giovedì 16 dicembre 2010

24 dicembre

24 dicembre, ore 17.30: mia madre, appena tornata dalla spesa, si è accorta di aver dimenticato la salsiccia per il ragù di domani. Rimette il cappotto a me e a mia sorella piccola e ci trascina fuori imprecando, in mezzo alla neve e alle lucine sospese. Speriamo di arrivare prima che i negozi chiudano, e prima che la salsiccia finisca.
Ore 18.30: mio padre esce dal lavoro e si precipita a comprare i regali; fino ad ora non ci aveva mai pensato che davvero era Natale anche quest'anno. Come sempre entra nel primo negozio e arraffa quello che trova, ignorando le nostre preferenze, i nostri desideri e le nostre taglie. Poi torna a casa con tre pacchetti che si capisce subito cosa c'è dentro e un sorriso fantastico. Ci bacia e ha la faccia gelata e un buon profumo.
Ore 20.15: mia sorella piccola rompe la madonnina del presepe. Non so come faccia, mia sorella piccola rompe sempre tutto, anche solo con lo sguardo. Se mantiene questa facoltà, dice mio padre, da grande può andare in televisione e diventare ricca.
Ore 20.30: mia sorella butta giù l'albero di Natale e rompe quasi tutte le palline di vetro. Mia madre esce imprecando dalla cucina dove sta preparando il ragù per domani e rimette in piedi quello che resta dell'albero. Poi torna di là e si accorge che il ragù è bruciato. Anche domani, come l'anno scorso, niente lasagne.
Ore 23: dopo una cena schifosa e qualche partita a tombola, ci accorgiamo che la faccia di mia sorella si è coperta di piccole pustole rosse. "E' allergica alla pasta al burro" dice mio padre. "A scuola girava il morbillo" dice mia madre e poi impreca, in modo poco natalizio.
Ore 24: esco in mezzo alla neve e sotto le lucine con mio padre, per andare a messa. Mio padre sorride, e ha un sorriso davvero fantastico. Io mi sento così, felice: Natale è bellissimo, secondo me.

domenica 21 novembre 2010

365 storie cattive

365 storie cattive da 365 parole (al massimo) ciascuna. Scrittori già noti insieme a esordienti per un fine benefico: l'intero ricavato di questa antologia nera, promossa e curata dallo scrittore Paolo Franchini, sarà infatti devoluto ad A.I.S.EA Onlus, l'associazione che raggruppa le famiglie italiane con figli colpiti da Emiplegia Alternante (meno di 500 casi nel mondo, di cui 40 in Italia). Per saperne di più su questa malattia visitate il sito www.aiseaonlus.org.
L'antologia è in vendita su http://ilmiolibro.kataweb.it

mercoledì 10 novembre 2010

Infatti fai schifo

“Sei grassa. Dovresti fare qualcosa, andare in palestra, cose così…”
La ragazza, da sotto il cappuccio che le copriva il viso, non cercava affatto di nascondere il suo disgusto per il mio girovita.
“Ho cinquant’ anni e non ho tempo per questo. Del mio aspetto non mi importa granchè.”
“Infatti fai schifo. Di sicuro non scopi più da un pezzo.”
Ero esterrefatta: ma come si permetteva questa di dirmi certe cose? L’avevo tirata su mentre faceva l’autostop sotto una pioggia torrenziale, coperta da un enorme impermeabile verde. Ero stanca, ma mi aveva fatto pena, e di ragazzine che facevano l’autostop non ne vedevo più da decenni. L’avevo fatta salire senza guardarla bene in faccia, e senza fare presentazioni ero ripartita, sperando di arrivare presto e di non essere costretta a conversazioni di circostanza. Ma ora stava esagerando. Cercai di non perdere la pazienza. Respirai a fondo e chiesi:
“Non hai paura a fare l’ autostop di questi tempi?”
Esitò, come se non capisse:
“Quali tempi? Lo fanno tutti.”
Non volli contraddirla, ma la risposta mi suonò strana.
“Lavori?” mi chiese agitandosi e bagnando anche me col suo impermeabile fradicio.
“Faccio la segretaria.”
“Bello schifo.”
“Ehi, vacci piano. Perché tu cosa farai, da grande?”
“La pittrice. Io sono già grande.”
Mi girai, incuriosita: certi sogni mi erano familiari. Il cappuccio le era scivolato giù, e finalmente la vidi bene in viso: e fu una sorpresa, davvero. Accostai quasi sbandando, frenai di colpo e rimasi a fissarla a bocca aperta. Poi cominciai a ridere, a ridere senza freno, sempre più convulsamente. Lei taceva stranita, cercando di capire il motivo della mia scomposta ilarità.
Senza riuscire a calmarmi del tutto, aprii la borsa e ne estrassi una vecchia fotografia: una ragazza magrissima sorrideva sotto un enorme zaino, in piazza della Signoria, a Firenze.
Adesso fu lei a sbarrare gli occhi:
“Ma questa sono io…” balbettò infine poco convinta.
“Quella ero io. E tu sarai me, tra una trentina d’anni. Goditi il viaggio, tesoro…”

giovedì 21 ottobre 2010

Crepuscolo improvviso in piazza Duomo

Crepuscolo improvviso in piazza Duomo.
Luce violenta, estranea, bella. Gente
insolitamente oscura fluttua
nel vento arrivato da lontano.
Controluce si gonfiano le vele
dei cappotti aperti, nere.
Incantati per caso in un silenzio irreale,
eco di molti passi,
parole sussurrate, sorrisi.
18.14, luci. Questo cielo è altrove;
nessuno di noi è qui.
(da Guida a Milano invisibile, Nulla Die ed., 2011)

Ritorni

La gente non sa, ma lui era partito e tornato e partito di nuovo.
La prima volta il mare respirava e nella sua casa restava una donna giovane, dai seni bianchi, a dormire in penombra. Tirava vento e portava lontano. Tanta gente al mondo, ognuno coi suoi segni sulla faccia, e le bestemmie alla fortuna. Racconti ubriachi, tesori sempre perduti, e sempre da un’altra parte. Troppe donne e troppo diverse per ricordarsele, ma c’era tempo e allegria, il vento soffiava e portava lontano.
Ogni notte, lui che non sapeva scrivere, rimasticava in solitudine poche cose da dire a quella che, sotto un’altra luna, stava dormendo nella sua casa. Non le parlava degli amori, delle sbronze, dei tesori perduti, e neppure del vento sul mare. Le ripeteva da lontano parole sempre uguali(io sto bene, il viaggio è tranquillo, il prossimo porto sarà) e dure, su cui si addormentava meno solo.
Tornò che era l’alba. La terra, come ogni volta, ondeggiava sotto i suoi passi e faceva freddo. La casa non era lontana. Bello guardarla avvicinarsi senza correre.
Poi apriva la porta e annusava l’odore tiepido che nessun altro posto al mondo aveva uguale, piacevole solo dopo un desiderio così lungo.
Lei era addormentata, pallida nel lento grigiore dell’alba, come ogni volta.
Una testa bruna le riposava vicino, giovane, dolce e immobile. C’era la stessa innocenza su due volti distinti, identici. Un sortilegio, un sogno. Più da vicino vide che respiravano insieme, addormentati sulla stessa stanchezza, nello stesso vento.
Si girò allo specchio opaco del cassettone e intravide un’ombra scura e rigida. Capì che era finito, per lui, il tempo dei ritorni.
Riprese il mare che non aveva più nessuna importanza. Della gente riconosceva le rughe, i dolori e le bugie.
Chi vede lei ridere sa che non poteva aspettare, così giovane, un uomo che da anni non torna, e avrà un’altra donna o sarà morto annegato, chissà dove.

Tornate parole

Tornate parole, legami del mondo,
sfrontata ubriachezza dei giorni felici,
parole cantate senza futuro,
gettate al vento senza nostalgia.

Io sarò là dove si fa l’amore
con più disperazione perché piove,
dentro stanze malsane dove il brutto
perché brutto commuove ed avvicina.

Quando una mano calda una tendina
solleva con pudore, lentamente,
quella, miracolosa e sporca, gonfia
di molti indecifrabili minuti,
solo per noi graziosamente scioglie
di polvere, avventura, pioggia, muffa,
d’amore, muschio, infanzia e lontananza,
di terrestri profumi e misteriosi
una selva invisibile. Noi allora
insieme parleremo
di terrori esprimibili soltanto
nei porti tranquilli d’occhi altrui.

E vedrò finalmente angoli bui,
nidi dal Dio dei molti abbandonati,
illuminati da candele schive,
caldi di vino e folti di parole,
dove si siede una mente sviata,
guidata dal caso, generosa
ad abbracciare compagni suoi non scelti
e non cercati.

Io ci sarò nei vicoli notturni
tra molesti deliri recidivi,
in mezzo all’invendibile eloquenza
dei vagabondi, dei capelli sporchi.

Per noi ancora vive fioriranno
le riletture gialle di ogni inverno,
magico cerchio chiuso di parole
estraneo al tempo che sonnecchia e rumina,
in fumose, cicliche spirali, vita non sua.

Empietà senza colpe, gioia a dire,
copula universale misteriosa:
torneranno incantati tutti quelli
che hanno rinnegato per fuggire.

Vivremo, pure, e andremo godendo
fino al centro del mondo, alle sue spalle,
nascosti a chi non vede e per chi sente
le nostre parole gridando.
(da Guida a Milano invisibile, Nulla Die ed., 2011)

venerdì 17 settembre 2010

In mare aperto

Durante un lungo viaggio,
c'è l’ora in cui la terra può soltanto
essere sogno o ricordo.
Occorre avere fede nella rotta,
e nelle carte usate per tracciarla.
A ogni tempesta, quando la solitudine è più oscena,
ciò che abbiamo imparato
affidiamo a una bottiglia, e al caso:
perchè la sorte ci conceda infine
la grazia immeritata di un compagno,
che con noi incroci saluti, da lontano.
(da Guida a Milano invisibile, Nulla Die ed., 2011)