giovedì 23 agosto 2012

Mamma, guardami! (Essere goripardo)


Mi affanno in salita, ma non ce la faccio a stare dietro ai miei fratelli. Mamma li lascia passare e si ferma ad aspettarmi. Quando la raggiungo, però, raggela il mio affetto e la mia gratitudine con le solite odiose parole, che mi ripete senza neppure guardarmi: “Vergognati. Un goripardo come si deve si arrampica su un albero come questo con poche zampate, e intanto canta di gioia. Vergogna, sei un incapace.”
Afflitto, triste fino al pianto, mi avvicino agli altri, che stanno già mangiando con avidità i frutti rossi che fiammeggiano sui rami. Vocalizzano il loro entusiasmo, gli altri, riempiendosi la pancia e la bocca di quel sapore acido e orrendo, che io detesto. Ma devo pur mangiare, e mi rassegno a mordere qualcosa, in disparte, con gli occhi bassi. Mamma non mi degna neppure di uno sguardo, come al solito. Piuttosto partecipa all’allegria dei miei fratelli staccando frutti a ripetizione e spiegando quali sono i più adatti e i più dolci: “Un goripardo quasi adulto come voi dovrebbe mangiarne fino a sentire lo stomaco tirare; danno forza e rendono sano il pelo e le zanne.” Io, di nascosto, sputo il mio boccone; puzza e il disgusto è intollerabile.
Scendiamo dall’albero e mamma ci guida giù, per stenderci all’ombra e riposare. Io però perdo la presa e cado pesantemente, con un tonfo: il dolore alla zampa è atroce, mi lamento. I miei fratelli ridono e mia madre ride con loro, poi mi sibila, senza voltarsi: “Non si è mai visto un vero goripardo cadere dagli alberi. Che oscenità! Sei il disonore della nostra famiglia!”
Non è la prima volta che succede, anzi, succede tutti i giorni, in continuazione. E io non dico niente, quando mamma mi rimprovera, quando i miei fratelli mi scherniscono. Ma soffro, soffro moltissimo. Dio sa se vorrei essere un bravo goripardo. Dio sa se ci ho provato, se ci provo.
Ma poi, all’improvviso, mentre mamma e gli altri si appisolano all’ombra, sento crescere in me una rabbia, un rancore, un’insofferenza mai provati prima. Cerco di calmarmi, ma più respiro più mi eccito. Non so che mi prende: mi alzo, ancora zoppicante, e vado a piazzarmi davanti al muso di mia madre, che ha gli occhi chiusi, ma so che non dorme del tutto.
“Mamma, guardami!” le intimo con una voce forte e decisa che non sapevo di avere. Lei apre distrattamente un occhio, ma non lo posa su di me. “Cosa c’è? Perché strilli? Un vero goripardo dopo il pasto dorme, non va in giro a schiamazzare…”
“Mamma guardami!” grido ancora più forte. “Io non sono un goripardo, mamma.” Ora sì, che mi guarda. Mi sta guardando, finalmente, e io posso sputarle in faccia la mia verità:
“Io sono una paperopoda piumata, mamma.”
Tace. I miei fratelli continuano a dormire, ignari. Tace ma il suo respiro si fa affannoso e le pupille diventano una fessura. Mi piace, ora che mi guarda così come sono. Dopo parecchi respiri, riesce solo a mugolare, con la coda bassa e dondolando la testa per la vergogna: “Ci siamo accoppiati una sola volta, una volta sola… Come è potuto succedere?”
Ora sono io, che non voglio più guardarla. “Mamma, sei meschina. Mi aspettavo di più, da una goriparda.” dico sogghignando.
Le volto le spalle e mi allontano. Zoppico un po’. Non so dove andrò, cosa sarà di me. Ma per la prima volta so di essere orgogliosa delle mie sei zampe palmate e delle enormi piume rosa che rendono così bello e così vulnerabile il mio dorso.