sabato 3 dicembre 2011

Scacco al Re

Da quasi un mese Serena mi aspetta in soggiorno tutte le sere, alle nove. Mette in ordine, spegne il televisore quando è acceso. Poi scrupolosamente prepara la scacchiera (che, noi lo sappiamo, è solo un pretesto), sistema le sedie e infine mette qualcosa di buono sul tavolino piccolo, a portata di mano, dovessimo avere fame o sete durante la partita. Appena arrivo anch’io, dalla cucina o dallo studio, mi abbraccia con gratitudine e sorride. Serena da quasi un mese non sorride mai, se non la sera, prima di cominciare il nostro gioco. Scegliamo i pezzi, o meglio io lascio scegliere lei, che preferisce sempre i Bianchi. Stiamo insieme da tanto tempo, abbiamo vissuto insieme grandi gioie e dolori estremi: per questo non mi è difficile intuire l’origine di molte delle sue apparenti stranezze, per questo non mi ribello mai alla sua volontà. Almeno non durante la nostra partita delle nove.
Serena è sempre molto ansiosa di cominciare, io no: tergiverso, prendo tempo, provo a trovare un argomento qualsiasi di conversazione che la distolga almeno per qualche minuto ancora dagli scacchi. Non ci riesco mai. Sbuffa, risponde a monosillabi, infine si siede di fronte alla scacchiera e mi guarda severa, finché non cedo e mi siedo anch’io. Solo allora sorride, di nuovo, e qualche volta mi manda anche un bacio leggero da lontano. Serena non mi bacia più, da quasi un mese, se non qualche volta dall’altro capo della scacchiera: quelle sere mi sento quasi felice, e fortunato. Mi concentro sulla partita e decido di impegnarmi, di giocare bene. Io sono un giocatore abbastanza mediocre, Serena invece è bravissima. Non so come e quando abbia imparato. È strano questo talento, per una donna: gli scacchi, si dice, sono un gioco di estrema violenza. 
La prima mossa è scontata, è sempre la stessa: “Dio non esiste” dice Serena con decisione sommessa e tagliente, e sposta il suo pezzo. 
“Se non esistesse non staremmo qui a parlarne” dico io quasi rassegnato, e muovo. 
“Ne parliamo come potremmo parlare del mostro di Loch Ness. A qualcuno è venuta l’idea, molti ne sono rimasti affascinati e tutti vorremmo che la storia fosse vera. Ma tutti sappiamo che non lo è, anche se non sempre vogliamo ammetterlo.” e mentre parla aggiunge una mossa prevedibile, anche sulla scacchiera. 
“Io ci credo, e so che esiste. La fede è un dono di Dio.” Questo è un argomento che uso sempre, mi piace anche se ne intuisco la debolezza. Come risponderà, questa sera? 
“Non vale, quello che dici è indimostrabile. Io non ci credo e so che non esiste. Dio non esiste e dunque non può fare doni.” Detto questo, Serena fa con il cavallo una mossa più elegante, a cui tuttavia posso ancora replicare. 
“Se non ammettiamo un Creatore, le probabilità che la vita si sia formata per caso sono ancora più esigue di quelle che avrebbe una scimmia di scrivere la Divina Commedia battendo senza criterio sulla tastiera del pc.” E questi sono fatti. 
Ma Serena fa una lunga smorfia di disgusto: “Oddio, questa è proprio vecchia. Non sei in forma stasera. La materia alla vita ci è arrivata e, date determinate circostanze, non poteva non arrivarci. Qualsiasi concorso complesso di eventi è sempre estremamente improbabile a verificarsi, eppure talvolta, oplà, si verifica. Dio non ha niente a che fare con questo.” 
A questo punto comincio a innervosirmi. E come tutte le sere me lo chiedo: perché mi costringe a questo gioco? E io perché accetto di giocare? 
Esito qualche minuto, cerco di tornare a concentrarmi sulle mosse che mi restano da fare. Serena dopo un po’ comincia a manifestare il suo nervosismo: respira veloce, si agita sulla sedia, mangiucchia senza sosta, e mi mette fretta. Sono costretto a ricominciare prima di essere pronto, usando un argomento debolissimo che però ora è il primo e l’unico che mi viene in mente: “E la materia da dove arriva?” chiedo, cercando di simulare una sicurezza che non ho. 
“Eh dai, anche questo no. Perché dovrebbe venire da qualche altra parte? C’è sempre stata, magari in forme differenti.” Che razza di mossa. E naturalmente anche con gli scacchi le cose si stanno mettendo maluccio, per me. 
Arranco: “Dio è luce. Come avrebbe potuto l’essere umano evolversi, diventare quello che è, senza una scintilla divina? Saremmo ancora animali, come tutti gli altri.” 
Stavolta Serena ride, di gusto: “Siamo animali come gli altri. Forse un po’ più scemi: stiamo lavorando alacremente per la nostra estinzione. I dinosauri almeno non l’hanno fatto apposta.” Sta attaccando la regina. Questa partita potrebbe finire prima del solito, malgrado tutti i miei buoni propositi. 
Mi gioco il tutto per tutto: “Pensa ai santi, ai martiri, a Madre Teresa… Perché un qualsiasi individuo dovrebbe mettere la sua vita al servizio degli altri? Perché dovrebbe accettare addirittura di perderla in nome di Dio, se Dio non esistesse e non gli desse la forza di farlo?” 
“La tua ignoranza mi stupisce. Gli animali sociali sono altruisti, sono fatti così: aiuta la sopravvivenza della specie.” Serena sorride con cinica e del tutto apparente soddisfazione, ma tiene gli occhi bassi e non mi guarda in faccia. Sono piccoli segnali: capisco che ci siamo quasi, non mi posso arrendere proprio ora. 
“Dio è amore. L’amore lo conosci, no?” La butto lì, eppure è la mia mossa migliore, la sola in cui posso davvero credere. Ma ormai aspetto la fine, so che è vicinissima. 
Senza alzare gli occhi, Serena comincia a gridare: “Se Dio davvero esistesse sarebbe l’assassino di mio figlio. Era innocente, era un bel bambino, era appena nato. Dio l’avrebbe prima chiamato e poi tolto di mezzo, senza una ragione. Sarebbe un Dio crudele, o un Dio pazzo, o un Dio che non può difendere le sue creature. Un Dio così, io non lo voglio. Dio non esiste.” Non muove più, piange e getta a terra con violenza la scacchiera. 
La prendo tra le mie braccia, come tutte le sere. “Hai vinto, hai vinto…” le dico, e intanto, piano, le accarezzo i capelli.

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