domenica 21 novembre 2010

365 storie cattive

365 storie cattive da 365 parole (al massimo) ciascuna. Scrittori già noti insieme a esordienti per un fine benefico: l'intero ricavato di questa antologia nera, promossa e curata dallo scrittore Paolo Franchini, sarà infatti devoluto ad A.I.S.EA Onlus, l'associazione che raggruppa le famiglie italiane con figli colpiti da Emiplegia Alternante (meno di 500 casi nel mondo, di cui 40 in Italia). Per saperne di più su questa malattia visitate il sito www.aiseaonlus.org.
L'antologia è in vendita su http://ilmiolibro.kataweb.it

mercoledì 10 novembre 2010

Infatti fai schifo

“Sei grassa. Dovresti fare qualcosa, andare in palestra, cose così…”
La ragazza, da sotto il cappuccio che le copriva il viso, non cercava affatto di nascondere il suo disgusto per il mio girovita.
“Ho cinquant’ anni e non ho tempo per questo. Del mio aspetto non mi importa granchè.”
“Infatti fai schifo. Di sicuro non scopi più da un pezzo.”
Ero esterrefatta: ma come si permetteva questa di dirmi certe cose? L’avevo tirata su mentre faceva l’autostop sotto una pioggia torrenziale, coperta da un enorme impermeabile verde. Ero stanca, ma mi aveva fatto pena, e di ragazzine che facevano l’autostop non ne vedevo più da decenni. L’avevo fatta salire senza guardarla bene in faccia, e senza fare presentazioni ero ripartita, sperando di arrivare presto e di non essere costretta a conversazioni di circostanza. Ma ora stava esagerando. Cercai di non perdere la pazienza. Respirai a fondo e chiesi:
“Non hai paura a fare l’ autostop di questi tempi?”
Esitò, come se non capisse:
“Quali tempi? Lo fanno tutti.”
Non volli contraddirla, ma la risposta mi suonò strana.
“Lavori?” mi chiese agitandosi e bagnando anche me col suo impermeabile fradicio.
“Faccio la segretaria.”
“Bello schifo.”
“Ehi, vacci piano. Perché tu cosa farai, da grande?”
“La pittrice. Io sono già grande.”
Mi girai, incuriosita: certi sogni mi erano familiari. Il cappuccio le era scivolato giù, e finalmente la vidi bene in viso: e fu una sorpresa, davvero. Accostai quasi sbandando, frenai di colpo e rimasi a fissarla a bocca aperta. Poi cominciai a ridere, a ridere senza freno, sempre più convulsamente. Lei taceva stranita, cercando di capire il motivo della mia scomposta ilarità.
Senza riuscire a calmarmi del tutto, aprii la borsa e ne estrassi una vecchia fotografia: una ragazza magrissima sorrideva sotto un enorme zaino, in piazza della Signoria, a Firenze.
Adesso fu lei a sbarrare gli occhi:
“Ma questa sono io…” balbettò infine poco convinta.
“Quella ero io. E tu sarai me, tra una trentina d’anni. Goditi il viaggio, tesoro…”