lunedì 20 gennaio 2014

Tina Cacciaglia, "L'ultimo magio"

Buon Lunedì e buona settimana.

Cominciamo benissimo, qui sul blog, con la prima autrice ospite, Tina Cacciaglia, che ci ha generosamente regalato un suo racconto, "L'ultimo magio".
E' un racconto di fantascienza storica e ha vinto qualche anno fa il premio Scienza e Creatività Città di Salerno, in seguito è stato pubblicato nell'antologia "Science Chronicles".


 Eccolo qui, buona lettura!


L'ultimo magio



Fu solo un piccolo rumore metallico a confermare l'inizio della sessione. Gli addetti ai lavori avevano bloccato il dispositivo che rendeva mobili le loro sedie e l'A.C. ora poteva prendere la parola: 
“Quando si è accorto che la situazione era diventata insostenibile? “

“Durante la tempesta. In tutta la mia vita, mi creda, non avevo mai assistito a una tale furia. Una bufera come poche nell'universo. Le onde si alzavano quanto muraglie e il cielo sembrava poggiarsi sul mare. La pioggia non permetteva di vedere nulla ed è stato allora che è saltato il primo timone. Ho dovuto far ricorso a quello di riserva e continuare ad avanzare con il solo aiuto della strumentazione. Ce l'ho fatta, davanti a un lungo molo sono riuscito a farcela...”
"È stato allora che li ha visti?”
“Sono stati i primi che ho incontrato. Lui è venuto di corsa, tendeva le braccia ed è riuscito ad afferrarmi un attimo prima che un'onda mi portasse via. Mi ha trascinato, mentre sputacchiavo l'acqua salata, lungo il molo e si è fermato solo quando ha pensato che fossimo al sicuro. Allora, è giunta la donna, mi ha dato una stoffa pesante, facendomi capire di avvolgermela intorno. Mentre indossavo quel mantello, lui si è presentato:

 “Sono Rechy, sei stato fortunato che ti ho visto. Non c'è nessuno in giro a quest'ora e con un tempo simile. Lei è Adele, mia moglie.“

Tra i colpi di tosse ho risposto:

“Ringrazio il cielo di avervi incontrati, altrimenti...io mi chiamo Hugo.”

La donna mi ha fissato a lungo poi, rivolta al marito, ha detto:

“Per fortuna che a un uomo d'ingegno verrà in mente di costruire questo molo.”

 “Già, altrimenti avremmo potuto dire addio al signore.” ha riso lui e lei lo ha seguito, gorgogliando in gola un suono tintinnante come una campanella.

 “Ora, andiamo, il signore Hugo, rischia di prendere un malanno.”

 “Vi prego chiamatemi solo Hugo.”

 “D'accordo. Andiamo a cercare un posto all'asciutto.”

 Abbiamo risalito il molo e ci siamo trovati in un grande spiazzo, forse un parcheggio, per le tante auto che vi erano ferme. Attraversato un viale, delimitato da un lato da un palazzo con dei portici e dall'altro da vecchie case e negozi chiusi, siamo entrati in dei vicoli stretti e angusti. L'acqua continuava a scendere a scrosci e il buio era interrotto solo dalla luce che veniva dalle finestre e dai balconi delle case. Spesso questa luce era cangiante, con riflessi blu. Sembrava che tutta Salerno, invece di dormire, fosse davanti al televisore quella notte. Infine, abbiamo svoltato per uno stretto viottolo a gomito e  siamo giunti in un largo. Un lampo ha illuminato il cielo e ho potuto leggere la targa sul muro, vicoletto dei Barbuti, diceva. Rechy si è fermato, al riparo di una alto muro.

 “Noi abitiamo qua,” ha detto indicandolo ”ma penso che tu starai più comodo a casa di un nostro amico.”

 “Vi ringrazio, ma basta che m'indichiate un albergo. Quel che avete fatto per me già è tantissimo.”

 “Pensavi di andare da Paolo?” ha chiesto la moglie, senza curarsi minimamente della mia obiezione. 

 “Certo, Hugo si troverà meglio da lui.”

 La donna mi ha preso per un gomito e mi ha lievemente sospinto verso un portone, giusto di fronte all'alto muro.

 “Bisogna salire a piedi, il palazzo è in ristrutturazione.”

 “Almeno, così promette il sindaco.” aveva di nuovo riso Rechy.

 L'uomo che ci ha aperto la porta doveva avere almeno vent'anni in più dei suoi amici e portava una lunga veste. Dopo averci fatto accomodare, è andato subito via ritornando un attimo dopo con indosso dei pantaloni e un maglione.

 “L'abbiamo raccolto che quasi affogava al molo Manfredi. Si chiama Hugo.” spiegarono i coniugi.  Fortunatamente nessuno mi chiese da dove venivo, né perché stessi per cadere in mare quella notte.

 “Bene, Hugo, io sono Paolo. Non c'è alcun problema puoi restare a dormire da me. Ora vieni di là, ti darò un telo per asciugarti. “

 Lo seguii in quella che doveva essere la sua stanza. L'uomo mi fece cenno di spogliarmi, raccolse i miei abiti e disse che, mentre io mi sarei asciugato, li avrebbe stesi accanto al fuoco e che nel frattempo indossassi pure il suo accappatoio.

 Restai solo e mi guardai intorno. C'era un letto, una panca, un catino con una brocca d'acqua e null'altro. Ah no, un momento, c'era ancora un'altra cosa. Una scritta sulla parete: Elegantiae tuae studiis semper fautor extiti.

 “Fu allora, che cominciò a comprendere?” chiese l'A.C. e un brusio si alzò tra gli altri addetti ai lavori.

 “Per nulla. Ricordo solo che lo tradussi: Io sono stato il fautore della tua bravura negli studi. Poi tornai nella stanza dove erano gli altri. Stavano arrostendo sulla fiamma del camino delle salsicce, il cui profumo mi ricordò che ero digiuno da molte ore. Adele era accovacciata accanto al fuoco e il suo viso, illuminato dai bagliori, era davvero molto bello e molto fiero. Si accorse che la guardavo, si volse e mi sorrise.

 Nessuno sembrava aver fame e l'unico a far onore al cibo fui io. Solo Rechy giocò a far a pezzetti con la forchetta le sue salsicce lasciandole comunque tutte nel piatto. La conversazione languiva, poche battute sul tempo che non sembrava migliorare, sui cambiamenti climatici e i soliti luoghi comuni sull'inesistenza delle mezze stagioni.

 “Siete tutti salernitani?” chiesi a un tratto, giusto per dire qualcosa.

 “Di animo senz'altro, ma io sono nata a Brescia, Rechy è di Benevento e Paolo di Cividale nel Friuli. Ma ci sentiamo più salernitani dei salernitani di dieci generazioni.”

 “Io” riflettè Rechy “Salerno l'ho respirata dalla prima volta nell'aria. Ricordo la discesa dai monti del Beneventano, l'ansa dopo Baronissi, l'apertura improvvisa di fronte al mare. Lo spettacolo del monte Bonadies. È da quel momento, da quando ho respirato il mare, che mi è entrata nel sangue.”

 “Anch'io amo questa città come mio marito. Sebbene a Benevento, dove abbiamo vissuto nei nostri primi anni di matrimonio, io ritrovassi nel clima e nei monti maggiori similitudini con la mia Brescia. Pure, quando Rechy mi ha condotto qui, ho deciso che sarebbe stata per sempre la mia città, seppur di elezione. È su queste coste che è andato errante Enea.”

 “ E tu Paolo, anche tu la stessa dedizione a Salerno?”

 “Dici bene, dedizione. Anche se la mia non è verso questa città dove pure sono contento di abitare, ma è verso Rechy e Adele. Dove sono loro, io ho la mia casa.”

 Di fronte a queste parole e alla nobiltà di intenti di questi tre amici, mi venne il dubbio che il nostro oracolo avesse sbagliato, che le nostre proiezioni fossero errate, e con grande piacere avrei dichiarato l'inutilità della mia missione.



 “Quando capì l'errore?” chiese un addetto ai lavori.

 “Vorrei avere la possibilità di esporre con calma la successione degli eventi, se l'A.C. lo consente.” domandò Hugo, infastidito dalla pressione che gli altri esercitavano su di lui. 

 “Si prenda il tempo che le occorre, l'autorizzo.” e l' A.C. con un ampio gesto fece capire che non sarebbero state tollerate altre interruzioni, se non pertinenti.



 “Il mattino dopo un raggio di sole mi colpì in pieno viso, svegliandomi e facendomi capire che la bufera era passata. Mi vestii e raggiunsi Paolo, che mi offrì un bicchiere di latte e qualche biscotto.

 “Adele e suo marito ci attendono alla Turris Maior, vogliono che ammiri la città dall'alto, per questo hanno  organizzato un barbecue.”

 “Grazie, davvero siete tutti molto gentili.”

 “L'ospite è sacro, non lo sapevi?”

 “Sì, conosco il detto ma non avrei mai immaginato che fosse tanto vero.”

 Uscimmo  e c'incamminammo lungo un vicolo in salita che costeggiando l'Hortus Magnus saliva sulla collina. Prima che ci immergessimo nel verde, avevamo attraversato strade, vuote di auto, e  passeggiato a fianco di negozi, tutti chiusi. Non incontrammo mai nessuno, ma la gente c'era. Si sentivano le voci dentro le case, si vedevano i televisori accesi e la stessa luce cangiante della sera prima illuminare i balconi e le finestre. Pensai che non fosse abitudine dei salernitani uscire di prima mattina e non dissi niente. Invece, chiesi a Paolo di parlarmi di quella che aveva definito la sua dedizione a Rechy e Adele.  Mi rispose:

 “Conobbi Adele, tanti anni fa, era ancora una ragazzina smilza e io fui il suo professore. La sua intelligenza fuori dal comune me la rese subito cara. Aveva un vero culto per lo studio e per me è sempre stato un vero piacere insegnarle. Direi che in un certo senso è geniale. Poi conobbe Rechy, bello, forte, equilibrato, eloquente, dotto, si innamorarono e si sposarono. Il loro matrimonio mi costò sofferenza. Adele non era più solo mia, anche se intendo dire con ciò che non lo era nel senso più puro che puoi dare alle mie parole. Continuai a starle al fianco e conobbi bene Rechy e l'ho apprezzato tanto quanto a un uomo è dato di apprezzarne un altro.”

 Eravamo giunti ai piedi di un castello, sentieri boschivi giravano lungo i suoi fianchi, intervallati da antiche resta di mura. Adele ci scorse e ci fece cenno di raggiungerli. Rechy era a pochi passi da lei, ma distratto guardava in basso, la città. Mentre Paolo e la donna cominciarono a mettere sulla brace la carne e le fette di pane, io mi concessi un poco di tempo per starmene con i miei pensieri. Ricordai la scritta sul muro della camera da letto, io sono stato il fautore della tua bravura negli studi, si trattava certamente di Paolo che citava sé stesso. Ma perché in latino? Mi allontanai inoltrandomi tra gli alberi e fu allora che feci ricorso alla strumentazione in mia dotazione. Ritrovai immediatamente la frase di Paolo, e anche altre parole che aveva pronunciato e che avevo registrato. Quando aveva detto che Rechy era bello, forte, equilibrato, eloquente, dotto anche allora Paolo aveva citato sé stesso. Ora sapevo da dove venivano le sue parole, e cominciai a dubitare. 

  Dopo il pranzo, in cui fui ancora una volta l'unico a mangiare perché gli altri dissero di non aver fame per vari motivi, andammo via. La luce del pomeriggio illuminava di porpora le case, certo quella doveva essere l'ora preferita per il passeggio sul Corso della città. Le vetrine esponevano le loro merci, le insegne erano illuminate, ma non c'era nessuno per la strada. Nessuno, come la sera prima, come quel mattino. Vuoto. Si udivano solo le voci nelle case e si vedevano i riverberi dei televisori accesi.

 “Proviamo a bussare alla porta di un appartamento?” propose Paolo, improvviso.

 “Se credi possa servire, facciamolo pure.”

  Rechy  aveva risposto, ma il suo sguardo era spento come se non sperasse più nulla. Aveva gli occhi di chi ha visto finire tutti i suoi sogni.

 “Dai, proviamo!” lo incoraggiò Adele.

 Scegliemmo una porta a caso, bussammo.

 “Chi è?” rispose una voce di donna.

 “Mi scusi, signora, può aprire. Avremmo bisogno di un'informazione.”

 “Non posso, mi spiace ma sono occupata a guardare la televisione. Perché non andate anche voi, non sapete che ha poco senso dello Stato chi non è davanti alla TV. Andate, andate.”

 Riscendemmo le scale del palazzo e fummo di nuovo in strada. Vie, vicoli, piazze e larghi, tutto vuoto, sempre e solo i nostri  passi a risuonare.

  Solo a un tratto udimmo dei tonfi sordi, forse una palla che rimbalzava contro un muro, poi la voce di una donna che richiamava autoritaria qualcuno, incitandolo a lasciare il gioco e a far di corsa ritorno a casa.

 “Tu perché non sei davanti alla TV?” mi chiese Paolo. Ci eravamo seduti a riposare sulla base di una fontana a ridosso di un muro.

 “Io non ho la TV.” risposi.

  “Ma tu chi sei?” Adele mi fissò, cercando di scavare dentro di me.

 “Vengo da molto, molto lontano. Dove abito io si tramanda da sempre un'antica profezia: il passaggio di un astro nero nel cosmo starebbe a indicare l'inizio della fine. E l'astro denso del peso della sua stessa massa da qualche tempo è apparso e sta compiendo la sua ellisse. Dopo aver studiato l'astro e la sua traiettoria, il nostro oracolo ha parlato: la Terra dove la Speranza dell'universo ebbe inizio potrebbe essere causa della sua fine. L'impossibilità di scegliere tra il bene e il male porterebbe alla morte della coscienza e dell'intelligenza e a macchia d'olio, come fu per la Speranza, sparirebbe dall'universo ogni specie che fu dotata di libero arbitrio. È una condanna che il mio popolo vorrebbe evitare, per questo sono qua. Mi hanno mandato per seguire la stella nera e per vedere da vicino lo svolgersi degli eventi. Anche se è stata la bufera a far sì che ammarassi proprio a Salerno e non in un altro luogo. Noi conosciamo la profezia ma non abbiamo idea di come quanto ha predetto l'oracolo stia accadendo. Forse,  proprio voi potreste aiutarmi, principessa Adelperga.”

 “Mi avete riconosciuta?”

 “Come non avrei potuto! Paolo Diacono parla di voi con gli stessi intensi accenti di mille anni fa.”

 “Non credevo che la mia Historia avesse superato i confini della Terra.” sorrise Paolo.

 “Non lo ha fatto, ma quella tecnologia che nasce dall'intelligenza di cui prima parlavamo mi ha reso possibile la conoscenza.”

 Poi mi rivolsi a Rechy:

 “Principe Arechi, come è possibile che voi tutti siate viventi? Che cosa sta mai succedendo da sovvertire le normali leggi della vita?”

 “Oltre che nel tuo paese, anche in un altro luogo, che appartiene alla stessa realtà ma a diversa dimensione, c'è grande apprensione per quanto sulla Terra si sta compiendo in questi giorni. Perciò, sovvertendo le leggi che regolano da sempre la morte e la vita, è stato concesso a tutti coloro che furono non solo legati, ma sopratutto degni di un luogo, di farvi ritorno. Questo nel tentativo disperato di potere, e bada solo con il nostro esempio, fermare i nostri discendenti dal dare l'inizio alla fine. Hugo prova a pensare a qualsiasi uomo o donna che nel corso dei secoli sia stato faro di scienza, di fede, di civiltà  per un qualsiasi luogo della Terra. Bene, sappi che ora è vivo e abita tra la sua gente. Forse a uno di noi sarà dato di fermare questa pazzia. Quando ancora l'umanità scendeva nelle strade, noi abbiamo provato a rimanere fermi davanti a un tramonto o a un quadro, o a farci vedere mentre sfogliavamo un libro, o navigavamo nella rete. Speravamo che qualcuno sollevasse gli occhi e riscoprisse, seguendo il nostro esempio, la pienezza della realtà. Ma tutti gli uomini che abbiamo incontrato avevano solo fretta, tanta fretta, di rientrare a casa. ”

 “Ma in cosa consiste questo evento tanto spaventoso da far tornare viva la morte?” chiesi, gelando all'idea della risposta.

 “Ascolta,” disse Paolo “cosa senti?”

 “Niente, o meglio, sento le voci dei televisori.”

 “È così. Tutto cominciò, qualche decennio fa, quasi per gioco. La televisione interagiva con il pubblico,  c'era il televoto e la possibilità di farsi ascoltare. Poi vennero programmi in cui si spiava ventiquattr'ore al giorno una vita finta che simulava la vera. Poi lo sport s'impossessò di ogni frazione del tempo degli umani, non solo gli incontri ma le chiacchiere, le chiacchiere, le chiacchiere. La gente dimenticò di andare a giocare a pallone per vederlo giocare, dimenticò lentamente di vivere per veder vivere. Dimenticò di pensare, vedendo pensare. Da qualche tempo ha dimenticato di amare per vedere amare e infine, oggi, non scendono più dalle case nemmeno a comprare i viveri. Quando le scorte che hanno saranno esaurite si lasceranno, ad uno a uno, morire di fame. Per non abbandonare nemmeno per un'istante lo schermo che regola la loro vita.”

 “Cosa può mai trasmettere la TV, da bloccare in questo modo l'intera umanità?”

 “L'elezione del Presidente della Repubblica Terrestre, in diretta, giorno e notte. Gli eleggibili sono rinchiusi in un enorme Palazzo di Stato isolato nelle lande polari. I candidati devono sottostare a infinite prove e alcune vengono proposte dagli stessi utenti televisivi, che poi procedono alle esclusioni. In questi giorni, mentre la gente attende davanti alla TV, ci sono già stati i primi decessi. Un po' in tutto il mondo hanno cominciato a morire, gli anziani, i poveri o chi viveva da solo. Quanti non avevano in casa grandi scorte di cibo.”

 “L'umanità ha abbandonato la sua capacità di discernimento, quella scintilla che la faceva simile a Dio.”  Arechi pronunciò queste parole con tutto l'amarezza che gli stringeva il cuore.

 “Il nostro oracolo aveva parlato, ma non avrei mai immaginato una cosa così, così … non ho parole per definirla. Un attimo, c'è un umano che sopravviverà! Forse sono anche in tanti. I creatori del palinsesto, i cameramen, gli autori, i registi, gli stessi politici che si contendono la presidenza?”

  “No, sarà lo sterminio, la fine totale dell'umanità. È solo un video. La tecnologia ha avviato un game, perché questa corsa alla presidenza è solo un game. La gente lo ignora, ma è TV talmente specializzata che oramai genera sé stessa.”

  “Distruggiamolo. Io posso contattare la mia gente e farmi portare delle armi. Potenti, capaci di radere al suolo molto più di uno studio televisivo.”

  “Credi che non ci abbiamo pensato? Ma l'ultimo presidente del pianeta Terra, un uomo che era certo di dominare in quanto padrone dei massmedia, ha nascosto non si sa dove l'emittente. Egli ha avuto il potere assoluto nelle sue mani e non sopportando che qualcosa o qualcuno gli sopravvivesse ha commissionato il game. Pochi mesi prima che un infarto lo colpisse il game era  finito e lo ha fatto installare. Mentre il cuore gli si rompeva in più pezzi gli è rimasto ancora il tempo per  premere Start.”

 Tentai un ultima, disperata, obiezione:

  “Ma se voi che siete morti, state vivendo, non è possibile conoscere semplicemente il luogo per fermare tutta questa follia? Ci basta sapere il luogo per poter agire.”

  La  principessa Adelperga mi strinse le mani.

 “Questa città che ho tanto amato, questa gente, la mia gente. Comprendi, Hugo, il mio  inesauribile amore per loro. Io li ho amati da donna libera e loro hanno scelto di amarmi e di chiamarmi la loro signora. Se saremo noi o tu, a fermare tutto questo, non li avremo salvati perché la cosa di cui sono realmente privi, non è la vita che perderanno, ma il libero arbitrio. E se noi vogliamo salvare l'intelligenza nell'universo, quale che sia la sua dimensione, la tua di vivo, la mia di morta, dobbiamo lasciare a quest'umanità la possibilità fino all'ultimo suo uomo di autodeterminarsi.“

  Mi sono chinato e ho sfiorato con le labbra la mano della nobile longobarda, ho stretto in un abbraccio Paolo e Arechi e sono andato via. Sono tornato a casa, per riferire subito a voi.

                     

“Accendete il visore” ordinò l'A.C.

 Sullo schermo apparve l'immagine lontana della galassia. Poi lo zoom scese lungo la via Lattea, al sistema solare, al pianeta Terra.

“Oramai laggiù sarà tutto finito.” mormorò Hugo.

“Ecco la Terra. Il sistema non registra  alcuna forma di vita umana.”

Hugo si lasciò cadere sulla sedia, ripensò a Adelperga, ad Arechi, a Paolo Diacono, potevano gli eredi di una tale genìa di uomini aver scelto di non scegliere. Aver lasciato, nell'ottundimento delle loro facoltà mentali, che si giungesse all'annientamento totale?

“Bisogna prepararsi,” sentenzio l'A.C.” tra qualche tempo toccherà anche a noi. Come avete visto è una forma di potere da cui non c'è scampo.”

Gli addetti ai lavori riposero i fogli nelle loro cartelle e le strumentazioni portatili negli appositi siti. I volti tradivano la loro angoscia, quali maschere di gesso bianche e tetre.

“Un momento, fermi. Sì, guardate! Si è acceso un led. C'è ancora una vita intelligente sulla terra.”

L'A.C. tornò su i suoi passi, scrutò con attenzione lo schermo.

“Dove è localizzata?”

“Effettuo controllo: Emisfero settentrionale, Europa, Italia, Campania, Salerno. Confermo c'è  vita intelligente a Salerno.”

Molti degli occhi degli addetti ai lavori s'inumidirono.

Lentamente s'accesero sparsi sul globo pochi altri piccoli led.

Dalla terra giungeva un rumore di fondo, un tonfo sordo, come di una palla che rimbalza. Hugo sorrise, qualcuno sulla Terra aveva trovato la forza per compiere un'insignificante semplice gesto, aveva premuto un tasto, un off, e grazie a quella minima ma libera azione la coscienza e l'intelligenza non erano state sconfitte.

Un boato di gioia s'espanse nell'Universo.  
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Piaciuto il racconto? Ecco qualche informazione sull'autrice:
Tina Cacciaglia, sociologa napoletana, ha pubblicato diversi articoli e racconti su giornali e riviste. Nel concorso nazionale Io Scrittore 2011 è risultata vincitrice con un romanzo giallo, pubblicato in ebook dal Gruppo Mauri Spagnol nel 2012. Nel 2013 ha pubblicato un noir napoletano “Il sussurro di Vico Pensiero” per Runa Editrice. “La signora della Marra” di cui è coautrice insieme a Marcella Cardassi, è tra i segnalati per merito al Premio Calvino 2009 e pubblicato nel 2013 dalla Runa Editrice.  

Se volete conoscerla meglio, tornate a trovarci domani: ci sarà una piccola sorpresa... 



1 commento:

  1. "Il mondo salvato dai bambini": potrebbe essere il sottotitolo. Bel racconto, intrigante, scorrevole e con una limpida morale. E così, scopro anche la Tina Cacciaglia autrice di racconti fantastici! Complimenti!
    Angela Di Bartolo

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