perché non ci muoviamo, mamma? – chiede. Lei gli sorride, con dolcezza.
– Perché dobbiamo aspettare un pochino. Hai visto quanti bambini ci sono qui, tesoro? E guarda come stanno fermi, buoni buoni.
Christian non capisce come possa esserci una festa senza pagliacci che fanno le scenette. Stende le braccia verso il collo della madre, per farsi prendere in braccio.
Lei lo accontenta, stavolta non gli rimprovera che ormai è un ometto di cinque anni.
È bello essere alto come lei, vede molte più cose.
Non può proprio fare a meno di divertirsi, Christian, vedendo tutti quei colori sulle bandiere arcobaleno. Quasi quasi ne vorrebbe una anche lui.
Proprio in quel momento la nota.
C’è una bambina, seduta sulle spalle di un signore. Hai i capelli rossi e le lentiggini. Lei accarezza i capelli della donna accanto, sarà la sua mamma?
I loro occhi si incontrano, lui non aveva mai visto prima uno sguardo così blu. Gli sorride.
Christian stringe Sonia più forte, ora si è avvicinata anche mamma Lucia, gli da un buffetto sulla guancia.
Non capisce perché quella bambina lo faccia sentire così strano, un qualcosa che non aveva mai provato per le sue compagnette d’asilo. Vibra, all’altezza della pancia.
È piacevole.
Cerca di abbracciare entrambe le mamme, come se volesse stringere a sé il mondo intero.
Si sente felice.

C’è persino Fulvio.
Vederlo, nonostante le sue condizioni di salute, mi riempie di gioia. So bene quanto sia importante per lui essere qui, oggi, in mezzo a tutti gli altri.
I suoi occhi celesti, perennemente tristi, hanno bisogno di condividere la sua storia. Il dolore di quello che ha vissuto, la perdita dell’uomo che ha amato tutta una vita, per la stessa malattia che hanno condiviso.
Sembra che stia meglio oggi, ci avevano detto la scorsa settimana che se ne stava andando. Lo vedo agitarsi un poco sulla sua sedia a rotelle. Mi sporgo, magari lui mi noterà, o lo farà Selene, che ultimamente lo accudisce, da quando si è aggravato.
Vorrei farli salire entrambi, così si affaticheranno meno.
Lei mi nota, faccio cenno di avvicinarsi, gli altri fanno spazio. Lei ha lo sguardo stanco, vorrebbe un lavoro.
Non uno qualunque, lei vorrebbe lasciare definitivamente la strada e vivere come tutti gli altri. Qualcosa che non per forza abbia a che fare con le perversioni notturne di tutti i suoi clienti che di giorno fanno gli eterosessuali e di notte cercano lei, o le altre trans.
Io so che è venuta per questo. Per essere libera  e non ricevere più sguardi di scherno o disapprovazione. Non ricorda nemmeno più il suo vecchio nome, lei vuole essere apprezzata, amata magari, come Selene.
Li saluto, no, non vogliono salire, ma manifestare in mezzo agli altri, finché il caldo non li costringerà a fermarsi.
Annuisco, mi ringraziano.
Mi avvicino all’autista, mi fa un cenno. Stiamo per partire, qualcuno finalmente leva le transenne.
I politici afferrano lo striscione.
Il camion si accende.
Non vedo più Fulvio e Selene, sono stati inglobati dalla folla. Qualcuno sale nel cassone, con me. le canzoni si avvicendano.
Stiamo per iniziare.
Oggi siamo tutti qui, per manifestare anche per i loro diritti.

– Hai visto chi c’è sul carro, amore?
Christian è distratto,  a malapena ascolta mamma Sonia. Ha perso di vista quella bambina.
Non capisce chi gli abbiano indicato, se si volta verso il mezzo, non riesce a distinguere le persone, vede solo i palloncini che vorrebbe tanto avere tra le mani. Magari potrebbe regalarne uno a lei, se la rivede, dopo quelli che darebbe alle sue mamme.
– Ti vuoi avvicinare? –  gli chiede mamma Lucia.
– Palloncini ­– fa lui, indicandoli. Gli sorridono.
– Non è possibile prendere quelli, tesoro. Ma magari là dentro troviamo una sorpresa per te – gli rispondono in coro.
Si diffonde nell’aria una nuova canzone, più lenta, ma allegra.
Christian annuisce, stringendosi forte alla mamma. Si dimentica in fretta della bambina, ora che si spostano è attratto da tutti quei signori coi vestiti sgargianti.
Dalle loro bandiere, smosse dal vento. I coretti, gli striscioni.
Non sente nemmeno più il caldo. Quella canzone gli piace.
I palloncini si avvicinano sempre di più.

I wish I knew how it would feel to be free
I wish I could break all the chains holding me
I wish I could say all the things that I should say
Say 'em loud say 'em clear
For the whole wide world to hear
Non so nemmeno come ci sia finita nella playlist. Ma non ho tempo adesso per verificare, stiamo partendo, finalmente, e ci sono ancora delle cose che devo fare. Il brusio è sempre più forte, c’è una vera e propria folla sotto di noi, enorme.
Tutte queste persone, che hanno voluto essere con noi oggi, mi sciolgono il cuore.
Nonostante la calura.
Nonostante il cielo terso e il profumo del mare che ci viene portato dalla brezza, hanno deciso di essere qui.
Tutti insieme.
Per lo stesso motivo. Non solo l’orgoglio di essere, ma quello di potersi sentire liberi.
Qualcuno mi posa la mano sulla spalla, è Manuel, alla fine è venuto anche lui.
Mi sorride, non glielo avevo mai visto fare. La prima volta che l’incontrai fu il giorno in cui è venuto disperato perché i suoi lo avevano buttato fuori di casa, dopo il coming out.
Lo abbiamo aiutato a trovare una sistemazione, ci siamo fatti carico dei suoi studi. È un mese che vive la sua nuova vita.
Era suo diritto avere un’opportunità.
Mi chiede se ho bisogno d’aiuto. Sento il camion muoversi, lentamente. Le note nelle casse si avvicendano, incalza il ritornello.
 – Sì, – dico – vieni con me.
I wish I knew how it would feel to be free
I wish I could break all the chains holding me
Sciogliamo il nodo, smossi dalla brezza, i palloncini arcobaleno prendono quota.
Si sente nitido il boato di stupore, seguito da qualche applauso.
Ora vedo anche Sonia e Lucia. C’è anche il piccolo Christian. Osservano, come tutti, il cielo diventare di mille colori, quelli della nostra bandiera, del nostro bisogno di libertà.
Loro sono qui perché sono una famiglia, come tutte le altre.
Le ho viste crescere loro figlio con amore. Non sarebbero mai potute mancare.
Saluto il bambino, chissà se mi ha riconosciuto.
Mi manca una cosa da fare, e riguarda proprio lui.

– Vedi che ti saluta, tesoro?
Lui non riesce a mettere a fuoco, è troppo interessato a tutti i palloncini, di ogni colore, che si agitano sopra le loro teste. C’è tanta gente, Christian tuttavia si sente tranquillo, non può succedergli nulla di male. Il signore che lo stava salutando è sparito dentro il cassone, mamma Sonia lo mette giù. Vede che gli altri iniziano a camminare, qualcuno fa eco alle strane parole della canzone.
C’è anche chi batte le mani, non mamma Lucia, che sorridendogli gli afferra la mano ancora libera.
Camminano piano. C’è chi ride, chi si è mascherato. A Christian comincia a piacere quella festa.
Gli spiace per non aver preso nemmeno un palloncino, ma sa che presto se ne scorderà.
– Guarda! Zio Enri è tornato!
I suoi occhi castani si ingrandiscono, quel signore sorride, ha un pallone coi colori dell’arcobaleno. Si ricorda, all’improvviso, che qualcuno gli aveva promesso un regalo. Era forse quello zio?
Christian sorride, cercando di tendere le braccia sopra di lui. Le mamme ne approfittano per battere le mani, a ritmo, cantando anche loro quella musica, che invade tutta la via.

Abbiamo dipinto il cielo della nostra città coi colori dell’arcobaleno.
Non avrei mai immaginato che ci sarebbero state tante persone. Non solo ai margini del corteo, ma che sfilano con noi. Tutti qui, per urlare la nostra voglia di riscatto.
Cantano, tutti conoscono questa canzone, che parla della libertà, trasmessa quasi per caso tra la Rettore e la Carrà.
Non me lo sarei mai aspettato. La commozione sale dentro di me, sono felice.
Ci siamo riusciti!
Christian è quasi sotto di me, con le mani tese. Gli lancio il pallone che ho portato per lui. Non guardo nemmeno se riesce a prenderlo, con tutta questa gente che canta, balla, che ha, forse, soltanto voglia di vivere.
Afferro il microfono, ho voglia di cantare anche io.
Say 'em loud say 'em clear
For the whole wide world to hear
Un unico coro, battiamo le mani, agitandoci. Ci sovrapponiamo alla musica, per l’autodeterminazione.
One love one blood
One life you've got to do what you should
One life with each other
Sisters, brothers
Il nostro canto invaderà le strade, spazzeremo via l’odio, di tutti quelli che ci vorrebbero veder sparire. Sotto un’unica bandiera, con un solo cuore che batterà all’unisono, questa sera al Pride, vogliamo dire soltanto che non importa cosa siamo.
Vogliamo soltanto cantare la nostra libertà di poterlo essere.

Christian è riuscito a prendere il pallone, lo tiene stretto a sé.
Ride. Tutti continuano a cantare, vorrebbe farlo anche lui, se solo sapesse le parole. Ha il suo trofeo, che vorrebbe dedicare.
Rimane più indietro, con le sue mamme, la folla si accalca sotto il camion di zio Enri.
Poi, d’un tratto, la rivede.
La bambina di prima, lo guarda con insistenza.
Non ci pensa nemmeno, vede il pallone e capisce, non si preoccupa che le mamme possano sgridarlo.
In un battibaleno corre verso di lei.
– Dove vai? – gli dice preoccupata mamma Lucia, ma lui non ci fa caso.
Forse lo sta rincorrendo, passando in mezzo alla gente.
Lei lo guarda intimidita, mentre la raggiunge.
– Ma che stai… – mamma Lucia si blocca proprio nel momento in cui lui porge il suo pallone nuovo alla bambina.
Lei sorride, prendendolo.
– Non si ringrazia, Sara? – è suo padre che parla, ne è sicuro, ma non lo guarda nemmeno, i suoi occhi si sono tuffati nelle iridi di lei.
Sara si avvicina, gli stampa un bacio umido sulla guancia.
Lui gli da la mano. Gli adulti sorridono.
– Volete venire con noi? – dice mamma Sonia. I genitori di lei annuiscono, imbarazzati.
Christian inizia a camminare con la sua nuova amica, subito dietro ci sono i quattro genitori, che fanno i soliti discorsi da grandi.
Il cielo sopra di loro è di nuovo azzurro, i palloncini sono ormai volati via, si sente una buona musica e lui è felice.
Si avvicina a lei, fermandosi all’altezza dell’orecchio.
– Lo sai che sei bella, quasi come le mie mamme?
Sara sorride, entrambi avvertono una piccola scarica elettrica tra le loro mani.
Continuano a camminare, piano. La festa, piena di colori, risa e bandiere, d’altronde, è appena cominciata.
One love but we're not the same
We got to carry each other Carry each other
One… One… One...
I wish I knew how it would feel to be free
I wish I knew how it would feel to be free[1]


[1] Testo in inglese da (I Wish I Knew How It Would Feel To Be) Free" performed by LightHouse Family


JF Mastinu 
Francesco Mastinu nasce in Sardegna nel 1980, dove attualmente vive e lavora, in campo sociale . Convive con il suo compagno e vorrebbe sposarlo, ma ciò non è ancora possibile in Italia, però nella sua vita ci sono 4 gatti che sovraintendono a ogni sua attività quotidiana.
È un lettore vorace ed esigente, si dice che nessuno di coloro che si siano messi in mezzo tra lui e le sue letture siano sopravvissuti.
Dopo aver pubblicato numerosi racconti in antologie collettive di alcuni editori italiani, ed essersi dilettato con il genere erotico sotto pseudonimo, ha ufficialmente esordito nel 2012 con il suo romanzo  “Eclissi” per l’editore Lettere Animate. A breve uscirà la sua prima raccolta di racconti brevi “Concatenazioni” con l’editore 6Pollici.
Dal 2011 collabora, come moderatore, con il network/forum “Writer’s Dream” che si occupa di scrittura,  libri ed editoria.
“Polvere” è il suo secondo romanzo.

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