venerdì 12 dicembre 2014

Recensioni in 10 righe: John Niven, A volte ritorno




Tra il Natale e la finale di X Factor, questa storia mi è sembrata stranamente attuale. 
Dopo una breve vacanza di qualche secolo, il Padreterno torna operativo e si accorge di quante orribili cose hanno combinato gli uomini in così poco tempo. Malvolentieri (considerando quello che gli è successo l'ultima volta che ha messo piede nel mondo di qua), Gesù Cristo è costretto a tornare sulla terra per ricordare agli uomini l'unico, autentico comandamento: "fate i bravi". Rischia di diventare una pop star in un talent show musicale, ma essere davvero buoni di questi tempi non paga. In effetti non ha mai pagato. Il romanzo è divertente e amaro, ma questo Gesù mi è sembrato un po' troppo fricchettone per poter essere preso sul serio. Niven resta a metà tra il comico e il patetico, e mi sono fatta l'idea che avrebbe potuto osare di più.

Voto: ***

mercoledì 10 dicembre 2014

Recensioni in 10 righe: John Williams, Stoner



Una vita "normale", anzi fortunata. Il protagonista di questa storia in fondo ottiene tutto ciò che desidera: un posto all'università essendo figlio di contadini, la moglie e poi l'amante che si sceglie, una figlia che lo ama. Eppure non riesce a essere felice: perché la moglie non gli consente di avvicinarsi davvero a lei e alla figlia (chissà per quale oscuro motivo), perché il professore che ha in mano la sua carriera gli è nemico e cerca di distruggerlo (chissà per quale rabbia repressa da sfogare), ma soprattutto perché lui stesso non riesce a scegliere, a lottare quando è il momento, a dare una direzione agli eventi da cui si lascia passivamente travolgere. Questo bel romanzo è angosciante, perché rappresenta benissimo l'incubo di tutti, quello che ognuno di noi rimpiangerà davvero davanti alla morte: le cose essenziali che non abbiamo fatto, che non abbiamo capito, chiusi nella nostra routine che ci protegge e ci isola dalla realtà, dalle sue brutture. Per Stoner è lo studio della letteratura, ma di rifugi che ci rendono ciechi ce ne sono moltissimi: ognuno ha il suo. Uno stile secco, reticente come il protagonista. Un romanzo che si legge tutto d'un fiato, personaggi che restano scolpiti nella nostra immaginazione, e un velo di mistero che comunque li avvolge tutti: quali sono le loro vere motivazioni? Quale segreto nascondono nel loro cuore? Possiamo solo intuirlo, senza nessuna certezza, come non possiamo conoscere ciò che si nasconde davvero nell'animo dei nostri conoscenti, dei nostri amici, dei nostri parenti più stretti. Da leggere assolutamente, non per evadere ma per riflettere.

Voto:****

lunedì 1 dicembre 2014

Recensioni immaginarie


E' quasi Natale, è mio dovere di sedicente scrittrice spammare un po' in giro le copertine dei miei libri, le recensioni, e questo e quello, sempre nella speranza che voi, lettori adoratissimi, mettiate infine mano al portafogli e (cosa non meno importante per me, autrice con ego ipertrofico) ai vostri occhiali da lettura, dimenticati da mesi sul comodino accanto all'ultimo porno soft che vi ha conciliato così bene il sonno. 
Eccovi dunque alcune recensioni immaginarie dei miei librini di carta e di vento. Fatevi quattro risate e spendete generosamente, se vi piacerà. Se no, peste vi colga.
(ecco, anche per quest'anno il mio dovere l'ho fatto)


Lo trovate anche qui: Amazon; inMondadori; ibs
Piccole storie oscure

1) Non so, non l'ho letto, ho paura del buio. (Luce Fu)
2) Mi piace la copertina. Soprattutto il mezzo gatto grigio. (Chi Uaua)
3) Faccio lo psicologo precario presso una comunità. Secondo me l'autrice non sta bene, proprio no. (S. Freud)
4) Io a mio figlio certe cose non gliele faccio leggere. E comunque il martedì e il giovedì ha gli allenamenti di calcio. (Mamma Preoccupata)
5) Il primo racconto non mi è piaciuto per niente. Faremo causa. I nostri clienti sono brave persone, come si permette questa. (Sig. Ikea)
6) Horror? E dove sono gli zombie, i mostri, i vampiri? Questa Caramanico nemmeno sa dove sta di casa, l' horror. Questa ci stanca solo il cervello, altro che horror. (Basta Pensare)
7) Me l'hanno regalato, forse lo leggerò, dice che è carino. Però è lunghetto, più di 100 pagine. Ma è scritto grosso. Forse lo leggerò. (Preferisco Vivere)
8) E ancora co 'sti traumi infantili? Ebbasta dai. (Jung C.G.)
9) Numero 22: i pazzi. In effetti. (Smorfia Napoletana)
10) Caramanico e una vera scritrice. Il libro e scorevole e non ce nianche un'erore di ortofonia. Secondo me. (Crusca Accademia)



Lo trovate anche qui: AmazoninMondadoriibs

Oltre l'incerto limite

1) Tina Caramanico? E chi caspita è? (Socrate)
2) Questo libro è una minchiata fin dal titolo. O è un limite o è incerto. (Cartesio)
3) Non mi convince. Non mi convince. Non mi convince. (Continuavano a chiamarlo Trinità)
4) È scritto bene, belle storie, bei personaggi, bella copertina, intelligente, divertente perfino. L' ho letto dal dentista, un granuloma, un male dell'accidenti. Non so perché, ma non mi ha preso, non mi ha emozionato. Metto una stellina.
5) È un libro pieno di pessimismo e di tristezza, non scopano mai, l'unica volta che stavano per, poi ci ripensano. Che palle! Probabilmente l'autrice è morta di gobba. (Leopardi G.)

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Le cose come stanno

1) E cioè, come stanno? (Elementare Watson)
2) Un libro inutile: nemmeno un po' di carta da annusare, nemmeno una merendina (Acara Acarina)
3) Epperché dovrei da legge 'sto libro? Io già ce lo so dal principio, come che stanno le cose. (Padre Eterno)
4) Sì, sì, va bene, lo compro quando fate la promozione gratuita. Quando la fate? E mi regalate anche l'e-reader? No? E io come cacchio faccio a leggerlo allora? (Digitale Terrestre)
5) Premetto che io non sono razzista, ma i negri dovrebbero trombare a casa loro. (Salvini M.)


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Guida a Milano invisibile

1) Allora, tanto per chiarire. Se scrivi un cacchio di libro di poesia chiamalo come un fottuto libro di poesia: "Nelle ali del vento", "Il mare al tramonto", "Cuori nella tormenta" o che cazzo ne so. Non chiamare un maledetto libro di poesie come una guida turistica. Sono tre ore che vago nel vento, nella tormenta e al tramonto, alla ricerca della Stazione Centrale. (Bruce Chatwin)

venerdì 21 novembre 2014

Una dichiarazione di guerra



Il quaderno e la foto sono della mia amica Laura Andreozzi, che ringrazio

Ultimamente il mondo editoriale e letterario naviga nella disillusione e nella disperazione. Leggere certi post sui blog, sui social, fa venire davvero le lacrime agli occhi. Case editrici serie e dignitose chiudono. Altre cercano di riciclarsi, di sopravvivere con mezzi e mezzucci che fino all’altro ieri avevano, eticamente, disdegnato. Autori non del tutto sconosciuti si fanno una pubblicità ostinata e spudorata per vendere qualche copia. Si attaccano come mitili a gruppi, autori più famosi, amici di amici perché, alla fin fine, solo questo è il modo di arrivare da qualche parte. Dove esattamente non lo sanno, e non se lo chiedono. Autori sconosciuti non sanno più che pesci pigliare: la scelta è tra un’autopubblicazione alla spera-in-dio e il lasciarsi spennare da editori di bocca buona che, EAP o NO EAP, se possono ti fregano. Per tutti il tuo testo è massa, materia oscura (forse neppure l’hanno letto), direi carta straccia, ma non posso, perché adesso per l’esordiente c’è l’edizione digitale e quasi nessun rischio economico, dunque su, tutti a bordo e vediamo di raccattare qualche spicciolo. Vero che, se non ci mettono più i soldi, ci mettono comunque la faccia; ma di questi tempi pare che la dignità e la vergogna siano parole vuote, l’importante è non annegare, resistere ancora un po’. La competizione (inutile ovviamente) è ai massimi livelli, l’individualismo e la solitudine pure.
Nessuno sa bene dove andare. Il vendere copie, di qualsiasi cosa, di qualsivoglia genere, forma e contenuto è l’unico obiettivo. La letteratura c’entra solo per incidente, con tutta questa storia. Potremmo produrre meloni o materassi, farebbe lo stesso. E chi mai ti leggerà, se anche chi dovrebbe sceglierti, promuoverti, condividere con te un messaggio, un interesse, una domanda ti tratta come se fossi merce di scarsissimo valore? 
Per mia sfortuna mi ritrovo a scrivere proprio in questo momento, ma non mi fermerò per questo. Non mi fermerò perché spero che le cose cambino, perché credo comunque di avere qualcosa da dire (in questo mondo, per quanto schifo faccia) e perché scrivere (e leggere) mi piace, mi serve, mi riempie di rabbia e di gioia.

Ecco, l’ho detto. E’ una dichiarazione di guerra, e d’amore.

martedì 18 novembre 2014

Capponi



“Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l'alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.” (Manzoni, I promessi sposi, cap. III)


Tra noi e i capponi di Renzo ci sono 173 anni, Marx, l’istruzione obbligatoria, due guerre mondiali, l’Olocausto, i mass media, l’11 settembre, il web. Ma gli uomini ancora non riescono a indirizzare la propria rabbia contro chi davvero li opprime, li affama, li sfrutta, li rimbambisce nell’ignoranza. No, se la prendono ancora solo e soltanto contro i propri compagni di sventura, quelli più poveri e brutti, quelli più vicini. Dopo 173 anni, Marx, l’istruzione obbligatoria, due guerre mondiali, l’Olocausto, i mass media, l’11 settembre, il web, siamo ancora ai capponi di Renzo.

venerdì 7 novembre 2014

Recensioni in 10 righe: John Niven, Maschio bianco etero.


Lo trovate qui

Uno scrittore, di successo ma sciammannato, proprio quando è vicino alla bancarotta vince un prestigiosissimo e ben remunerato premio. Se vuole riscuotere, però, sarà obbligato a insegnare per un anno nella stessa università dove lavora la sua ex moglie. Si ritrova così, suo malgrado, a fare i conti con quello che ha fatto e con quello che non ha fatto nella vita. Divertente e nello stesso tempo serio, profondo: la vita che sfugge, il vuoto di certe persone, di certi ambienti, l'incapacità tuttavia di vivere una vita normale, il dono e la maledizione della scrittura. Quello che inizia come un romanzo comico, finisce lasciando nel lettore molta amarezza e molta verità (scomoda), pur non rinunciando mai all'ironia e al sarcasmo. Unico appunto: non mi ha soddisfatto il doppio finale, un po' troppo hollywoodiano. Mi sarei accontentata volentieri, da europea pessimista quale sono, del primo finale, più amaro ma più calzante. 

Voto: ****

lunedì 20 ottobre 2014

Recensioni in 10 righe: Liz Moore, Il peso




Davvero un bel romanzo, straziante eppure vitale, tristissimo e non disperato. Mi ha emozionato, a volte mi ha fatto piangere, e non è che io sia usa. I protagonisti (Arthur che si racconta da solo e Charleene raccontata dal figlio), sono due persone sole, incapaci di uscire dal proprio guscio malgrado sia quella la cosa che più desiderano al mondo, malate della propria tristezza e della propria solitudine, convinte che ne moriranno, prima o poi. Eppure c'è un filo sottile che li tiene legati alla vita, un amore ormai antico e irrealizzato che tuttavia li unisce e che, al di là di ogni speranza, imprevedibilmente li costringerà a uscire dalla propria trincea. Kel, il figlio di Charleene, e Yolanda, la giovanissima donna di servizio che Arthur accoglie di malavoglia in casa, dopo anni di eremitaggio, sono altri personaggi bellissimi: il loro sguardo duro e nello stesso tempo indifeso di ragazzini fa da contrappunto alla disfatta di Charleene e alla faticosa risalita di Arthur, che gli consentirà di sopravvivere e, anche se dolorosamente, ricominciare.

Voto: **** e mezzo.

lunedì 13 ottobre 2014

Hanami a Milano

Giovedì 16 ottobre presentazione della collana Hanami: haiku per le quattro stagioni.
Sarò presente anch'io tra gli autori del volume dedicato all' inverno.


sabato 11 ottobre 2014

Ho visto cose… (guida essenziale per timidi, sedicenti scrittori): premi letterari, parte seconda


(Segue da qui)

Allora, dicevamo. Il nostro aspirante, dopo una miriade di bonifici e spedizioni, avendo ormai acquisito riguardo la partecipazione ai concorsi letterari l’attitudine compulsiva di un alcolizzato giocatore di videopoker, finalmente riceve una missiva. Indirizzata al Gent. Poeta Nemo Nullis. Cioè lui, in persona.
Tremante come un Bronzo di Riace appena traslocato in Padania, apre la busta e apprende di essere stato insignito del primo premio per la sua silloge inedita “Tutti a casa di Mario giovedì sera” dagli insigni giurati del Premio Pratonzola sull’Altopiano 2014. Orpo. Una premiazione, finalmente. Dopo aver ragionato a lungo (soprattutto le sedicenti aspiranti femmine, ma non solo loro) su come abbigliarsi per l’occasione,  l’aspirante sedicente decide di solito per una mise da sera, sobria ma elegante, e compra persino un paio di scarpe nuove. Tanto è previsto un premio in denaro, che diamine, rientrerà di sicuro nelle spese. E comunque se c’è la tv meglio figurare bene, costi quel che costi. A discolpa del povero aspirante, bisogna dire che le uniche premiazioni cui ha assistito fino a quel momento sono quelle del Premio Strega&Campiello, e si immagina che lo aspetti (in piccolo, sia pure) qualcosa del genere. Si presenta pertanto in lungo e con tacco 12 (o in completo blu da matrimonio se uomo) alla premiazione, che si tiene inevitabilmente nel mercato coperto di Pratonzola (frazione Uccelli di Rovo), alle tre di un nevoso pomeriggio invernale. I giurati sono il parroco Don Francesco, duro d’orecchi ma sensibile agli endecasillabi, la parrucchiera Mariella, sponsor della manifestazione, la prof. di lettere in pensione della scuola media locale e l’unico poeta nativo di Pratonzola che la storia segnali, Ferruccio Malaspurgo, autore nel 1975 di una indimenticata silloge di cui più nessuno ricorda il titolo. Probabilmente neppure Malaspurgo stesso, che siederà in disparte, silenzioso e assorto, per tutta la premiazione; di lui si vocifera sia già morto, e che il Comune lo conservi impagliato per esporlo nelle pubbliche manifestazioni di un certo spessore culturale.
Va beh, pensa imbarazzato il sedicente, comunque mi hanno scelto tra moltissimi concorrenti, la mia poesia è piaciuta, anche a questa giuria di disgraziati, quindi vuol dire che comunica, che emoziona, che arriva. E sorride sotto i baffi, mentre si prepara a ritirare il premio. Che si scopre non essere più in denaro: l’amministrazione comunale piange miseria, c’è la crisi no? Che ti aspettavi, morto di fame di un aspirante sedicente. Comunque per i finalisti c’è un cesto di prodotti locali (Misteriosissimi. Chi di voi ha mai sentito parlare di alcunché raccolto, sfornato, messo in forma  o in damigiana a Pratonzola, frazione Uccelli di Rovo?). Va beh, pensa sempre più perplesso l’aspirante, meglio che niente. E comunque la mia poesia è piaciuta, anche a questo paese di stemegni  dai braccini corti.
Dopo sei ore di discorsi, premesse, approfondimenti storici e ringraziamenti (parlano a turno tutti i giurati, gli sponsor e gli assessori comunali; solo il poeta Malaspurgo tace ostinatamente, immobile e forse pensoso), cominciano a sfilare i premiati. Il sedicente suda freddo quando vede i suoi compagni aspiranti finalisti tutti parecchio trascurati nell’aspetto, ‘nu gins e ‘na maglietta anche sporchina, capelli perlopiù bianchi e maltagliati, scarpe sformate di infima qualità. Età media dei finalisti: 85 anni. E qui il sedicente ha, per la prima volta, come un lampo di consapevolezza che squarcia il velo della sua sciagurata ambizione, sia pure per un solo istante, e gli consente di vedere la nuda verità: si immagina tra qualche anno, poeta ancora sconosciuto ma non domo, arrancare con la faticosa malagrazia della vecchiaia verso un cesto di prodotti tipici, a Pratonzola sull’Altopiano. E prova una grandissima tristezza, grandissima. Proprio dentro l’anima più interiore, ovunque essa sia. E sorride, il sedicente, con profonda compassione, all’anziana poetessa, seconda classificata, che ritorna verso la sua sedia zoppicando e trascinando il suo pesantissimo cestino-premio.
Infine chiamano lui, l’aspirante. O lei, la sedicente. Che, agitatissima e malferma sui tacchi, cade e si spatascia sul pavimento fangoso del  mercato, suscitando la feroce ilarità dei rari convenuti e dei colleghi ottantacinquenni, manco per niente compassionevoli. Li possino. Comunque, alla fine l’aspirante o la sedicente arrivano a stringere la mano ai giurati sorridenti  (tranne Malaspurgo, ovvio). La prof legge (sbagliando quattro versi su dieci) la poesia più insignificante della silloge premiata, la parrucchiera consegna il premio riservato al vincitore. No, non il cestino di prodotti tipici. Peccato, che ormai mi era venuta curiosità di sapere cosa c’era dentro. Ma al vincitore tocca un’altra cosa. Mo’ ve lo dico. Un quadro. Un quadro 3x2 m. Un quadro 3x2 con cornice dorata. Pesantissimo. Orrendo. L’aspirante ringrazia, terrorizzata all’idea di doversi portare a spasso quel coso sui tacchi a spillo che affondano, per loro natura, nella neve e nel fango. Ma, ma, ma. Non è questa la cosa peggiore. La sedicente o l’aspirante dovranno prima ascoltare, trasecolando, le motivazioni del premio, lette dal parroco, che sono le seguenti: “Quest’anno  al Premio hanno partecipato in pochi, e il materiale giunto era veramente di scarsa qualità. Abbiamo fatto molta fatica a decretare il vincitore. La qualità era veramente pessima. Alla fine abbiamo scelto il meno peggio, cioè la silloge “Tutti a casa di Mario giovedì sera”. Non è niente di che, ma insomma, quel che passava il convento. Complimenti vivissimi al vincitore.” Nel mercato coperto cala un silenzio imbarazzato. Nemmeno un applauso. Solo il disperato ticchettio dei tacchi a spillo della sedicente, che si allontana cercando prima di trattenere, poi almeno di nascondere la vergogna e le lacrime dietro l’orrendo, orrendissimo dipinto-premio.

Nota bene: Pratonzola sull’Altopiano e il poeta Ferruccio Malaspurgo sono frutto della mia sfrenata immaginazione. Tutto il resto no.

[segue]

mercoledì 8 ottobre 2014

Ho visto cose... (guida essenziale per timidi, sedicenti scrittori): premi letterari, parte prima




Buongiorno carissimi. Avevo promesso, pochi giorni fa, di raccontarvi qualche aneddoto tratto dai miei ultimi quattro anni di vita vissuta da sedicente-emergente-aspirante scrittrice.
E allora cominciamo. Cominciamo dall’inizio inizio. Dalla prima debolezza comune a tutti noi sedicenti-emergenti-aspiranti, quando per la prima volta, chissà come e perché, rileggiamo un racconto, una poesia, un romanzo fresco di stampante o già attempato e polveroso di archivio e decidiamo che è dannatamente buono e che qualcuno oltre noi deve leggerlo. Ma non ci bastano più la prof di Italiano, la mamma, il fidanzato, l’amica del cuore. No, la roba che teniamo tra le mani scotta, le pagine sono di quelle che, se solo il mondo sapesse, saremmo già… Cosa? Beh, qui le aspirazioni si differenziano in base alla natura dell’aspirante-sedicente: c’è chi si vede poeta laureato, citato in tutte le antologie scolastiche, chi sogna di fare una vita da nababbo  coi proventi di innumerevoli best-sellers, chi vorrebbe vincere i più famosi premi letterari  solo per poterli rompere in testa al presentatore o al sindaco che li porge sorridente e poi tornarsene a vivere di sbronze, letteratura d’avanguardia (o post-avanguardia, o post-post avanguardia) e rapporti occasionali con persone di ogni genere e provenienza, purché sexy e perdutamente affascinate dagli scrittori maledetti. Ma comunque, a qualsiasi cosa realmente aspirino gli aspiranti, la prima idea che viene loro in mente in questa fase di solitaria autoesaltazione è: qua ci vuole un concorso letterario. Ma certo. Mando il racconto, la poesia, il romanzo, mi leggono persone qualificate, si innamorano della mia prosa (o dei miei versi), mi presentano all’editore X (ovviamente uno dei due o tre grandi editori che tutti conoscono, persino i sedicenti-aspiranti che poco frequentano le librerie), il quale immediatamente mi fa un contratto miliardario e mi manda in TV, così divento ricco e famoso. L’aspirante poeta maledetto e il romanziere tardo-sperimentale ovviamente sono un po’ indecisi, non vorrebbero rimetterci la faccia vendendosi allo star system così precocemente; però poi concludono che, diamine, si può sempre andare in televisione e sputare in faccia al bravo presentatore di turno, e vuoi mettere la soddisfazione. Dunque, per tutti gli aspiranti sedicenti di qualsiasi cultura educazione e risma, concorso letterario sia. Già. Ma quale concorso? Si digita su Google e la prima sorpresa è vedere quanti concorsi e premi letterari si celebrano in Italia, in qualsiasi stagione. Che, se vogliamo, già tutta questa abbondanza dovrebbe mettere sul chi va là l’aspirante sedicente. Ma di solito non va così, anzi l’aspirante gongola di poter spaziare così tanto, e spedisce garrulo la sua opera immortale a quanti più concorsi può, dall’Alpi alle Piramidi, spendendo quasi senza accorgersene un piccolo patrimonio in tasse di iscrizione e raccomandate con ricevute di ritorno. E che Dio gli risparmi almeno la spesa del biglietto aereo, del ristorante e della camera d’albergo che dovrebbe sostenere se, ahilui, vincesse la fantastica targa in silver plate da ritirare personalmente a Pietruzza Sott’O Vulcanu, ridente cittadina all’estremità dello stivale opposta a quella dove risiede lo sprovveduto aspirante sedicente. Ma purtroppo e spesso, chissà perché, sono solo i giurati di Pietruzza Sott’O Vulcanu a comprendere l’arte dell’aspirante e a volerne premiare l’eccellenza; le giurie di Casette Sotto Casa e Vicinanze Di Fianco, sebbene molto più compatibili per cultura, dialetto e chilometraggio, di solito snobbano qualsivoglia proposta letteraria del volenteroso sedicente. Del resto, come si dice? Nemo propheta in patria.

[segue]

mercoledì 1 ottobre 2014

Recensioni in 10 righe: Angelo Dolce, Le competenze trasversali dell'amore

su Ottolibri
Una brava donna-moglie-madre-prof. a 52 anni decide che, prima di invecchiare irreparabilmente, vuole smettere di essere brava e si mette d'impegno a sedurre il collega giovane e belloccio.

Punto primo, a favore: la rappresentazione dell'ansia perimenopausale e' credibilissima. Tutte le donne (anche le prof di matematica) attorno ai 50 hanno una crisi d'identità. Il corpo sta diventando altro da sé e questa trasformazione incontrollabile, come una novella pubertà, comporta dubbi e insicurezze sul presente e sul futuro. Se qui a scriverne è davvero un uomo, tanto di cappello per le competenze psicologiche.
Punto secondo, ancora a favore. L' idea di scrivere in verbalese/scolastichese rende le paturnie presenili e i tardivi deliri amorosi della prof molto più sopportabili grazie all' ironia.
Terzo punto, a sfavore: la rappresentazione della scuola è riuscita a metà. Alcune circostanze sono realistiche (ad esempio la cronica mancanza di soldi, le inutili manifestazioni buoniste, la superficialità di certi rapporti) e quindi se ne può ridere o sorridere, magari amaramente. Altre sono del tutto immaginarie e troppo sopra le righe per essere davvero divertenti: i prof. che si esprimono in versi, la coordinatrice di istituto (che è?), le prof. che si possono permettere di bistrattare gli alunni a piacimento e gli alunni che, dal canto loro, subiscono vessazioni di ogni genere senza ricorrere quanto meno a Forum o alle Iene. Ah, anche le bidelle che ti sorvegliano la classe in caso di necessità stanno diventando ormai un anacronismo, per risparmiare se ne assumono ormai pochissime. Se ne intravede qualcuna sempre e solo in lontananza, in fondo al corridoio, e non si sa mai con certezza se si tratta davvero della signora Pina o solo di un miraggio da calo di zuccheri. 
Punto quattro, così così: lo stile, altalenante. Qualche espressione da segnarsi sul taccuino delle citazioni epperò anche qualche episodica caduta, tipo la prof. che ogni tanto parla peggio delle sue alunne e non si capisce bene perchè. 
Nel complesso una lettura più che piacevole.

Voto ***

domenica 28 settembre 2014

Lepiùstraneinterviste: Rossella Calabrò



Chiudiamo questa settimana con un'ospite adorabile per la sua simpatia (oltre che per i suoi meriti cultural-letterari su cui intendo sdilinquirmi più avanti). Ecco la sua stranintervista.



Ciao. Cominciamo con una domanda facile facile, tanto per rompere il ghiaccio: ma tu chi sei, veramente?
Hai presente Peter Pan? Ecco, sono la sua sorella segreta.

Raccontaci un tuo autentico trauma infantile in non più di 350 battute. E senza metterti a piangere.
Buaaaaaaaaaaaagh! 

La cosa più cretina che hai fatto per amore (di una persona, di un ideale, di te stessa)? 
Credo sia stata innamorarmi. Come una cretina.

Descrivici l’uomo dei tuoi sogni, quello, per capirci, con cui, se lo incontrassi davvero, non avresti mai il coraggio di attaccare bottone. 
Ma no, io attacco bottone con chiunque. Il problema è che, durante i primi cinque minuti, faccio sempre, inesorabilmente, delle gaffe terribili. Passati quei cinque spaventosi minuti, la smetto. Ma non è detto che il mio interlocutore sia ancora lì.


Sei scrittrice. Qual è la tua opera preferita, quella che nel segreto del tuo cuore vorresti tutti leggessero per potersi innamorare di te? 
Ogni scarrafone eccetera, ma il mio scarrafone preferitissimo è Il Tasto G (Sperling&Kupfer). Da non confondersi con il punto G, eh: questo è un tasto, e leggendolo si capisce il mirabile gioco di parole, talmente mirabile che probabilmente l'ho capito solo io ma vabbe'.


Sei scrittrice, ma anche donna di mondo. Qual è la cosa più fetente che hai scritto, e magari pure pubblicato? Quella per cui ancora ti sputi in un occhio tutte le mattine, guardandoti allo specchio? Se ti vergogni troppo puoi dire anche: “Nessuna”, tanto non ci crediamo nemmeno se giuri. 
La mia lista della spesa è da sputacchio oculare. Scrivo solo cose divertenti da comprare, tipo piante grasse, balsami anti crespo, gancetti di metallo per la cucina (di questi sono maniaca seriale), strofinacci viola, tazze da colazione e ciotole (altra questione maniacale). E poi a casa non c'è mai niente da mangiare. (Sono stata brava a glissare, sì?)


Oltre a fare la scrittrice, fai anche qualcosa di utile nella vita? Non è sufficiente rispondere “sì”, devi anche dire cosa e avere le prove. 
Dormo moltissimo, e questo è utile perché durante il sonno non produco rifiuti, né inquinamento acustico, non consumo corrente elettrica, non spreco acqua, non rompo i coglioni a nessuno. ;-)


Ehi, non avevo mai osservato il pisolare da questo punto di vista; beh, dai, allora anch'io contribuisco in modo sostanziale al benessere dell'umanità. 
E ora ci sarebbe la Domanda A Sorpresa Personalizzata, ma mi sono dimenticata di mandartela: ti dispiace se la saltiamo?
Ma no figurati anzi sono contenta tutto tempo risparmiato. (questa risposta è evidentemente farlocca, l'intervistata non ne sa nulla, tuttavia cortesemente mi perdonerà)

Ma non finisce qui. Sei di destra, di sinistra, di centro, vendi il tuo voto a chi ti fa un favore, sei superiore a queste cose? E soprattutto perché? 
Sono molto religiosa, credo nel Grande Pandoro. Perché Egli è buono. (questa risposta qui invece, checchè ne pensiate, è autentica)

Adesso finalmente puoi dire quello che vuoi: recitare una tua poesia, parlare delle tue opere, promuovere l’ultima pubblicazione, informarci dei prossimi eventi, uscite, presentazioni, spettacoli. Naaaaa, che vergogna, fallo tu per me, dài.

Essì, lo faccio volentieri (salgo su uno sgabello e declamo):
"Signori e signore, dobbiamo essere grati a questa donna. Essa, con le sue gigio-ginesche parodie, ha dato un senso letterario a ciò che mai e poi mai avrebbe potuto averne altrimenti: il successo editoriale internazionale di una vaccata pazzesca come le Cinquanta sfumature di vari colori. Acclamatela, signori e signore, e ricordatela ogni sera nelle vostre preghiere." 

Lo trovate anche qui

e qui


Rossella Calabrò, milanese come si evince dal cognome, è autrice e blogger. Quando non parla a tutti i gatti e i cani che incontra per strada, legge tantissimo, scrive abbastanza, e ride quando può. Anche quando non può. Tra i suoi libri: Cinquanta sbavature di Gigio, Cinquanta smagliature di Gina, Il Tasto G (tutti per Sperling&Kupfer), oltre a Di matrigna ce n'è una sola (Sonzogno) e agli ebook Perché le donne sposano gli opossum? E Facebook per romantiche (EmmaBooks). Ultimamente ha perso un chilo. Chi lo trovasse è pregato di non riportarglielo.

venerdì 26 settembre 2014

Ho visto cose... (guida essenziale per timidi, sedicenti scrittori)






Per me l’anno (deformazione professionale) comincia a settembre. Quindi anche sul blog questo è il momento delle novità. Quest’anno saranno due o tre, ma oggi vorrei cominciare a introdurvi la prima serie di articoli che troverete, nei prossimi mesi, qui su Dentro il cerchio: riguarderanno la mia (piccola, piccolissima) esperienza nel tragico mondo dell’editoria.
E’ da qualche tempo che, tra me e me, cerco di fare il punto della situazione. Ho cominciato a scrivere “pubblicamente” alla fine del 2010 e mi ritrovo, dopo quattro anni, con alcune raccolte di racconti e di poesie pubblicate, molte antologie, qualche premio, testi vari sparsi sul web e su qualche rivista. Bilancio positivo o negativo? Non so. Per alcuni aspetti non dovrei lamentarmi: sono riuscita a pubblicare, sempre rigorosamente con case editrici NO EAP, ho avuto qualche buona recensione, qualche lettore che non ha rimpianto il tempo che mi ha dedicato. Epperò…
Però sono comunque abbastanza sconcertata da quello che ho visto e sperimentato in questo mondo imprevedibile degli autori “emergenti”, dei premi letterari, degli editori piccoli medi e grandi, degli editor, dei siti, dei blog, dei recensori. Ed è di questo che vi parlerò, tra il serio e il faceto.
So che quello che racconterò non servirà a dissuadere nessun aspirante scrittore dalle sue ambizioni, né saranno consigli pratici (detesto i consigli, anche quando sono saggi): mi limiterò a descrivere le tragicomiche avventure che ci aspettano quando ci addentriamo, con l’entusiasmo e l’ingenuità dei neofiti, in questo ambiente.

Quando ho deciso di far uscire le mie cose dalla rassicurante polvere del cassetto, la mia idea era di cominciare in sordina, sperimentare, imparare, conoscere e farmi conoscere usando anche il web e la rete, non chiedere mai favori a nessuno, e vedere dove sarei andata a parare. Per mia natura io sto sempre scomodamente in mezzo: tra i ruspanti e gli intellettuali, tra i semplici e gli snob. Forse dovrei imparare a collocarmi, a prendere posizioni meno sfumate e meno complicate. Tuttavia credo che gli scrittori (o gli aspiranti, i sedicenti tali), buoni e cattivi, scrivano per i lettori, quei pochi che ancora ci sono. Quindi in mezzo ai lettori volevo formarmi e stare, senza filtri. Ho cominciato in punta di piedi, con umiltà, facendo degli errori, cercando di divertirmi e di imparare (a scrivere meglio, a muovermi nell’ambiente). Gli esiti? Ve li racconterò. Poi, se ci sarete, proverò insieme a voi a trarre qualche conclusione e qualche ipotesi di lavoro per il futuro.

martedì 23 settembre 2014

Recensioni in 10 righe: Kanae Minato, Confessione

Una professoressa, due alunni che le hanno assassinato la figlioletta, un mondo torbido in cui vittime e carnefici si distinguono con difficoltà. Nessuno è innocente in questo romanzo, tuttavia ciascuno ha una pena segreta, una violenza subita ingiustamente, solitudine, rabbia, vuoto affettivo che possono in parte motivare la malvagità, ma non spiegarla del tutto. Resta in ognuno dei personaggi un lato oscuro, il luogo in cui dovrebbe stare la coscienza e invece non c'è nulla. La storia è semplice ma inquietante. La scelta di narrare l'accaduto attraverso il punto di vista di tutti i protagonisti a turno, consente di rivelare pensieri e ossessioni di ciascuno di loro e di realizzare alla fine un affresco corale di una società chiusa e malata. Questa scelta narrativa ha però reso la lettura meno avvincente: il racconto soffre di un' eccessiva lentezza. Altro punto debole, a mio parere, una certa astrattezza dell'ambientazione: tutto avviene come in un racconto filosofico, molti particolari della storia sono eccessivi e poco realistici. L'autrice sembra più interessata a indagare l'origine del male che a intrattenere il lettore con un thriller, malgrado la trama sembri quella tipica di un romanzo di genere.

Voto: ***

lunedì 22 settembre 2014

Lepiùstraneinterviste: Vera D'Atri


Ciao. Cominciamo con una domanda facile facile, tanto per rompere il ghiaccio: ma tu chi sei, veramente? 

-Sono malgrado tutto la prima persona che mi viene in mente.

Raccontaci un tuo autentico trauma infantile in non più di 350 battute. E senza metterti a piangere.

-Assaporavo una pesca “spaccarella”. Ero malata, febbre alta e fuori un mese caldissimo di giugno. La stanza era vuota. Mia madre in cucina, mia sorella nel parchetto. Dalla pesca esce una forcinella nera che mi sfiora le labbra. Qui tutto si fa nero. Io grido. Qualunque insetto oggi mi dà la stessa sensazione. I traumi restano traumi.

La cosa più cretina che hai fatto per amore (di una persona, di un ideale, di te stessa)? 

-La cosa più cretina che ho fatto e che continuo a fare è credere di non farcela.

Descrivici l’uomo dei tuoi sogni, quello, per capirci,  con cui, se lo incontrassi davvero, non avresti mai il coraggio di attaccare bottone. 

-Eppure l’ho inseguito. Altro che bottone, ci siamo sposati.

Sei scrittrice. Qual è la tua opera preferita, quella che nel segreto del tuo cuore vorresti tutti leggessero per potersi innamorare di te? 

-La mia opera preferita ... qui si spalanca il dubbio. Forse una piccola poesia che inizia così: Non riuscivo a spegnere..

Sei scrittrice, ma anche donna di mondo. Qual è la cosa più fetente che hai scritto, e magari pure pubblicato? Quella per cui ancora ti sputi in un occhio tutte le mattine, guardandoti allo specchio? Se ti vergogni troppo puoi dire anche: “Nessuna”, tanto non ci crediamo nemmeno se giuri. 

-Quanto a cose fetenti non mancano ma anche qui l’individuazione è ardua. Posso far riferimento comunque ad un vecchio testo sulla rivoluzione napoletana del 1799. Testo che se ricordo bene era pieno di retorica e cose approssimate. Non è stato pubblicato. Per fortuna.

Oltre a fare la scrittrice, fai anche qualcosa di utile nella vita? Non è sufficiente rispondere “sì”, devi anche dire cosa e avere le prove. 

-Non faccio nulla di utile nella vita se non quella di amare la vita. L’età non me lo permette più.

Come spiegheresti la poesia a un bambino? (C'è bisogno di spiegargliela?)

-Secondo me si dovrebbe dire ad un bambino che la poesia è quel modo di scrivere con cui
  si riescono a scrivere e a dire le cose che non si sanno.

Ma non finisce qui. Sei di destra, di sinistra, di centro, vendi il tuo voto a chi ti fa un favore, sei superiore a queste cose? E soprattutto perché? 

-Sono un tantino a sinistra della sinistra. Perché la politica deve occuparsi dei deboli. Gli altri non ne hanno bisogno.

Adesso finalmente puoi dire quello che vuoi: recitare una tua poesia, parlare delle tue opere, promuovere l’ultima pubblicazione, informarci dei prossimi eventi, uscite, presentazioni, spettacoli. 

-Qualche giorno fa ho letto alcuni testi per la manifestazione "Sott’’e bombe". Napoli ricordava i bombardamenti del 43 in uno dei rifugi sotterranei in origine acquedotto greco. Domenica 28 settembre sarò sempre con miei testi all’ evento "Libri di terra libri di mare" a Pozzuoli. Nessuna uscita è prevista a breve. Scrivo molto ma poi non seguo un percorso ordinato. Vivo nello sparpagliamento completo.

Però due dei tuoi libri vorrei ricordarli io. Eccoli:

Lo trovate qui

Trovate "Una data segnata per partire" qui
Grazie Vera e buona fortuna!

domenica 21 settembre 2014

LA MONETA di Vera D'Atri

Questa settimana è nostra ospite Vera D'Atri: autrice di racconti, romanzi e bellissime poesie, ha accettato con grande gentilezza di rispondere alla stranaintervista (domani su Dentro il cerchio). Oggi ci regala un racconto, bizzarro e suggestivo.


La moneta
di Vera D’Atri

Nel togliere la mano dalla tasca, la moneta, che ha così spasmodicamente tentato di estrarre dai jeans, gli scivola via e rotola sotto il letto. Il cameriere c’è rimasto male ma comunque si è dato la briga di non mostrarsi deluso. Buonasera signore.
Buonasera.  
Hubert richiude la porta. E’ in un bagno di sudore. Si libera dello zaino, dal quale alcuni oggetti stanno facendo capolino per via di una lampo difettosa.  Comincia a sfilarli. Sistema su di un piccolo scrittorio di legno scuro la guida di Praga, una banana, un K-way nero piegato a cubetto, un plettro di chitarra.
La stanza d’albergo è di dimensioni millimetriche e non è agevole muoversi al suo interno. Hubert va urtando di qua e di là. Ma è molto simpatica. Ha un che di vecchia cortesia. Una finestra di dimensioni lillipuziane fa entrare in quel momento la luce morbida del crepuscolo e l’insieme, sebbene non più grande di un guscio d’uovo, è piacevole e sembra promettere un tranquillo soggiorno in centro. Comunque, se ora vuole recuperare la moneta deve spostare un puff rotondo che lo sta intralciando. E’ stanco ma non vuole rimandare. Prima la moneta e poi una bella doccia, pensa. Sono appena le sette di sera e dopo la doccia uscirà a godersi le vie, una birra con qualche nuova amicizia, forse l’alba da una riva della Moldava. Ma adesso? Ah, sì, deve recuperare la moneta.  
Ha le spalle doloranti. Si piega, è un po’ frastornato dal lungo viaggio e dall’odore di cera che domina nella stanza. Posa la tempia sul parquet e guarda sotto al letto.
E che diamine! Esclama.
Inghiotte. Lo sconcerto lo paralizza. Il cuore va all’impazzata. Cerca di non urlare. Poi, prima di chiamare qualcuno del personale, decide di dare un’ulteriore occhiata, perché hai visto mai, si dice, dovessero prendermi per pazzo!
Sbircia.
 -Non sono pazzo -
Hubert si rialza di scatto, entra in bagno, si schiaffa acqua gelata sulla faccia, si dà due pugni in petto, si liscia il pizzetto alla Rembrantd e poi torna sul lato del letto. Si china ancora una volta strabiliato con l’intenzione di bloccare quella cosa che muove, disarticolandole, un bel po’ di zampette nere e che gli domanda:
“Non la vuoi la tua moneta?”
Con una zampetta lucida e solleticante uno scarafaggio di un metro e mezzo gliela sta allungando. Lo so, dice, sono disgustoso, ma tutti quelli che vengono a Praga si aspettano di trovare Gregor Samsa, che sarei io, così il direttore dell’albergo mi ha scritturato; in fondo ciò rientra nel cliché di Praga Magica. Quest’anno viene festeggiato con iniziative di prim’ordine.
E’ talmente frastornato da ciò che ha visto e udito che ora Hubert ammette che la trovata non è male. Personaggi di libri famosi. Urca. Lui ha letto La metamorfosi.
E subito con l’intento di non farsi vedere intimorito, “e tuo padre? Arriva o non arriva il benedett’uomo?”  gli chiede.
Per fortuna non lo hanno scritturato. Si sono limitati. Del resto che vuoi le spese devono essere contenute. Io, anche se protagonista, mi accontento di poco.
Hubert, girando la testa dall’altra parte, allunga la mano e recupera la moneta. E’ pazzesco si dice, è veramente troppo. Poi continua a dimostrarsi disinvolto con quella cosa là; è come preso da una irresistibile voglia di puntualizzare, come se, proseguendo in quella discussione strampalata, potesse ricondurre quell’incontro ad un’avventura di viaggio.
“Ma se non mi fossi piegato a rovistare qua sotto, cosa avresti fatto?”
“Perché esiste qualcuno che non sbirci sotto il letto quando prende possesso di una stanza?”
“Che dici? Al giorno d’oggi non c’è più nessuno che si metta a fare questo. Di solito si guarda fuori della finestra se per caso stanno arrivando aerei. Inoltre se si avvistano si fa un rapido calcolo e se si pensa che stiano puntando al successivo palazzo si continua tranquillamente a fare ciò che si stava facendo un attimo prima”.
Gregor tace per un po’. Poi “Devo ammettere, dice, devo ammettere che hai ragione, oggi è così. Chi va più a pensare che si possano trovare blatte della mia dimensione? Bombe intelligenti, meteoriti, virus, la faccia su tutti gli schermi perché se ne è fatta una veramente sporca; paure moderne. La bruttezza di noi abominevoli è probabilmente roba superata”.
Hubert fa caso al noi. Ne è colpito, poi si riprende.
“Credimi bestione, i mostri oscuri e sonnolenti non sono più in classifica”.
“Eppure penso, gli fa Gregor, che a chiunque si desse lo sfortunato caso di incontrare una blatta infinitamente più piccola di come sono io, diciamo di quelle che sbucano dal battiscopa, allora apriti cielo! Terrore e schifo come al solito!”
“Beh, sicuro!”
“Sai che ti dico, ti dico che non mi dispiace la scarafaggeria che mi sono conquistata. Come essere umano problemi ne avevo. Deludere un padre, non è poco, quanto a scarafaggio invece posso essere un vanto”.
Hubert si gratta il pizzetto biondiccio, la sua prima peluria che gli è di compagnia e di grande conforto.
Si siede sul pavimento.  Getta la moneta in aria una, due, tre volte - che situazione! - Pensa. Poi ha una curiosità.
“Ma nelle altre stanze?”
“Nelle altre stanze non c’è assolutamente niente. Di Gregor il mutante ci sono solo io”.
“Allora chiederò un’altra sistemazione”.
Lo scarafaggio si serra in una rabbia silenziosa; le zampette rientrano tutte assieme sotto la corazza. Vibra lievemente.
Hubert  si rialza. Sbuffa. Sotto al letto ha la creatura più disgustosa che si possa mai immaginare ed è legittimo, assolutamente legittimo che gli sia concesso di protestare.
Ma cosa potrebbe mai andare a dire a quei bravi e premurosi maitre giù alla reception? “Guardate che avete esagerato con Praga Magica!” E quelli:
“Ma voi perché siete venuto a Praga? Praga merita, è una splendida città ma ne esistono molte altre. Lei non è andato a Parigi o ad Atene, per esempio, non ha scelto Il Cairo o Città del Messico, caro signore. Ha scelto Praga.”
“E che vuol dire questo, ch’io mi detta tenere quella roba sotto al letto solo perché ..”.
- Già perché ho scelto Praga? -
Le guglie ed i vicoli in uno strano impasto di cose lette e cose appena percepite giù nel profondo, sentirlo, quello scarafaggio, toccarlo, esserlo. Provare, provare che è nel disgusto degli altri che affonda tutta la paura.
Girarsi nel letto nelle stesse mattine umide, grige, lattiginose come le mattine a casa sua, eppure essere lontano, una fantasia, un meschino mescolare le cose. - Che sciocchezza! -
Sotto la doccia si riprende. In fondo è una cosa che potrà andare in giro a raccontare questa dello scarafaggio. Potrà mentire e ai  più impressionabili dire che era di plastica.
Sulla strada i lampioni si sono appena accesi. La luce della sera ne assorbe il violetto. A passo svelto Hubert va verso il Castello.
Quando rientra è molto tardi e si getta sul letto senza esitare.

Durante la notte si volta su di un fianco e tocca con le nocche il pavimento. Gregor porge una delle sue zampette.  Sono ragazzi. Vengono da oscure afflizioni. E Praga è una strana città. 


Vera D’Atri è nata a Roma nel marzo del 1948. Vive a Napoli dal 1992. Ha conseguito il diploma di archivista all’archivio di Stato di Napoli. Solo dopo il 1997 si interessa di scrittura redigendo numerosi racconti e alcune brevi poesie facenti parte della raccolta “Abitare Sparta”  con la quale ottiene una menzione di merito al premio Lorenzo Montano diciassettesima edizione. A questa fanno seguito una piccola silloge poetica delle Edizioni della Biblioteca a cura di Giovanni Pugliese intitolata “Il museo di vaniglia” e nel 2009 la pubblicazione della silloge “Una data segnata per partire” edita dalla Kolibris di Bologna con prefazione di Rossella Tempesta. All’attivo anche alcuni racconti pubblicati in antologie e su riviste e un romanzo “ Buona bella brava” edito dalla Robin Edizioni nel 2010 e recensito da Enzo Rega su l’Indice dei libri. Suoi testi poetici compaiono su riviste, inserti culturali e numerosi blog (Opere inedite, Il giardino dei poeti,Transiti poetici, La casa senza tempo, La stanza di Nightingale, Gli occhi di Blimunda, Poetarum silva). E’ presente inoltre nell’antologia “La giusta collera” edita da CFR e su “Alter ego - Poeti al MANN” ed è tra i vincitori del concorso “La vita in prosa 2011” con un racconto edito nell’antologia curata da Ivano Mugnaini e seconda classificata al concorso “ Scrivere a corte ” sempre del 2011. Terza classificata al premio Di Liegro 2012 sezione poesia. Sempre per la poesia è finalista al Premio Mazzacurati-Russo delle Edizioni d’If 2012-2013 con la plaquette “Tutte donne” che verrà a far parte del Registro curato da Gabriele Frasca. A maggio 2013 esce la plaquette “Una tenace invadenza” a cura di Libro Aperto Edizioni. Ad ottobre 2013 è tra i vincitori al premio Michele Sovente, seconda edizione, sezione poesia inedita.

martedì 16 settembre 2014

Lepiùstraneinterviste: Stefano Pastor

Buongiorno, carissimi. Come promesso, ecco la nuovissima, fiammante intervista a Stefano Pastor. Vi prego di notare uno strano fenomeno, ai confini del paranormale: a domande assolutamente stupide i miei ospiti riescono a dare risposte dignitose e divertenti. Lode a loro, e cominciamo.


1) Ciao. Cominciamo con una domanda facile facile, tanto per rompere il ghiaccio: ma tu chi sei, veramente?

Una lumaca, sempre chiusa nel suo guscio. Una chiocciola piuttosto incasinata in cui è facile perdersi, ma dotata di connessione internet, in modo da fingermi reale. Non è il massimo visto che vorrei impormi in un settore dove tutto sembra essersi ridotto alla presenza fisica.

2) Raccontaci un tuo autentico trauma infantile in non più di 350 battute. E senza metterti a piangere.

Tantissimo tempo fa ho cercato di salvare un gattino che alcuni miei compagni volevano annegare. Per farlo ho chiesto aiuto a ragazzi più grandi. L’hanno salvato ma poi hanno detto che ormai era spacciato. A me sembrava che stesse benissimo, solo un po’ bagnato, ma loro mi hanno convinto che andava soppresso, per umanità. L’hanno gettato nel fiume, ma il gattino, bello vispo, è riuscito a salvarsi salendo su uno scoglio. Allora hanno deciso di finirlo a sassate e l’hanno lapidato. A quel tempo ero piccolissimo, sette o otto anni, e ne sono rimasto sconvolto. È l’unico ricordo personale che ho inserito in uno dei miei libri, ma lì il gattino l’ho salvato.

3) La cosa più cretina che hai fatto per amore (di una persona, di un ideale, di te stesso)?

Cambiare il finale di un mio libro, perché il protagonista aveva fatto una brutta fine. Mi dispiaceva tantissimo, mi ero troppo affezionato, così ho buttato via il finale (tra l’altro perfettissimo) e l’ho riscritto ex-novo (così così) regalandogli il lieto fine. Non dico il nome del personaggio e neppure del libro, ma è stata proprio una cretinata.

4) Descrivici la donna dei tuoi sogni, quella, per capirci,  con cui, se la incontrassi davvero, non avresti mai il coraggio di attaccare bottone.

C’è lei, soltanto lei, da tantissimo tempo. Dal lontanissimo 1988 domina i miei sogni. L’unica, strabiliante, sensuale, inimitabile Jessica Rabbit! Eh? Dici che è un cartone animato e non una persona in carne e ossa? Nessuno è perfetto, basta sapersi accontentare. E a me Jessica basterebbe. Ha un marito, dici? In salmì con contorno di patatine potrebbe andare bene?
   
5) Sei scrittore. Qual è la tua opera preferita, quella che nel segreto del tuo cuore vorresti tutti leggessero per potersi innamorare di te?

Quella che ho appena pubblicato, “La mia favola”. Non so se sia la migliore che ho scritto, anche se un tempo ne ero convinto, però è quella a cui mi sento più legato. Per questo l’ho scelta per inaugurare la mia nuova vita.

6) Sei scrittore, ma anche uomo di mondo. Qual è la cosa più fetente che hai scritto, e magari pure pubblicato? Quella per cui ancora ti sputi in un occhio tutte le mattine, guardandoti allo specchio? Se ti vergogni troppo puoi dire anche: “Nessuna”, tanto non ci crediamo nemmeno se giuri.

Tralasciando i racconti, in cui ho partorito qualche abominio, ci sono alcuni romanzi di cui non vado troppo fiero. Nulla di irreparabile, ho intenzione di riscriverli, ma nella forma attuale non li pubblicherei mai. Tra quelli pubblicati il più imperfetto è “Morte”. Al momento è fuori catalogo e intendo sottoporlo a una ferrea revisione prima di riproporlo di nuovo.

7) Oltre a fare lo scrittore, fai anche qualcosa di utile nella vita? Non è sufficiente rispondere “sì”, devi anche dire cosa e avere le prove.

No. Non più. Utile proprio no. Non faccio neppure lo scrittore. Sono dell’idea che anche scrivere sia una professione, quindi possa considerarsi scrittore solo chi vive del proprio lavoro. Io non ci campo, proprio no.

8) Domandona a sorpresa personalizzata: 
L'immaginario infantile è la chiave di molti tuoi romanzi, anche se i tuoi sono bambini quasi sempre soli, assennati, più adulti degli adulti. Da cosa nasce questa tua "ossessione" letteraria per l'infanzia e perchè la coltivi tanto assiduamente?

È la domanda più difficile a cui rispondere, non è facile auto-psicanalizzarmi. Posso dire che l'infanzia è stato il momento più bello della mia vita, il più avventuroso, nonostante tutto. Col passare degli anni ne sento sempre più la mancanza. I miei bambini sono assennati, si comportano da adulti, ma anch'io alla loro età credevo di essere maturo e cercavo di comportarmi come tale. Più che un'ossessione direi che si tratta di stile, ho scoperto che i libri vengono meglio usando personaggi giovani, e mi diverto pure di più.

9) Ma non finisce qui. Sei di destra, di sinistra, di centro, vendi il tuo voto a chi ti fa un favore, sei superiore a queste cose? 
E soprattutto perché?

Sono una banderuola, facilmente influenzabile. Negli anni ho creduto veramente che questa o quella forma politica potessero fare qualcosa di buono. Mi hanno deluso tutte. Ora non riesco più a entusiasmarmi. Non dico che sono diventato anarchico, ma ci sono molto vicino. In ogni caso non mi vendo, anche se faccio la figura dell’idiota. Poi dipende tutto dalla cifra… forse finora non mi hanno mai valutato abbastanza.

10) Adesso finalmente puoi dire quello che vuoi: recitare una tua poesia, parlare delle tue opere, promuovere l’ultima pubblicazione, informarci dei prossimi eventi, uscite, presentazioni, spettacoli.

Giacché sono costretto… col primo di settembre la mia vita è cambiata. Ho tentato qualcosa di nuovo, pionieristico. Sono diventato un autore indipendente. Mi produco e mi vendo da solo, su Amazon. Dici che lo fanno tutti e non c’è niente di nuovo? Forse, però io ho deciso di farlo con metodo. Ho creato una collana, ILLUSION, in cui pubblicherò un romanzo al mese. Il primo di ogni mese, puntuale, sarà in vendita un nuovo romanzo, sia in cartaceo che in ebook. “La mia favola”, un thriller-horror, è stato il primo, “Freaks”, un fantasy-horror, uscirà in ottobre. Quanto andrò avanti? Chissà, spero per molto tempo. Dici che è impossibile scrivere un libro al mese? Ma io i libri li ho già, sono anni che li accumulo e ormai ho perso la speranza di vederli pubblicati in vita. I tempi dell’editoria sono troppo lenti e io non riesco ad adattarmi. Devo dire che è una bella sfida occuparmi di tutto quanto, dalla copertina all’impaginazione, i vari formati, le revisioni. Non sono solo, ma è comunque impegnativo. I risultati? Quelli si vedranno solo col tempo, quando la collana crescerà, e si spera anche le vendite. In questo non ho fretta, sono convinto che le mie storie possano essere una lettura piacevole per molti e prima o poi riusciranno a crearsi un pubblico fedele.

Uhm, questa nuova serie mi incuriosisce molto, la seguirò senz'altro. Per ora ecco le copertine e il link alla pagina fb dedicata a Illusion.

lo trovate qui

In uscita a ottobre

 Grazie Stefano, buona fortuna e a presto!

lunedì 15 settembre 2014

SPECCHIO di Stefano Pastor

Su Dentro il cerchio oggi un ospite davvero gradito: Stefano Pastor, autore di numerosi romanzi e racconti, di vario genere ma tutti con una vena fantastica e inquietante che è sua, originalissima.
Ci regala un racconto breve vincitore, qualche tempo fa, del mitico contest Minuti Contati e ora edito nell'omonima antologia di Nero Press, sull'affascinante tema del doppio e della gemellanza. 



SPECCHIO
di Stefano Pastor

Le accarezzò la guancia, poi la mano scese leggera lungo il collo. I suoi occhi erano azzurri, così chiari da sembrare luminosi. I capelli biondi scendevano morbidi sulle spalle. Era ancora molto bella.
«Quanti anni sono, Jessica?»
L’abito era verde, sgargiante, con la vita alta, che metteva in risalto il seno. Indossava un paio di orecchini, con piramidi d’argento rovesciate.
«Cinque anni, Eva. Perché mi hai chiamata?»
Era impressionante, cinque anni che non si vedevano, eppure erano ancora identiche. Avevano la stessa acconciatura, indossavano il medesimo vestito, persino gli orecchini erano gli stessi. Niente era stato programmato, era venuto spontaneo a entrambe, senza bisogno di pensarci.
Tra loro era sempre stato così, erano più che gemelle, le loro menti erano simili, collegate in ogni istante della vita, anche se a volte passavano anni senza incontrarsi.
«A dicembre sei stata male.»
«Una sciocchezza. Anche tu?»
«Vi siete lasciati, ho sentito.»
Alzò le spalle. «Ora sono anch’io divorziata come te.»
Convenevoli indispensabili, tra due sorelle che non si incontrano da così tanto tempo.
«Perché mi hai chiamato?» chiese di nuovo Jessica. «Non ci siamo lasciate molto bene, l’ultima volta.»
«Siamo più simili di quanto vorremmo.»
«Stai male, vero? Hai qualche malattia. È qualcosa di serio, ne sono sicura.»
«L’hai sentito?»
«Certo che l’ho sentito! È sempre successo, e stavolta più che mai. È qualcosa di molto grave, ne sono certa.»
Eva considerò finiti i convenevoli e indicò il tavolo. «Siediti, mangiamo, parleremo con più calma dopo.»
Una di fronte all’altra parevano riflesse in uno specchio.
Eva versò da bere per entrambe, poi glielo disse. «Ho il cancro, Jessica. Un cancro all’ultimo stadio. Non c’è più niente da fare.»
«Oh, mio Dio!»
«Non fare l’ipocrita, per favore. Noi non ci amiamo, non siamo neppure amiche, siamo troppo simili per fingere.»
«Questo non c’entra. Mi dispiace lo stesso.»
Eva svuotò il calice e lo riempì di nuovo. Ne versò anche a Jessica.
«Hai paura?»
«Per te? Sì, certo.»
«No, non per me. Hai paura di quello che proverai quando morirò?»
Jessica rimase a bocca aperta.
«Quando ti sei rotta una gamba, da bambine, io sono stata malissimo, non potevo più muovermi. E quando ti hanno operata di appendicite è stato straziante, ho urlato per tutta la notte.»
«È diverso,» mormorò Jessica, ma aveva paura.
«Ti sei mai chiesta cosa ci aspetta dopo? Se c’è qualcosa, oppure no? Non è terribile non sapere?»
Jessica era sempre più a disagio. «Non ci tengo proprio.»
«Finora nessuno è mai tornato per raccontarlo. Questa potrebbe essere la prima volta.»
«Cosa stai dicendo?» strillò.
«Quando morirò, tu lo vedrai. Vedrai cosa c’è dall’altra parte. Saprai cosa provo io.»
«È un’assurdità!»
«È tanto che ci penso, sai? Sapere cosa c’è dall’altra parte, cosa mi aspetta. Ne ho paura. È terribile non sapere. Dover morire e non sapere.»
«Forse è meglio, non credi?»
«Be’, io non sono fatta così. Io odio le sorprese. Non sopporto di andarmene in questo modo.»
Jessica sospirò. «Cosa vuoi che faccia? Perché ti conosco, tu vuoi sempre qualcosa. E smettila con queste stupidaggini dell’aldilà, dimmi di cosa hai bisogno.»
«Oh, quello di cui ho bisogno tu lo stai già facendo.»
«Che significa?»
«Penso che sia l’unica soluzione. L’unico modo per sapere. Devi essere tu a dirmelo. Devi andare prima di me.»
Jessica era esterrefatta. Cercò di alzarsi in piedi ma ebbe un capogiro. Ripiombò a sedere, sconvolta. «Che cosa mi hai fatto?»
«Ti ho uccisa, temo, ma non avevo scelta.»
«Sei pazza!»
«Quando sarai di là, io lo saprò. Saprò cosa mi aspetta.»
«Non puoi! Non puoi!»
«Tranquilla, non sarà doloroso. Fra pochi minuti sarà tutto finito.»
«Perché? Perché?»
Eva allungò il braccio e le accarezzò una mano.
«Non avere paura, non ti lascio sola.»
Ci vollero tre minuti prima che la morte la raggiungesse. Tre minuti in cui non riuscì più a parlare né a muoversi perché il veleno l’aveva paralizzata. Solo i suoi occhi erano vivi e pieni di terrore. Poi si spensero anch’essi.
Anche gli occhi di Eva si spensero, per un lungo, interminabile minuto.
Poi tornarono vivi, e luccicavano più che mai.
Un sorriso apparve sul suo volto. Un sorriso di trionfo. Si mise a ridere, mentre estraeva dalla borsetta la rivoltella.
«Sto arrivando, Jessica, non preoccuparti. Ora vengo anch’io.»
Poi se la puntò alla tempia e sparò.





STEFANO PASTOR ha al suo attivo una quindicina di libri pubblicati con varie case editrici. Tratta i generi più disparati: thriller e horror, av­ventura e fantasy, drammatici e soprat­tutto fantastici. Ultimi romanzi pubblicati Il Giocattolaio (Fazi, 2012) e Figli che odiano le madri (Fazi, 2013). A settembre 2014 ha pubblicato per la collana Illusion il thriller-horror La mia Favola. In pubblicazione per ottobre il romanzo Freaks.


Volete conoscerlo meglio? Tornate su Dentro il cerchio anche domani: troverete una nuova, azzardatissima, piùstranaintervista.